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Freedom Room

10 gennaio 2015 Visualizzazioni: 417 Eco Design

Un modulo abitativo essenziale, pensato con i detenuti e prodotto in carcere

Durante la scorsa edizione del Salone del Mobile è stata presentata alla Triennale la mostra/installazione Freedom Room, con prototipi di moduli realizzati al vero e altre testimonianze di progetti che nascono dal mondo del carcere.

Freedom Room è un progetto nato dalla collaborazione tra Aldo Cibic, Tommaso Corà e Marco Tortoioli Ricci con una delle carceri di massima sicurezza italiane, la Casa Circondariale di Spoleto, dove la cooperativa Comodo svolge, dal 2003, un lavoro di formazione dedicato alla qualificazione professionale dei detenuti nell’ambito del design, della grafica e dell’editoria. La sinergia tra Comodo e lo studio di Aldo Cibic nasce nel 2009 per riflettere sulle possibilità che il design può rappresentare per qualificare il lavoro all’interno del carcere.

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Dall’ascolto di un gruppo di detenuti sono nate le riflessioni che hanno portato all’idea di “abitare-con-poco”, a un ambiente in cui, perché piccolo, gli oggetti devono assumere più di una funzione, dove lo spazio deve poter essere interpretabile e flessibile. Una cella è un guscio chiuso, definito come un modulo spaziale. Chi lo abita ha bisogno che quello stesso spazio sia cucina, camera, studio, sala giochi, armadio, palestra, biblioteca e altro ancora: un interno che viene perennemente reinventato dai bisogni e dalle necessità di chi è chiamato ad abitarlo. In quel “modulo” uno sgabello diventa un forno, un letto un armadio, una lattina un’antenna, il tavolo una palestra. Si riscopre, in quello stesso modulo e ovviamente per necessità, che lo spazio ha una dimensione flessibile se cambia l’esperienza che di esso ogni individuo può fare. Le condizioni di costrizione e di necessità, in cui si trovano a vivere molti dei detenuti nelle nostre carceri, li costringe infatti, a reinventare sia lo spazio della cella che la funzione di molti degli oggetti che vi si trovano dentro. È da questa constatazione che è partita la riflessione che ha portato alla nascita del progetto Freedom Room. Proprio i detenuti che lavorano in quella falegnameria sono diventati i consulenti del progetto: con loro è nata l’idea di uno spazio più vivibile, pensato per essere compatto e funzionale, per rispondere a nuove necessità, rimanendo nella dimensione della cella di riferimento che è di 4 x 2,7 m. Da tale nuovo concetto di ospitalità è stato sviluppato un modulo abitativo essenziale, economico, una proposta/prodotto per soluzioni temporanee, hotel diffusi, studentati, ostelli o innovative formule permanenti. Una stanza che diventa un ambiente disegnato per ottimizzare lo spazio, lavorare, studiare, soggiornare, fare festa, ma anche strumento di riattivazione urbana di spazi in disuso. Il modulo può essere posto all’interno di spazi industriali, spazi urbani, commerciali o non, non più occupati. Può diventare motore di nuove dinamiche sociali destinate a reinventare l’idea di comunità e di quartiere. Può essere considerato come un punto di partenza per ripensare alle celle delle carceri italiane, come la stanza di un albergo a basso costo o di un ostello diffuso per i giovani; allo stesso tempo potrebbe essere la risposta aperta a nuove necessità di abitazione a prezzo accessibile. Freedom Room potrebbe rappresentare inoltre anche una nuova idea di network. Un nuovo modo di accedere, prenotare, relazionarsi a social network locali dove è possibile sapere chi e come usufruisce dei moduli, chi è il tuo vicino di stanza e quali sono le sue abitudini. In un tempo di crisi, dal carcere nascono nuove idee ed esempi di innovazione, coesione sociale, riabilitazione. L’iniziativa è stata realizzata in collaborazione con Listone Giordano e Cftm.

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