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Cultura. Risorsa e Valore – Intervista a Pietro Marcolini

29 gennaio 2015 Visualizzazioni: 324 Impresa

di Cristiana Colli

Come si combina il fine cognitivo, un caposaldo del welfare più innovativo con la crisi economico-sociale strutturale di questo tempo? La risposta del governo regionale e dell’assessore Pietro Marcolini – un amministratore votato alle politiche pubbliche di sostegno e accompagnamento allo sviluppo locale – è chiara, e misura con precisione l’escursione termica tra il passato e il futuro nella concezione e gestione delle politiche culturali come agenti di sviluppo territoriale.

“La scelta è fare della cultura una priorità del programma con l’unificazione di Bilancio e Cultura, una riclassificazione e interventi di qualificazione e selezione. La cultura è ‘anche’ un settore specifico, ma soprattutto è premessa e infrastruttura per tutti gli ambiti di intervento. Quindi spettacolo, arte musica ma anche quel macro-settore trasversale che incorpora la capacità di innovazione, adattamento, creatività che caratterizza altre politiche settoriali – dal sociale alle politiche giovanili allo sviluppo dell’imprenditoria e dell’economia. È la ratio di progetti speciali che valorizzano l’uso trasversale e le progettualità integrate per attivare risorse aggiuntive: non è più sostenibile una autoreferenzialità della cultura.”

I fatti gli danno ragione, come si legge in un contributo redatto per il Rapporto Federculture 2012: dal punto di vista quantitativo l’integrazione delle risorse ha quadruplicato la normale capacità di spesa del settore, e dal punto di vista dell’azione di governo si sono attivate politiche orizzontali e trans-settoriali per lo sviluppo.

Un filone di interpretazione che guarda alle elaborazioni concettuali della Fondazione Symbola – partner della Regione per la realizzazione del suo rapporto annuale sull’Industria Culturale – agli orientamenti di Federculture, e si accompagna alla guida di Pierluigi Sacco, Presidente dell’Osservatorio Regionale, un economista che partecipa alla progettualità di matrice internazionale – intesa come prossimità alle Agende Europee ma anche come attenzione alle best practices che si stanno sviluppando intorno alle politiche culturali pubbliche e private.

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CC
È una rivoluzione copernicana, una visione rovesciata delle politiche culturali pubbliche divenute orizzontali e strutturali con verticalizzazioni funzionali. Possiamo parlare di Laboratorio Marche in linea con il Manifesto del Sole 24 Ore e con l’appello di Napolitano?

PM
Guardando alla cultura come Kultur e come Bildung – tecnico-disciplinare ma anche come civilizzazione, istruzione, formazione – e alla profondità della crisi ci siamo interrogati sui mezzi di contrasto. Il primo passo è stato riflettere sul bagnasciuga tra impresa e cultura: le Marche sono tra i principali produttori manifatturieri continentali, una regione artigiana e di una manifattura che storicamente non è ad alto valore aggiunto. La riflessione è stata economica e sociologica oltre che culturale. Quello che serve per digerire il corpo manifatturiero non sempre così raffinato – in questo le Marche sono un paradigma nazionale – e per reggere il confronto con i BRIC, non è un balzo all’indietro rispetto a lavoro, condizioni sociali e diritti – anche perché sarebbe antisociale e antieconomico – e comunque ci sarà sempre un altro Vietnam che produce a minor costo. Due sono le questioni. Quella orizzontale è il rapporto tra impresa e cultura, innovazione, creatività, un asse fondamentale per modernizzare il sistema produttivo tradizionale. Questo vale per le Marche ma anche per la gran parte dell’economia italiana che conosciamo nelle sue forme distrettuali storiche. Su questa intuizione abbiamo naturalmente trovato porte aperte da parte degli imprenditori, degli artigiani, del sindacato nella difesa del lavoro e della buona occupazione. Così il punto di contatto con realtà del progetto e della produzione è intuitivo, quasi intrinseco, e davvero si potrebbe pensare che stiamo facendo politica industriale. Quando facciamo una mostra come La Bellezza delle Cose stiamo facendo una mostra sul design nazionale e sui suoi riflessi nelle Marche o stiamo facendo una rassegna ricognitiva delle migliori esperienze industriali delle Marche? Quando Guzzini passa dalla torsione artigiana del corno alla plastica si tratta di un processo industriale o un processo culturale? Gli esempi si sprecano – dall’elettrodomestico al vetro curvato, dalle confezioni alle calzature, dagli oggetti di uso comune al complemento al mobile – e sempre quando cerchiamo il meccanismo che fa scattare la differenza, troviamo il sedimentato, il “percolato” più prezioso, quello della riflessione culturale in forma applicata di chi ha maturato la straordinaria abilità di intercettare e incorporare nelle merci la comunicazione, i desideri, lo stile di vita e di consumo, dimostrando che la sfida non è l’estremizzazione del far meglio – beninteso, un giusto anelito – ma è la capacità di concepire e poi gestire un processo raffinato. Dove la riflessione artistica e disciplinare è mescolata a quella ingegneristica e produttiva. L’asse orizzontale è dunque un innalzamento del pavimento culturale fondamentale per digerire, modernizzare, ristrutturare, riconvertire, l’apparato produttivo. A questo si collega la riflessione verticale. Una piccola regione come la nostra, ricca di virtù civiche, frammentata, con un patrimonio immenso – 239 comuni per un milione e mezzo di abitanti –, deve sapere che lo Stato non può sostenere l’urto del recupero, della gestione, della valorizzazione e della messa in rete di una quantità e di un’offerta così articolata. La crisi fiscale dello Stato lo impedisce e lo impedirà in futuro, quindi una cosa è l’ambito locale di espressione comunitaria identitaria, altra cosa sono la produzione qualitativamente significativa e la valorizzazione del patrimonio sociale fisso abbondantissimo nelle Marche – musei, archivi, pinacoteche, biblioteche, teatri – per il quale dal ’97 ad oggi abbiamo investito 580 milioni nel recupero, dato unico in Italia. Per scongiurare il rischio mausoleo e la sua impossibile gestione dovremo ripolarizzare le attività e la socializzazione del patrimonio sociale fisso – anche con la tecnologia e l’innovazione – e far sì che questi luoghi diventino una fonte di reddito e non solo un costo. La nostra idea è che le politiche culturali possano, se non guidare, animare la rilettura del modello economico-sociale, e accompagnare riqualificazione e modernizzazione.

CC
In concreto cosa significa?

PM
L’wifi gratuito in biblioteca (Progetto Smart Cultura, ndr) rilancia in chiave contemporanea la vita civile in un centro storico, riporta accesso e servizio nei luoghi e probabilmente inverte quella tendenza a depauperare i centri minori e le comunità interne a vantaggio della costa. Sulla verticalità funzionale si collocano le economie di scala per i servizi comuni (Progetto Consorzio Marche Spattacolo, ndr) e l’organizzazione a rete. Così abbiamo definito percorsi, proposte e strumenti di semplificazione e ottimizzazione. L’Osservatorio per misurare, valutare, decidere, uno strumentario per programmare; il Consorzio che mette insieme gli acquisti e i servizi legali e amministrativi; le politiche, per esempio il Distretto Culturale Evoluto, nei fatti un progetto di sviluppo locale a traino culturale, in cui sta il turismo, l’ambiente, i beni culturali, e al centro la cittadinanza. Il meccanismo della “restituzione sociale” ha consentito negli ultimi tre anni di non diminuire le risorse ma di incrementarle. Un esempio viene dalle politiche di sostegno alle sale cinematografiche e alla produzione audiovisiva, relativamente a tre aspetti: la film commission, che è rappresentazione del territorio in chiave turistica; il sostegno alle sale parrocchiali e d’essai, un presidio; e la digitalizzazione, una battaglia per la modernizzazione tecnica e professionale condotta insieme all’assessore allo sviluppo economico. È la dimostrazione della trasversalità di interventi che sono di matrice culturale ma anche di tipo industriale-artigiano e commerciale turistico. Lo stesso vale per la modernizzazione dei grandi contenitori o i luoghi della socializzazione. La logica è quella dell’interfaccia impresa e cultura con politiche di sostenibilità ambientale intelligente e solidale, attraverso un’assegnazione delle risorse che va oltre la discrezionalità. Per farlo bisogna essere spartani perché i margini di spreco, le relazioni consolidate e le rendite parassitarie stratificate esistono eccome, e sono figlie anche di una sinistra che nel tempo, forte di una primazia su queste tematiche, purtroppo si è arroccata. L’appello di Napolitano, tra l’altro, ha reso chiaro a tutti che non si sta difendendo un’élite autoreferenziale e chiusa ma si dà quella restituzione dell’utilità sociale, civile e sociale che è il vero significato della cultura.

CC
Recuperare la socializzazione perduta e intercettare la nuova socialità significa mettere in gioco attori che erano fuori, ridisegnare l’accesso a luoghi divenuti marginali.

PM
È la scelta dei 165 punti di wifi gratuito in pinacoteche, musei, biblioteche: una scelta di civiltà che ci mette in asse con quanto accade nel mondo. L’esperienza della Biblioteca La Fornace di Moie ci dice che l’offerta di servizi evoluti e la progettualità culturale sono gli assi su cui ricostruire la socialità, l’appartenenza e il rilancio non solo del patrimonio ma delle comunità. C’è poi un tema caro a Mappe e alla progettualità che sviluppa: è il tema della cultura e della qualità del costruire, del recupero che abbatte il consumo di suolo, della riconfigurazione e del riciclo. Questo porta con sé questioni complesse: politiche urbanistiche, del territorio, della residenza, dei nuovi insediamenti popolari.

CC
Questa regione tende alla musealizzazione di tutto: dei suoi distretti, della sua impresa, del suo patrimonio, e il contemporaneo non è nelle reti istituzionali, resta un corpo estraneo alla governance, o meglio la governance sceglie altro come modello della propria rappresentazione. Non c’è vera cittadinanza alla comunità del contemporaneo che sta sui flussi, oltre la retorica dell’anagrafe. Benissimo il Blog e anche il Portale, però dare cittadinanza al contemporaneo è un processo complesso, penso all’architettura, al design, all’arte, alla comunicazione che hanno bisogno di luoghi, riconoscibilità e di una narrazione. Senza nulla togliere alla biografia monumentale di Jack Lang tuttavia c’è da chiedersi di quale contemporaneo stiamo parlando se lui è chiamato – in una città come Urbino che il rischio pallina di neve lo corre sempre – a definire e rappresentare il profilo della candidatura di Urbino Capitale della Cultura 2019.

PM
Ogni opinione è legittima, però ricordo che Jack Lang non è stato soltanto per dieci anni ministro della Cultura con Mitterand, ma è stato anche un anticipatore delle politiche europee di sostegno all’editoria e al cinema ed è tuttora un rappresentante di istituzioni europee e mondiali (Unesco e Onu) in regioni cruciali del pianeta. Ma venendo allo specifico: la questione del contemporaneo è la parte più debole, ammetto che per molti versi prevale una discussione conservatrice. Il contemporaneo in diretta, vorrei dire l’attuale, è rimasto fuori dallo schema. Non che non ci sia nella realtà – come dimostra anche la vostra incessante progettualità – ma negli ultimi trent’anni anni ha prevalso l’attività conservativa. Siamo consapevoli che ci vorrà un colpo d’ala, per questo abbiamo referenti importanti e politiche – dalle smart communities agli incubatori culturali all’arte contemporanea – ben sapendo che siamo una piccola regione che tenta esperimenti. Credo che la sponda europea e la frontiera balcanica, per esempio potranno essere una grande opportunità per ibridare l’impianto istituzionale con le necessarie contaminazioni.

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