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Fino al 30 settembre Rimini è Saluti da Rimini.

11 agosto 2015 Visualizzazioni: 392 2015

Cercatelo sui muri, nella città, tra le affissioni, nei vicoli e sul lungomare, sugli svincoli nei cavalcavia.

SALUTI DA RIMINI, CITTA’ ADRIATICA

di Cristiana Colli

“Il ricco immaginario di Rimini – con la bulimica compresenza di antichità e modernità, di tradizione e novità, di velocità e lentezza, con le mille sfaccettature del mare, della campagna, delle atmosfere circensi, del cosmopolitismo e insieme di un sano legame con le radici – è uno stimolo ineguagliabile per la cultura contemporanea. Questo progetto pubblico è un’occasione straordinaria per guardare a tutta la complessità della città attraverso lo sguardo pungente di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari. Toiletpaper ha saputo proiettare le icone di Rimini in un immaginario di contrasti e cortocircuiti, con un nuovo punto di vista visionario sulla realtà”. Così Maria Cristina Didero, ospite di Demanio Marittimo 2015, ha introdotto Saluti da Rimini, un progetto che si offre a più livelli di lettura e anche di reazione.

E tra le tante e prevedibili critiche una è la più bizzarra, e anche la più inspiegabile. Più insultante l’estasi tra le patatine o l’accostamento all’astice proprio davanti al Grand Hotel? C’è da chiedersi quale punto di rottura subliminale abbiano toccato Maurizio Cattelan, Pierpaolo Ferrari e Maria Cristina Didero per scatenate l’offensiva indignata di chi nel progetto ha visto dileggio, mercificazione e offesa alla donna.

Fatto sta che le 8 cartoline gigantesche nei luoghi – cartolina della città – Ponte di Tiberio, Arco di Augusto, Teatro Galli, Castel Sismondo, Rotonda Grand Hotel, Ruota Panoramica, Stazione, Rotonda Bellariva – sono un progetto e un processo sugli immaginari, le estetiche e le retoriche del turismo balneare, ma anche una rigenerazione del modo di percepirsi prima e raccontarsi poi che la più iconica delle città turistiche italiane ha scelto di intraprendere per il tramite di un artista tra i più celebrati della scena contemporanea. Un progetto e un processo che attinge agli sguardi e alle immagini di Toiletpaper, quel deposito strabiliante e vertiginoso di vizi, vezzi, ossessioni, anticipazioni, cortocircuiti, maniere, tic, spregiudicatezze che sono un infinito inesauribile catalogo della modernità cosmopolita.

A Maurizio Cattelan è stato chiesto di raccontare Rimini, la città dove gli estremi coabitano – la frenesia della stagione turistica e il lungomare d’inverno, le feste, le discoteche, il Meeting di CL e gli eventi culturali, l’aria salata della villeggiatura e il profumo sensuale della crema solare, Leon Battista Alberti e Ron Arad, Pier Vittorio Tondelli e i DJ più rampanti. Rimini è Fellini e la piadina, è una capitale mondiale del benessere e del piacere ma anche della manifattura ad alto valore aggiunto, è un laboratorio mobile sui desideri contemporanei, le tendenze e il lifestyle dell’Italia – dal boom economico ai favolosi anni Sessanta, dall’austerity agli anni Ottanta e Novanta all’ oggi. Nelle 8 immagini Rimini è quello che ci si aspetta che sia – un dispositivo – per sé e per quelle città che fanno della loro vocazione turistica come esperienza di accoglienza e dialogo un processo di conoscenza, di comunità e di appartenenza: è contenitore e contenuto, soggetto e oggetto, è identità forte e debole, certezza e dubbio, è ibrido interrogante tra arte contemporanea ed estetica pubblicitaria. Rimini è scenario attraverso i suoi muri che diventano piattaforme di rimbalzo – soprattutto negli accostamenti casuali delle affissioni che costruiscono una narrazione tra l’eccezionalità del progetto di Cattelan e la normalità della comunicazione pubblicitaria e istituzionale della città, tra la convocazione del Consiglio Comunale, la Sagra del coniglio in porchetta e la cena di ferragosto al circolo Arci di Covignano. Se i grandi billboard posizionati nei luoghi simbolo della città sono una sorta di esposizione a cielo aperto per il tramite dei linguaggi e delle modalità espositive tipiche della comunicazione pubblica, le affissioni sui muri di Rimini sono lo scarto vero, il moltiplicatore penetrante che si fa educazione allo sguardo nel ritmo e nelle scansioni della vita vera della città e della comunità. E le coincidenze non casuali che succedono sulla Città Adriatica, portano in questi stessi giorni a Pesaro, alla Pescheria che celebra Massimo Dolcini e il suo modo di interpretare la grafica di pubblica utilità. Sono rimandi e salti quantici tra progetti che nascono con modalità autoriali, tempi e contesti completamente disomogenei. Ma non si può ignorare una stessa matrice che è quella della governance pubblica che allora come oggi cerca un common ground linguistico e visivo per comunicare con la comunità. Poco importa se sia quella locale del buon governo di Pesaro che si preoccupa di raccontare la tessitura quotidiana, il sistema nervoso e venoso della città, o quella locale, temporanea, vocazionale, globale di Rimini in equilibrio tra le accelerazioni dei desideri e le sedimentazioni dei bisogni.