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Nuovo polo culturale ANIMA – Bernard Tschumi Architects.

8 gennaio 2015 Visualizzazioni: 483 Architettura

Le linee guida del progetto Interazione, semplicità e sobrietà nel dialogo con altre discipline

Le facciate sono un’invenzione relativamente recente. Per centinaia d’anni e fino al Rinascimento italiano l’immagine esterna degli edifici è stata generalmente dettata dalle caratteristiche costruttive della pietra, dei mattoni o del legno. Il Rinascimento, attraverso la separazione dell’aspetto murario esteriore da un trattamento superficiale applicato, ha permesso la realizzazione di composizioni formali e di ordini classici.

Nel ventesimo secolo le moderne tecniche di costruzione e gli importanti cambiamenti culturali hanno portato a una sensibilità, modernista, pur conservando le nozioni compositive ereditate dal Rinascimento. Una reazione postmoderna ai principi modernisti ha quindi testimoniato un ritorno alle connotazioni storiciste premoderne, come mostrato nell’esposizione della “Strada Novissima” alla Biennale di Venezia del 1980. Il Postmodernismo ha avuto una vita breve, dato che il tardo ventesimo secolo ha visto un rifiuto delle facciate formali e la loro sostituzione con il concetto di involucro, con il quale si è abbandonata la distinzione tra pareti verticali e copertura orizzontale. Dal Parc de la Villette in avanti, buona parte del lavoro di Bernard Tschumi Architects è stato caratterizzato da una ricerca sugli involucri, attraverso un’ampia varietà di materiali e un’indagine sia sulla forma sia sul contesto.

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Per ANIMA, Bernard Tschumi ha deciso di provare a valutare la possibilità di reindirizzare il problema della facciata come semplice piano verticale, stavolta senza le tecniche di composizione formale usate nella progettazione dal Rinascimento in avanti. È possibile progettare una facciata senza fare ricorso a una composizione formale? È possibile fare in modo che non sia né astratta né figurativa ma, per così dire, senza forma? La motivazione che ci ha spinto a sollevare queste domande è di natura sia economica sia culturale: in un’epoca di crisi economica, indulgere nella produzione di geometrie formali dedotte da complessi volumi curvi non ci è sembrata una scelta responsabile. L’epoca del cosiddetto “iconismo” sembra terminata, insieme alle arbitrarie figure scultoree del passato recente, spesso prodotte senza considerazione per il contesto, il contenuto e il budget. Allo stesso modo, i discorsi che in alcuni circoli architettonici hanno invocato la necessità di una “autonomia” dell’architettura, radicati nelle costanti della storia, ci sono sembrati obsoleti nel momento in cui l’obiettivo del progetto ANIMA era il dialogo con altre discipline, dall’arte alla letteratura, alla musica. Non a caso abbiamo esaminato il lavoro di Vedova, Burri, Manzoni, Fontana e perfino Fazzini, un artista nato e attivo a Grottammare. Ciascun artista ci ha aiutati a comprendere una specifica condizione italiana, differente da quella che può essere praticata a Shanghai, Dubai o Mumbai.

Per ANIMA, piuttosto che aggiungere una nuova autonoma e iconica figura scultorea, abbiamo deciso di indagare interazione, semplicità e sobrietà. Abbiamo capito che l’organizzazione interna degli spazi (il concetto del cortile) era socialmente e culturalmente importante, ma che l’immagine esterna del progetto era altrettanto significativa. Per questo abbiamo concepito una semplice pianta quadrata con quattro facciate equivalenti e, come copertura, una quinta facciata. Ciascuna facciata ha un suo vocabolario così da permettere di affrontare temi come la protezione dal sole, l’illuminazione naturale, la ventilazione e al tempo stesso proiettare una forte identità sul mondo esterno.

In breve, l’interno del nostro progetto è una esplorazione della sensibilità e della cultura contemporanee. Più che formale, ANIMA è un progetto intellettuale e sociale che può riassumersi come la risposta alla domanda: come può, un edificio, essere allo stesso tempo astratto e figurativo, semplice ma non semplicistico, economico senza essere da poco, il tutto conferendo una forte identità locale e un impegno globale?Le facciate sono un’invenzione relativamente recente. Per centinaia d’anni e fino al Rinascimento italiano l’immagine esterna degli edifici è stata generalmente dettata dalle caratteristiche costruttive della pietra, dei mattoni o del legno. Il Rinascimento, attraverso la separazione dell’aspetto murario esteriore da un trattamento superficiale applicato, ha permesso la realizzazione di composizioni formali e di ordini classici.

Per ANIMA, Bernard Tschumi ha deciso di provare a valutare la possibilità di reindirizzare il problema della facciata come semplice piano verticale, stavolta senza le tecniche di composizione formale usate nella progettazione dal Rinascimento in avanti.

Considerazioni sul progetto preliminare

di Cristiano Toraldo di Francia

Pur non essendo stato presente alla presentazione ufficiale del progetto a Grottammare, non appena Brizzi e Giaconia mi hanno spedito il comunicato stampa e i disegni, ho immaginato la vivacità del dibattito che certamente il progetto di Bernard Tschumi avrebbe innestato.

Progetti di intervento nel territorio di Grottammare, tra cui molti prodotti anche nella nostra Scuola di Architettura di Ascoli, se ne sono visti diversi in passato, che hanno cercato spesso una continuità “mimetica” con la materia dell’abitato, secondo quella visione organico-vernacolare, che in parte ancora persiste come eredità degli atteggiamenti della ricostruzione postbellica. Pare che il progetto di ANIMA tenga meno conto di questa tradizione, per riagganciarsi invece a quella discussione tutta intellettuale, che aveva elaborato Terragni nella Casa del Fascio dove, senza “abbandonare del tutto i richiami ad una tradizione rappresentativa come quella rinascimentale“, aveva sperimentato “le figure del nuovo linguaggio della struttura a telaio e del rivestimento leggero in un confronto mai ripudiato con gli intenti rappresentativi dell’architettura.” (Nicolin 2012). Non so se Tschumi sia stato colpito, come per chi arriva da nord lungo la A14, dall’apparizione improvvisa dietro ad un curva della massa cubica della chiesa di Santa Lucia, che sporge dall’incastro nel fianco della collina. Ad osservare questo colpo di teatro, progettato nella seconda metà del 500 da Domenico Fontana per Sisto V, non stupirebbe il richiamo che ne risulta quando ci appare la stereometria decisa dell’involucro di ANIMA, che oppone la sua artificialità alla ambiguità naturalistica e vernacolare del paesaggio urbano, che di recente ha occupato il territorio costiero e collinare di Grottammare. Il trattamento informale della facciata si moltiplica nella successione delle varie superfici, cui si aggiunge a chiusura la quinta, che non può non ricordare la funzione della copertura del progetto per Le Fresnoy e lo spazio “In-Between” generato da quella strategia. La sequenza è progettata secondo un andamento a spirale, che alterna funzioni di schermo a funzioni di involucro, già introducendo il tema dell’‘evento’ e dell’incrocio con i linguaggi delle arti figurative, secondo quelle strategie di contaminazione e cross-programming che sono alla base della ricerca di Tschumi. Non è un caso che questo cercare di aprire il linguaggio dell’Architettura alle altre arti, così come la dis-giunzione (per dirla alla Tschumi) della forma dalla funzione, fossero state alcune delle premesse teoriche della sperimentazione di Superstudio e Archizoom, con i quali Bernard stabilirà alla fine degli anni 60 rapporti di amicizia e comunanza di idee. Ma è soprattutto all’interno, che l’affermazione “Architecture is as much about the events that take place in spaces as about the spaces themselves” (Tschumi, 1994), trova la sua elaborazione, ottenuta con la rotazione inaspettata del volume centrale dell’auditorium, che genera alternanze di vuoti e pieni, sconvolgendo la simmetrica posizione della figura classica della corte, per lasciare spazio alla libera interpretazione del visitatore, che subito un primo “stoss” (Benjamin, 1955), diventa interprete e attore dello spazio. Qui si rivela l’attenzione verso la dimensione sociale e politica dell’Architettura che predispone l’architettura a meccanismo spaziale e temporale di promozione civile e culturale della società, attraverso l’apertura ai diversi usi che l’acronimo di ANIMA prefigura, come trasposizione e aggiornamento dello spazio libero e cross-funzionale delle piazze storiche. E mi piacerebbe immaginare questa architettura come il terminale di quelle cinque Fabbriche Ibride (dei Corpi, delle Immagini, dei Suoni, delle Parole, dei Bit), che, partendo proprio dalla strategia adottata da Bernard Tschumi per il Parco della Villette, avevo immaginato con gli studenti della Scuola di Architettura di Ascoli Piceno nel 2002, ritmare i vari layers di un Parco lineare (Urbaparco del Tronto) lungo la Superstrada da Ascoli fino a San Benedetto e Grottammare. Scrivevo allora introducendo il progetto: “Se il parco dalla rivoluzione industriale in poi ha avuto nella città un ruolo compensatorio e lo spazio aperto come dispositivo di riequilibrio ha controbilanciato la crescita della città, rimandando a immagini alternative, il Parco della città contemporanea (La Villette) diventa il luogo delle pratiche collettive e di un nuovo uso urbano dello spazio”. (C. T. di F. 2002). Con ANIMA (Arte, Natura, Idee, Musica, Azione) Tschumi ci propone un vero “Palazzo enciclopedico”, che predispone spazi e percorsi per eventi e attività collettive, con la possibilità di integrare funzioni di libera ricerca ed espressione, per un uso creativo e ibrido dello spazio pubblico generatore di crescita culturale e civile del territorio.

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