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20X100 – Un’opportunità e una sfida progettuale

10 gennaio 2015 Visualizzazioni: 287 Esterni

Intervento su abitazione monofamiliare in area urbana con struttura e tamponamenti in legno e rivestimento in doghe di ipé.

 

Progetti di Studio Brunetti Filipponi e Associati

I progetti che qui di seguono vengono mostrati sono stati tutti resi possibili in forza della Legge Regionale 08.10.2009, n. 22, così come modificata ed integrata dalla Legge Regionale 21.12.2010 n. 19 “Interventi della Regione per il riavvio delle attività edilizie al fine di fronteggiare la crisi economica, difendere l’occupazione, migliorare la sicurezza degli edifici e promuovere tecniche di edilizia sostenibile”, meglio nota come “Piano Casa”. Nell’ambito residenziale la legge consente una possibilità di ampliamento fino al 20% della volumetria esistente o, in alternativa, di demolire e ricostruire il fabbricato con un premio di cubatura che varia dal 30 al 40%. In ogni caso tutti gli interventi sono subordinati al miglioramento del comportamento energetico dell’edificio. I progetti presentati sono riferiti ai soli ampliamenti.

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Nell’attuale stagnazione del panorama edilizio e, conseguentemente, professionale, il Piano Casa ha indubbiamente costituito una opportunità, anche per una committenza non necessariamente mossa da intenti speculativi. Si fa qui riferimento alle mutate esigenze di una clientela che può avere la necessità di un locale in più per l’allargamento del nucleo familiare, o perché una zona comune non è più sufficiente, così come è sempre accaduto nell’evoluzione delle nostre tipiche case coloniche o nelle concrezioni ormai consolidate nei nostri centri storici. La storia del nostro patrimonio edilizio è fatta di completamenti, di successive sovrapposizioni, di stratificazioni di parti nuove su parti vecchie, secolo dopo secolo, e questa diversità ha contribuito a realizzare parte della sua ricchezza, perché non si tratta di intervenire su oggetti completamente risolti in sé, come possiamo pensare per La Rotonda di Palladio, per dirne una, ma di lavorare su dei manufatti edilizi, degli organismi che cambiano, crescono e vivono un’altra, magari una seconda o una terza vita; d’altro canto pensiamo a quanti architetti si sono succeduti alla Basilica di San Pietro a Roma, la “fabbrica” per eccellenza, o alla Cattedrale di Santa Maria del Fiore, il Duomo di Firenze, tanto per citare degli esempi alti. In questo aggiungere un pezzo piccolo ad un pezzo più grosso si tratta di trovare una via che da un lato è delineata da dati quantitativi che, in quanto espressione di norme, si esprimono in termini di standard numerici (distanze, altezze, superfici…) e dall’altro deve tenere conto di dati qualitativi che si manifestano in termini di vincoli progettuali e che quindi sono soggetti a valutazioni più sottili o discrezionali (inserimento nel contesto, caratteristiche tipologiche, forme e dimensioni delle aperture, materiali…). È indubbiamente una via stretta che magari lascia poco margine di manovra ad uno slancio espressivo ma si identifica ancora una volta in un confronto, una sfida progettuale che viene stimolata da obblighi, limitazioni e – giocoforza – procede per affinamenti successivi. Ci piace qui citare l’esempio positivo di un recente ampliamento, certo più libero da vincoli burocratici e limiti quantitativi: la nuova ala per una residenza privata a New Canaan (nei famosi 16 ettari di Philip Johnson) realizzata da Kengo Kum – la “Glass and wood house” – su una casa di John Black Lee del 1957 e almeno altre due volte felicemente rimaneggiata. Sulla base di queste considerazioni ci siamo ritrovati a confrontarci con costruzioni di vario genere, perlopiù case isolate, di diversi periodi e qualità edilizie, poste in contesti diversi, di tipo agricolo o urbano, spesso a bassa densità. Sono quattro gli elementi fondamentali che costituiscono il punto di partenza di questo genere di lavori: i limiti di tipo quantitativo e qualitativo, l’oggetto preesistente ed il luogo in cui inserito e, come sempre, la committenza. È possibile figurarci i quattro elementi sopradescritti come la base di una pietanza in cui l’elemento aggiunto (l’ampliamento del 20%) costituisce l’ultimo ingrediente. Negli esempi di seguito mostrati sono riconoscibili due diversi percorsi: talvolta vediamo come l’ultimo ingrediente tenda ad amalgamarsi al “piatto” esistente, rievocandone le sue caratteristiche fondamentali ed inserendosi nell’insieme evitando di creare contrapposizioni; qui l’intervento procede per assonanze e tende ad un compiuto accordo tra nuovo e vecchio. In altri casi il nuovo ingrediente ha cercato di scostarsi dall’aria, dal sapore predominante differenziandosi per volumi, forme e materiali, denunciando la cronologia dell’intervento e rivendicando così la propria autonomia; inserendo dunque un nuovo corpo che riveli con chiarezza il suo essere contemporaneo, la volontà è chiaramente quella di valorizzare quanto già esiste operando per contrasto. In definitiva si tratta di piccole cose, del venti per cento.

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