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Centro Caritas a Jesi

13 settembre 2016 Visualizzazioni: 652 Architettura

Costruire con poco

progetto di Luca Schiavoni

Nel 2012 la Diocesi di Jesi ha indetto un concorso di progettazione a inviti per la nuova sede della Caritas diocesana da realizzare in viale Papa Giovanni XXIII, in un lotto ricco di vegetazione arborea ad alto fusto. Il programma funzionale per il nuovo edificio prevedeva due corpi di fabbrica distinti, uno per la prima accoglienza e l’altro per i servizi.

La prima accoglienza doveva comprendere due dormitori e tre piccoli alloggi temporanei, il blocco dei servizi una cucina, la mensa, centri di ascolto, cappellina, uffici e magazzini al piano inferiore. A fronte di questo ampio e articolato piano di richieste, la sfida consisteva nell’ideare un edificio con una struttura architettonicamente significativa che avesse al tempo stesso costi molto bassi, ben al di sotto di quelli di mercato. L’importanza del fattore economico ha dato impulso alla ricerca di soluzioni costruttive non convenzionali, capaci di ridurre pesi, materiali e manodopera, obbligando in un certo senso a riscrivere il processo produttivo edilizio senza scadere nelle soluzioni della prefabbricazione di mercato. Una tecnica di costruzione interamente a secco e la gestione separata degli appalti hanno consentito di raggiungere gli obiettivi del programma riducendo al minimo anche i costi imprenditoriali, tipici del mercato edile. La struttura è stata perciò realizzata interamente in acciaio, con materiali industriali per le facciate e schermature in legno di pino per le testate e l’ingresso. La colorazione scura delle facciate in lamiera non riflette la luce e tende a nascondere la costruzione tra gli alberi. L’edificio si sviluppa su tre livelli ed è stato collocato con il piano principale a livello della strada, realizzando una sorta di ponte naturale dal cancello al portico di ingresso e mantenendo il resto dell’edificio idealmente staccato dal giardino. Lo spazio sotto la costruzione, solo in parte occupato da magazzini e accessibile dalla doppia rampa della viabilità interna, risulta completamente libero, ma potrà essere sfruttato per accogliere future necessità. Dal portico dell’atrio centrale una scala esterna coperta da accesso alle unità di accoglienza temporanea poste al primo piano, svincolandole così totalmente dagli altri spazi di servizio. Gli ambienti interni sono dotati di impianti termici e di ventilazione meccanica completamente elettrici, ed hanno finiture molto semplici e sobrie. Oltre alla questione dei costi la realizzazione dell’edificio ha dovuto affrontare problemi di ordine più generale, costituiti dall’opposizione da parte di alcuni gruppi di cittadini, a causa dell’abbattimento di parte della vegetazione ad alto fusto che riempiva il lotto e dalla generale diffidenza dei residenti verso una struttura di accoglienza e assistenza in quella zona, in cui naturalmente non vivono famiglie con basso reddito o provenienti da altre culture. In realtà a poca distanza dal lotto Caritas sono presenti molti istituti scolastici, parchi e giardini, pertanto la zona è già di fatto rivolta a comprendere strutture e spazi di interesse collettivo, di riferimento per il tessuto urbano residenziale sviluppatosi a partire dagli anni ’70 e ’80 in quell’area di espansione di Jesi. L’avversità alla collocazione del nuovo centro Caritas in quella zona rappresenta in qualche modo un freno a tutti quei cambiamenti che una diversa composizione sociale e culturale della città determinano nei processi di trasformazione del tessuto urbano e della distribuzione delle funzioni al suo interno.

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