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L’atelier-laboratorio di Aurelio Biocchi

24 aprile 2015 Visualizzazioni: 605 Restauro

Progetto di Paolo del Dotto e Barbara Baiocco

di Cristiano Toraldo di Francia

Che la rivista Mappe potesse diventare luogo di incontri, informazioni, link per i numerosi protagonisti dei territori del progetto in grado di favorire la partecipazione di una comunità di amici alla tessitura di questa rete di relazioni, era e continua ad essere una delle vocazioni di questa piattaforma cartaceo/digitale. Personalmente devo a Laura Pola, eclettica e sensibile patron di cibi, di arti e di mestieri in quella sua “Osteria La Fisarmonica“ di Castelfidardo che lei stessa ama definire “una metafora più che un ristorante, un locale inclusivo”, l’occasione di avere scoperto e raccontato il mondo degli artigiani della Fisarmonica, l’incontro con la nostalgia marchigiana di Pio Monti, e per ultima la segnalazione appassionata di questo formidabile manipolatore di stoffe che è Aurelio Biocchi, con cui da subito, racconta Laura, si è creata formidabile sintonia quando stava preparando l’abito da sposa per sua figlia Camilla.

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Il mio incontro con Aurelio Biocchi avviene in un pomeriggio di ottobre, in una grigia serata nebbiosa e piovigginosa durante la quale, uscito dalla superstrada a Montecosaro, provenendo da Macerata, seguo le indicazioni telefoniche che mi portano in una rada periferia industriale fino ad un grande capannone anni ’60 con copertura curva e tiranti. Sul portone mi accoglie Aurelio e subito iniziano le sorprese anticipate da un percorso interno inaspettato, che attraverso un ingresso delimitato da lisce pareti rosso fuoco mi introduce per un corridoio sempre più stretto e tortuoso, che alla fine esplode in un grande luminoso spazio teatrale di cui non si vede la fine, perché nascosta da una serie di quinte di leggerissima telina, il “cencio di nonna”. Questo è l’atelier- laboratorio-mostra di Aurelio Biocchi nel quale si alternano manichini con indosso vestiti sperimentali, gruppi di abiti appesi come morbide sculture, grandi pannelli fotografici alle pareti, objets trouvés, macchine da cucire, fotocopiatrici, il tronco con rami di un gelso abbattuto, un monte di vecchie valigie di cuoio, una distesa di vecchi infissi in legno, mucchi di morbide organze… Non è facile definire l’attività di Aurelio, che alterna la sua capacità di sarto scultore di stoffe a quella di fotografo inventore di storie a quella di scenografo allestitore di ambienti favolosi. Ha fatto di tutto nella sua vita. Nasce a Porto san Giorgio diviso tra l’attrazione per la scuola di taglio e cucito della madre (di se stesso dice che ha imparato a cucire prima di parlare) e il lavoro duro della terra. Si è laureato in Agraria, ha fatto il paracadutista, ha imparato la fotografia nell’esercito, ha però sempre confezionato abiti su misura per i suoi amici in un piccolo laboratorio in casa. In seguito ha lavorato per numerose famose aziende, acquisendo conoscenze tecnologiche su diversi materiali dalle plastiche alle stoffe, finché finalmente, trovato un capannone in disuso abbastanza grande per accogliere tutte le sue attività, ha aperto il suo laboratorio personale. In un primo tempo, volendo anche abitare all’interno dello spazio del capannone, ha chiesto ai due architetti Barbara e Paolo Del Dotto di disegnare un ingresso che fosse anche il supporto per un piano rialzato dove ricavare la propria abitazione. Quando Aurelio mi ha detto chi fossero gli architetti ho ricordato come Barbara e Paolo fossero stati miei assistenti per alcuni anni e tra i primi laureati della Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno con una tesi coraggiosa sul recupero dei capannoni delle officine Cecchetti a Civitanova. Mentre in quel caso l’intuizione della tesi è stata disattesa e ora, demoliti i capannoni e la loro memoria, la città si ritrova un quartiere di palazzine residenziali, in questo caso invece il capannone dismesso torna a vivere grazie alla volontà di un grande sarto, Aurelio Biocchi, attraverso l’immissione di nuove funzioni dall’abitare al progettare, al fotografare, al creare e confezionare abiti fino alla loro presentazione come evento. Così in questo grande invaso di quasi 800 mq convivono due architetture: una dura e opaca fatta di intelaiature di ferri rivestiti di pannelli di cartongesso, che delinea spazi e obbliga i percorsi iniziali ed una morbida, delimitata da elementi temporanei e semitrasparenti, fatta di stoffe e fili tesi, che Aurelio spesso cambia per accogliere come in un teatro le varie scene del suo continuo rivestire i corpi, sempre differenti, che si affidano alla sua abilità creativa. Ed è in questo spazio teatrale trasformato in scuola per un pomeriggio, che Biocchi trova anche il tempo per “vestire i panni” dell’insegnante per un workshop con gli studenti della Scuola di Architettura e Design dell’Università di Camerino.

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