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Dall’Eclettismo di Mario Urbani al Razionalismo di Celio Francioni

10 gennaio 2015 Visualizzazioni: 755 Exhibit

 di Roberta Martufi

Le grandi trasformazioni scientifiche e tecnologiche, che hanno caratterizzato il secolo XX, hanno permesso agli architetti del secolo passato di cimentarsi con sfide altrimenti impossibili. I nuovi materiali come l’acciaio, il calcestruzzo armato, il vetro e le loro combinazioni, hanno permesso di immaginare soluzioni progettuali e compositive assolutamente innovative e dunque di determinare cambiamenti ed evoluzioni repentine delle nostre città. La mostra “Dall’Eclettismo di Mario Urbani al Razionalismo di Celio Francioni. L’architettura a Pesaro attraverso il XX secolo”, con l’omonimo volume, ha cercato di mettere a fuoco queste trasformazioni nel territorio pesarese.

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Urbani nasce nel 1885 e muore nel 1961; Francioni nasce nel 1928 e muore nel 2002. Le loro vite si sovrappongono dunque ma non dal punto di vista professionale. Francioni infatti inizia la sua attività libero professionale nel 1958 quando Urbani aveva ormai abbandonato non solo l’attività professionale ma anche la Cattedra di Disegno e Figura presso la Facoltà di Architettura di Palermo. Anche nella formazione i due architetti sono profondamente diversi; Urbani, diplomato all’Istituto di Belle Arti di Roma, nel 1909 vince il concorso per il Pensionato Nazionale Artistico, sezione architettura; quindi, nel 1912 si diploma anche presso la Scuola Superiore di Pittura “Aristide Sartorio”. L’articolato percorso formativo compiuto da Mario Urbani è l’espressione di un’indole fortemente eclettica e multidisciplinare.
Fu progettista a tutto tondo: come architetto non progettava l’edificio solo nel suo involucro edilizio, ma si preoccupava anche dell’apparato decorativo, degli arredi e degli utensili di uso quotidiano. L’attività di architetto, poi, non gli aveva fatto abbandonare la passione per la pittura che continuò a coltivare per tutta la sua vita. Alla figura di architetto e pittore, dobbiamo affiancare quella del docente, o meglio quella del “vulcanico professore” così come veniva definito nel 1929 sul giornale “L’Ora” che ne pubblicava anche una caricatura. Per Urbani la scuola non era solo il luogo dello studio e del confronto, ma il laboratorio, l’officina in cui insegnanti e studenti collaboravano all’unisono producendo progetti al servizio del territorio circostante. La scuola come punto di riferimento per la trasformazione culturale ed artistica della città e, al contempo, luogo essenziale per la produzione artistica delle sue opere. L’orgoglio di essere “Professore” è evidente sin dal modo in cui ha sempre firmato le sue opere: Prof. Mario Urbani Architetto, in un binomio per lui inscindibile. Più lineare la formazione di Francioni che, dopo la maturità classica conseguita al Liceo Terenzio Mamiani di Pesaro, si laurea nel 1954 in Architettura a Roma nel gruppo di ricerca coordinato da Ludovico Quaroni. Il suo fare architettura ha rispecchiato coerentemente, per più di quarantanni, i valori in cui credeva, coniugando una profonda spiritualità con gli insegnamenti dei “maestri” del movimento moderno soprattutto nordico. Francioni con la sua attività ha contribuito sia alla ricostruzione postbellica di Pesaro che alla nascita dei primi quartieri periferici concorrendo, di fatto, alla creazione della immagine della città del XX secolo. I suoi progetti sono sempre stati ispirati dalla morfologia e dalla storia del luogo, e anche quando usava materiali “moderni” come l’acciaio o il cemento armato a vista, il suo linguaggio è sempre riuscito ad instaurare un colloquio con l’ambiente circostante: non algide volumetrie ma linee pure che accolgono il paesaggio. Tutto ciò premesso è evidente che completamenti diversi saranno i modelli culturali di riferimento: Urbani si forma e inizia la sua attività in pieno liberty floreale; Francioni è affascinato dagli insegnamenti del movimento moderno ma, nella loro diversità, hanno lasciato una traccia chiara e inconfondibile su tutto il territorio della Provincia di Pesaro e Urbino, particolarmente evidente, in due opere realizzate per la stessa committenza. Di Urbani è infatti la Sala del Consiglio Provinciale Adele Bei (1925), mentre di Francioni è la Sala del Consiglio Provinciale Wolframo Pierangeli (1973).onare la passione per la pittura che continuò a coltivare per tutta la sua vita. Alla figura di architetto e pittore, dobbiamo affiancare quella del docente, o meglio quella del “vulcanico professore” così come veniva definito nel 1929 sul giornale “L’Ora” che ne pubblicava anche una caricatura. Per Urbani la scuola non era solo il luogo dello studio e del confronto, ma il laboratorio, l’officina in cui insegnanti e studenti collaboravano all’unisono producendo progetti al servizio del territorio circostante. La scuola come punto di riferimento per la trasformazione culturale ed artistica della città e, al contempo, luogo essenziale per la produzione artistica delle sue opere. L’orgoglio di essere “Professore” è evidente sin dal modo in cui ha sempre firmato le sue opere: Prof. Mario Urbani Architetto, in un binomio per lui inscindibile. Più lineare la formazione di Francioni che, dopo la maturità classica conseguita al Liceo Terenzio Mamiani di Pesaro, si laurea nel 1954 in Architettura a Roma nel gruppo di ricerca coordinato da Ludovico Quaroni. Il suo fare architettura ha rispecchiato coerentemente, per più di quarantanni, i valori in cui credeva, coniugando una profonda spiritualità con gli insegnamenti dei “maestri” del movimento moderno soprattutto nordico. Francioni con la sua attività ha contribuito sia alla ricostruzione postbellica di Pesaro che alla nascita dei primi quartieri periferici concorrendo, di fatto, alla creazione della immagine della città del XX secolo. I suoi progetti sono sempre stati ispirati dalla morfologia e dalla storia del luogo, e anche quando usava materiali “moderni” come l’acciaio o il cemento armato a vista, il suo linguaggio è sempre riuscito ad instaurare un colloquio con l’ambiente circostante: non algide volumetrie ma linee pure che accolgono il paesaggio. Tutto ciò premesso è evidente che completamenti diversi saranno i modelli culturali di riferimento: Urbani si forma e inizia la sua attività in pieno liberty floreale; Francioni è affascinato dagli insegnamenti del movimento moderno ma, nella loro diversità, hanno lasciato una traccia chiara e inconfondibile su tutto il territorio della Provincia di Pesaro e Urbino, particolarmente evidente, in due opere realizzate per la stessa committenza. Di Urbani è infatti la Sala del Consiglio Provinciale Adele Bei (1925), mentre di Francioni è la Sala del Consiglio Provinciale Wolframo Pierangeli (1973).

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