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Le Archipitture di Cemack in Ancona

29 marzo 2017 Visualizzazioni: 284 Exhibit

Appunti per una mostra

Incontro Francesca. Mi dice che ha un locale ad Ancona, ora dismesso da un Timbri cio che si è trasferito in altra sede. Prima ancora era un laboratorio di Tappezzeria. Sta pensando a quale uso destinare il locale. Mi piacerebbe, dice, magari farci una Galleria d’Arte (la prima cosa che viene in mente da fare in un locale ex artigianale o ex industriale è di destinarlo a “qualcosa di culturale”. Non saranno troppi? Personalmente sono nostalgico dei laboratori, of cine, fabbriche – anche questi “spazi culturali” secondo me), ma i tempi, così mi dicono, stanno cambiando… Andiamo a vederlo, lo spazio. È semplice, povero, quasi umile, sa profondamente di lavoro, è dismesso e malandato al giusto punto da poterlo definire interessante, affascinante. L’estetica del povero! Un’altra possibilità, mi dice Francesca,  è venderlo o affittarlo. Bene, le dico, nell’attesa di venderlo o affittarlo facciamoci una mostra, così mostriamo ai visitatori la mostra e anche il locale. Ogni luogo in cui vengono esposte delle opere dà forma alla mostra stessa. Allora, il titolo: “VENDESI AFFITTASI”.

Il luogo: ex Tappezzeria, dunque stoffe, tele, disegni stampati su tessuti, ex Timbri cio, dunque stampa, timbro, segno (immagino quante volte avranno stampato la scritta “Vendesi Af ttasi”!). Roba per pittori e disegnatori! Da un po’ di tempo produco opere il cui soggetto è ispirato dalla città che le accoglie in mostra. Se non proprio un lavoro “site specific”, almeno un lavoro “city specific” (un po’ di english ci vuole). Così è stato un anno fa per una mia mostra ad Ancona presso la Galleria Puccini, e così è stato per un’altra mia mostra tenutasi quest’anno a Lugo di Romagna.

Sto lavorando ad una specie di “archipittura”, dove si trovano presenti, appunto, la città, il suo spazio urbano, le sue architetture, i suoi muri, le sue insegne, i suoi segni di “street art” (che va ora così di moda da essere non solo permessa, ma incoraggiata, sostenuta e commissionata, quasi una specie di street art food, da consumare). Questi sono i soggetti, anche se penso che per un quadro il soggetto sia solo un pretesto per fare pittura. È un oggetto, un dipinto, non un paesaggio, non un muro, non una città. Un quadro è un quadro, appunto. Nel vedere la mostra allestita, cara Francesca, mi viene in mente un’idea veramente originale, perché nell’ex Timbrificio non ci facciamo una Galleria d’Arte?

Leonardo Cemak

Leonardo Cemak ai confini della realtà

È innegabile che Cemak abbia scelto questo luogo dimesso, nel cuore di Ancona, come contesto ideale per le sue “Archipitture”.
Lo spazio non è degradato senza rimedio, anzi, esibisce segni di ammodernamento abbastanza recenti (uno spartano ufficio con “vista” sull’area di lavoro). Pavimenti in graniglia grigia con macchie di origine non identificabile, pareti bianche ma non candide, impianto elettrico a vista, luci al neon. L’esposizione delle opere inizia dal corridoio di ingresso, con un piccolo palinsesto in memoria del luogo in attività: l’impronta di una mano sporca di nero, una rosa stilizzata che ricorda i decori di una stoffa (il luogo è stato un timbrificio e una tappezzeria), entrambi su un fondo giallo sbavato dal tempo. Poi il colore è sopraffatto dai bianchi, dai grigi, dai neri. Paesaggi, segni nei paesaggi, brani di città (Ancona, Falconara, Senigallia, Lugo di Romagna) dipinti ad acrilico o disegnati a matita su grandi fogli di carta, disposti in giustapposizioni, corrispondenze, integrazioni che non seguono una definita linea narrativa. Sembrano pensati per creare un sottile senso di inquietudine nello spettatore, appena riconosciuto il luogo rappresentato. Familiare, ritratto con raffinato realismo, eppure segnato da qualcosa di bizzarro, insolito, ai confini della realtà. Calembour visivi (un notturno illuminato dallo splendore di una luna stranamente terrestre), situazioni paradossali (la preda che insegue il cacciatore in un graffito “rupestre” su cemento urbano) e altri soggetti surreali rivelano il sottile umorismo di Cemak, disegnatore satirico di vaglia, oltre che artista. Ma la cifra determinante in questi lavori è più intima e lirica. Prendiamo Ancona. Lo sguardo di Cemak coglie con fotografica precisione dettagli di elementi “disturbanti” o considerati di poco conto, destinati a essere scartati negli scatti dei fotografi da cartolina: li della luce che si incrociano nell’aria dalle parti del porto, piccioni che beccano qualcosa a terra nel nulla, una panchina vuota su cui preme una parete fitta di fronde. Gli ambienti in genere non sono abitati, tranne che da singolari, sporadiche presenze. La più significativa: il conte di Cavour sceso dal suo piedistallo nella piazza a lui dedicata, ritratto di schiena, curvo nella sua palandrana. Osserva, fermo, in silenzio, l’intorno. Eppur si muove. Lo ritroviamo, nella stessa postura, su un corso Garibaldi – orgogliosa direttrice dell’urbanistica postunitaria – notturno e deserto, con oche luminarie natalizie sospese tra i due marciapiedi. Il giro dello spettatore continua entrando nell’ufficio dove dalla finestra aperta sullo spazio centrale si gode la vista di un’altra vista: il Belvedere del Passetto: un pavimento in primo piano, una balaustra sul mare, l’apertura su un paesaggio negato da un fondale nero, denso, senza profondità. A fianco, un uomo – l’alter ego dell’artista – inizia con una pennellessa ad allargare quel fondale scurissimo all’intera parete e forse continuerà superficie su superficie…

Marta Alessandri

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