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Lorenzo Morri – Il tutto e il perfetto non li sopportiamo

6 maggio 2015 Visualizzazioni: 919 Arte

di Andrea Bruciati

“Anche l’arte nel suo insieme non è altro infatti che un’arte di sopravvivere, questo fatto non dobbiamo perderlo mai di vista, l’arte, insomma, è il tentativo reiterato, che commuove persino l’intelligenza, di sbrogliarsela in questo mondo e nelle sue avversità, cosa che, come sappiamo, è possibile solo facendo ripetutamente uso della menzogna e della falsità, dell’ipocrisia e dell’autoinganno.” Thomas Bernhard, Antichi Maestri, Milano, Adelphi 1985.

In Alte Meister di Thomas Bernhard, ogni due giorni un vecchio signore si siede nella Sala Bordone del Kunsthistorisches Museum di Vienna e osserva l’Uomo dalla barba bianca di Tintoretto. Che cosa cerca? Ricerca i difetti dei capolavori. Quel vecchio signore, che conosce l’arte come nessuno – e ne trasmette i segreti a un guardiano del museo, devoto fino all’identificazione –, sa anche vedere la minaccia che si nasconde nell’arte, nella pretesa oppressiva del capolavoro. Nulla è più rischioso che osservare la tela a fondo: tanto maggiore è la gravità dello sguardo, tanto più squassante il riso convulso che ci coglie, come se dietro il significato più alto si spalancasse ancora un vortice di insensatezza… Lorenzo Morri in tal senso afferma: “Mi sento sempre strano di fronte ad un lavoro (opera) da realizzare se non ho già in mente qualcosa, se non ho già visto qualcosa. Partire dal reale utilizzando fotografie, appunti o tutto ciò che nel tempo ho archiviato per poi essere riadattato al mondo contemporaneo. C’era una volta una figura al centro del supporto; un’altra volta c’era una trama dipinta”. Partire dal reale per ricomporlo come faceva Picasso e creare dell’altro, più rispondente alle nostre esigenze o semplicemente più autentico e a noi vicino perché deficitario di quell’idea di capolavoro. Sempre Morri ribadisce: “Io rubo e ho sempre rubato in senso buono a tutti: riflessioni dei miei professori universitari sulle proprie opere, pensieri delle persone, foto scattate dai miei amici, i materiali scartati perché inutili. Odio la perfezione e chi si crede «perfettino»”. Il linguaggio in fondo, sempre parafrasando Bernhard, non serve quando si tratta di dire la verità, di comunicare qualcosa, la tela permette a chi dipinge soltanto l’approssimazione, sempre e soltanto la disperata e quindi anche dubbia approssimazione all’oggetto. Il linguaggio non riproduce che un’autenticità contraffatta, un quadro spaventosamente deformato; le parole calpestano e alterano tutto, e sulla carta trasformano la verità assoluta in menzogna. Una convulsione quella di Morri o semplicemente una movimentazione per frequenze difficili da catturare in un frame. Ammette: “Non riesco a fissarmi delle date, scadenze, chiudono il pensiero che volge sempre lo sguardo all’infinito. Il mio lavoro non funziona se ha un tempo d’arrivo o se ha un arco di tempo in cui mi devo sforzare per produrre un opera. Mi piace paragonarmi ad un auto sportiva che ha bisogno di un pilota attento, ad una macchina troppo rumorosa ma funzionante, una chitarra elettrica a tutto volume che poi diventa improvvisamente calma, silenziosa”.

Che sia quasi una sensibilità dionisiaca con la quale l’artista preserva e rende autentica la sua azione… L’opera d’arte nel suo insieme non è altro che un’arte di sopravvivere: è il tentativo reiterato, che commuove persino l’intelligenza, di sbrogliarsela in questo mondo e nelle sue avversità. E racconta: “Amo rapportarmi coi media con lo sguardo di un bambino troppo cresciuto dispettoso e al tempo stesso di un cavernicolo. Ritirarmi un pomeriggio in montagna, abbandonarmi alla metropoli, attraversare un fiume, prendere un ascensore, pungermi con le rose, ascoltare la gente”.

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