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Dolcini x 3: Fano Pesaro Jesi

17 marzo 2016 Visualizzazioni: 541 Exhibit

Massimo Dolcini, grafico pesarese, è noto soprattutto per il suo lavoro di comunicazione grafica per il Comune di Pesaro negli anni ’70/80. A Dolcini sono state dedicate nelle Marche, a dieci anni dalla sua prematura scomparsa, tre mostre che hanno avuto luogo a Fano, Pesaro e Jesi. Tre punti di vista diversi, tre proposte espositive con propria autonomia di lettura che si sono integrate in una naturale complementarietà. La mostra di Fano, voluta dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese e dalla Carifano, ha offerto una rilettura critica e storiografica dell’intero excursus dell’attività artistica e professionale di Dolcini, riletto nel suo articolato e ricco percorso progettuale.

1) La grafica per una cittadinanza consapevole

Il grafico per la città e i cittadini

I manifesti di Dolcini per la comunicazione “di pubblica utilità” sono conosciuti in tutto il mondo. Manifesti bellissimi, originali e nuovi nel panorama della grafica degli anni Settanta. Di essi si è scritto e si sono fatte mostre e rassegne, ma oltre lo splendore della loro immagine, fondamentale è l’idea di progetto che essi perseguono. La grafica deve essere partecipazione e il grafico, un progettista totale e civile. L’opera comunicativa deve essere uno strumento di crescita, il risultato di più intelligenze, più mani, più approcci e più visioni. Dolcini non si considera infatti l’autore del progetto, l’unico depositario di un sapere e di una estetica, ma l’artefice di un processo più ampio, che proprio nel lavoro comune trova senso, efficacia e originalità. È un lavoro costante, è il “pulviscolo della quotidianità” che si riversa sui progetti messi in atto da Dolcini e dai suoi complici collaboratori. La comunicazione diventa facile e fruibile a tutti. È il tessuto continuo e ininterrotto della vita di una città e dei suoi abitanti.

Il grafico per l’intrapresa

In una seconda fase della sua attività, finita la collaborazione quotidiana con il Comune di Pesaro, Dolcini diventa “imprenditore” della comunicazione. Trasforma il suo studio grafico in una agenzia di comunicazione – la Dolcini associati – che vede ancora centrale il rapporto con il territorio. La cultura del progetto cambia in simbiosi con il contesto economico sociale. Nascono i distretti, l’imprenditoria locale diventa una realtà nazionale anche sulla spinta della scuola economica di Giorgio Fuà e altri. Le Marche diventano un modello per la crescita economica e per l’articolazione produttiva, ma anche per come comunicare e fare cultura visiva. Questo è un tema progettuale, un diverso e nuovo piano concettuale per il “grafico” Dolcini che si mette in sintonia con l’evolversi dei tempi dopo avere attraversato la fase ideologica degli anni ’60. Il “fare comune” diviene riflessione su come coltivare le nuove competenze all’interno della struttura, come studiare  assieme sul terreno, come fare autoformazione promuovendo una crescita professionale continua. I ruoli cambiano e necessariamente si modificano gli approcci. La pubblica utilità diviene sempre più la comunicazione pubblica, scema la dimensione progressiva e utopica a favore di una “istituzionalizzazione” del servizio. L’immagine prodotta dalla Dolcini associati (art director Leonardo Sonnoli) diventa “altro” distinguendosi nettamente dalla fase precedente. Ma soprattutto assume un rilievo di primo piano il rapporto di lavoro con i nuovi clienti imprenditori con cui Dolcini instaura un dialogo paritario, divenendo un partner con cui confrontarsi in avventure di comunicazione articolate e innovative.

Il grafico per il nuovo artigianato

Il cuore segreto del pensiero progettuale che emerge negli ultimi anni di attività di Dolcini, è il suo essere consapevole nella necessità “artigiana” del progetto. Riaffiorano e si evidenziano le lezioni e le passioni delle origini. In sintonia con il suo maestro Michele Provinciali, Dolcini non può più tralasciare di espandere con vita propria il fare quotidiano di disegno, illustrazione, ceramica, fotografia, annotazione di viaggio, collezionismo e molto altro. La loro materialità richiede una manualità individuale, un distacco riflessivo, una pausa operosa che è la cifra intima di uno “stile”, di un senso per il progetto. Le tecniche della cultura materiale sono la sintesi finale (o il germe iniziale) del percorso professionale e artistico dell’«uomo-artigiano» alla Richard Sennett, che scrive, e di certo avrebbe trovato Dolcini concorde: “Le capacità dell’artigiano di scavare in profondità si situano al polo opposto di una società moderna che preferisce la superficialità, la formazione veloce ed il sapere superficiale. […] Il fatto di imparare a svolgere bene un lavoro mette gli individui in grado di governarsi e dunque di diventare bravi cittadini. Il lavoro ben fatto è quindi anche un modello di cittadinanza consapevole”.

Mario Piazza

2) Lo sguardo di Massimo nel quotidiano

Una mostra poliedrica

Pesaro ha reso omaggio al suo cittadino Massimo Dolcini, graphic designer che ha contribuito a rivoluzionare il concetto di comunicazione pubblica e culturale in Italia, con un’esposizione che si è proposta di mostrare anche i molteplici aspetti della sua creatività nel quotidiano. “Lo sguardo di Massimo” è stato un affondo sul Dolcini pubblico e privato, ambiti vissuti senza confini nella sua vita e nella sua professione. Inserita nell’opera di rivalutazione che il Centro Arti Visive Pescheria conduce da diversi anni, la mostra ha costituito un’occasione di riflessione a tutto tondo su una personalità vulcanica e complessa, che ha ripreso vita principalmente grazie a un’ampia serie di fotografie inedite, alla selezione di oggetti d’uso ceramici collezionati da Massimo e da ceramiche da lui realizzate, insieme a dipinti e disegni di pregevole fattura.Infine, nell’ex chiesa del Suffragio, una cospicua serie dei suoi manifesti più significativi ha presentato il volto più noto di Dolcini, a coronamento di una rassegna che ha fatto della poliedricità la sua forza attrattiva.

Ludovico Pratesi

Pensiero manifesto

La mostra di Jesi, promossa e realizzata a cura dell’agenzia di comunicazione Tonidigrigio, non si è posta come antologica su Massimo Dolcini, ma ha scelto di essere uno spazio di riflessione e azione sul “pensiero manifesto”. Sono stati esposti in Palazzo Santoni 32 manifesti dolciniani originali, per una prima conoscenza dell’opera maggiormente nota del grafico pesarese. Il visitatore è stato poi invitato a prendere parte ad una interessante azione urbana. Alcuni manifesti dolciniani sono infatti stati ri-affissi, in forma rielaborata, sui muri della città di Jesi, per poter essere riscoperti in tutta la loro potenzialità e nella loro funzione originaria. Ma portare lo spettatore fuori dallo spazio espositivo, ha anche significato stimolarlo a riflettere su una possibile funzione del manifesto urbano “ di pubblica utilità” oggi, aprendo un confronto con le logiche comunicative attuali. Le azioni urbane hanno anche previsto un laboratorio per permettere ai partecipanti di sviluppare la propria visione “di pubblica utilità”, rimodulandola in chiave grafica per restituirla, in forma di manifesto da affissione, alla comunità.

La mostra di Spazi plurali di partecipazione

La “grafica di pubblica utilità” era questo. O sognava di essere questo: una sorta di piazza della democrazia capace di stimolare un senso di appartenenza, un coinvolgimento di soggetti plurali. Lo sforzo di restituire carica emotiva e “condivisione” ai processi della comunicazione, ibridando linguaggi, costruendo processi di lettura in cui segni della cultura “alta e bassa” si mescolano tra di loro, generando contaminazioni tra poeticità e ironia, emozione e rigore formale, regola e passione. Il progetto che Massimo Dolcini ha in mente […] nel momento in cui si assiste a una profonda revisione dell’assetto istituzionale del Paese con la nascita delle Regioni, sembra essere quello di far risplendere la consistenza della comunicazione visiva attraverso un fenomeno pervasivo che insiste sugli spazi urbani e sulle funzioni che in esso si esercitano. È “utile” quella grafica che è in grado di esaltare le realtà che lo sguardo e il corpo del cittadino incontrano quotidianamente e sanno rendere trasparenti. Una forma che si imprime ad uno sguardo in movimento affinché questo sguardo possa partecipare a una realtà politica e sociale dinamica, disposta ad aprirsi per instaurare un rapporto denso, pieno, autentico, tra soggetti e città, tra individui e territorio. Insomma, la comunicazione diventa il modo di avvicinare il cittadino alla cosa pubblica, senza cadere nell’autocelebrazione di chi amministra e senza confinare i soggetti nella gabbia della pura lettura, nella violenza di un’informazione che non ammette repliche. Come dire: la politica è un progetto che si costruisce insieme; un’operazione di ascolto e, poi, una serie di decisioni che investono ognuno di noi. La grafica, almeno allora, almeno per Dolcini, era lo strumento per rettificare le gerarchie dell’informazione, per sottoporle all’azione critica – quanto meno possibile, se non necessaria – della partecipazione di tutti.

Bruno Bandini

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