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Maestri Marchigiani: Franco Bucci

15 gennaio 2015 Visualizzazioni: 1048 Design

Colloquio con Viviana Bucci a cura di Marta Alessandri

 Il Design democratico

Franco Bucci (1933-2002) è stato un personaggio di grande spessore, umano e professionale, protagonista nella vita culturale e politica di Pesaro soprattutto negli anni ’70-80. Il suo nome rimane legato alla straordinaria avventura del Laboratorio Pesaro e alle sue produzioni artigianali in serie di oggetti in grès in un epoca in cui tale materiale era pressoché sconosciuto nella realizzazione della stoviglieria e altri oggetti d’uso nella produzione nazionale. In una città di provincia del primo dopoguerra, dove le giovani generazioni che si apprestavano alla formazione per un lavoro creativo non conoscevano ancora il concetto di “design”, la scelta dell’abbandono del destino “artistico” per privilegiare la progettazione e la realizzazione seriale di oggetti d’uso quotidiano, ha avuto per Bucci un ulteriore significato fondante. La nobilis simplicitas delle sue creazioni affonda le sue radici nella ricerca culturale ed estetica continua del progettista e le distingue dalla vuota ostentazione formale degli anni ’70-80, rendendole oggetti senza tempo, che devono la loro vitalità al lavoro sull’essenziale, sul minimo, su quanto è, in realtà, “la sostanza dell’oggetto” (Franco Bertone). Raccontiamo la storia di Franco Bucci, con sua figlia Viviana.

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Qual è stata la formazione culturale di Franco Bucci nella Pesaro degli anni ’50?
Bucci ha frequentato l’Istituto d’Arte Mengaroni, sezione Metalli. Una scuola frequentata dai giovani che avevano qualche dote artistica, che poteva anche garantire un posto di lavoro presso uno dei tanti artigiani pesaresi. Erano gli anni d’oro del Mengaroni. Vi insegnavano egregi professori con grande esperienza nei mestieri (testimoni della vera sapienza artigiana), con altri che arrivavano dalla più “evoluta” Firenze. Questi ultimi erano un gruppo di giovani audaci e scapigliati (Giuliano Vangi, Loreno Sguanci, Vladimiro Vannini, Roberto Ciolli) che avevano pochi anni più dei loro allievi. Il clima era effervescente e sicuramente questo incontro fra sapienza antica e dinamicità giovanile ha fatto scattare il “genio” di mio padre. Da allora ha sempre cercato di coniugare il grande rispetto per la materia, la sapienza tecnica artigiana, con la capacità di guardare avanti con creatività e orgoglioso spirito libero.

Franco Bucci iniziò nei primi anni ’60 la produzione artigianale di pezzi unici in rame smaltato, ma sin dagli inizi voleva portare la serialità nel suo lavoro. Come è nata e come si è evoluta l’esperienza del primo Laboratorio Pesaro?
Le prime foto di mio padre con un pezzo in rame smaltato risalgono al ’52. Aveva 23 anni e il suo primo laboratorio era nella soffitta della casa di sua madre. Fondò poi con Paolo Sgarzini, Vladimiro Vannini, e – in seguito – con Aldo Jacomucci, Mastro 3, che subito iniziò a produrre rame smaltato in piccole serie. Nel 1961 nacque l’esperienza del Laboratorio Pesaro. Nanni Valentini, Filippo Doppioni, Roberto Pieracini e Franco Bucci si misero insieme con l’idea di creare un centro di produzione, utilizzando varie tecniche artigiane, di oggetti orientati verso la modernità. Lavoravano in gruppo, scambiandosi idee ed esperienze tecniche sulle materie. In quegli anni è nata la passione di Bucci per la ceramica. Il rame smaltato è un materiale bellissimo ma la poca duttilità e gli alti costi della materia prima limitavano il suo grande sogno di produrre oggetti belli e funzionali a prezzi il più possibile contenuti. Nel 1966 il gruppo si sciolse e Bucci iniziò a dirigere il Laboratorio Pesaro, insieme a mia madre Anna1 fino al 1995. In questi decenni il suo progetto iniziale si è compiuto: Bucci è riuscito ad entrare in moltissime case con i suoi oggetti belli, resistenti e funzionali. Da usare tutti i giorni.

Bucci in quegli anni ha avuto esperienze importanti anche fuori Pesaro.
Nonostante la lentezza delle comunicazioni, già dell’epoca di Mastro 3, Bucci e i suoi soci erano approdati a Milano grazie alla Galleria Il Sestante che allestì una mostra delle loro creazioni nel 1958. Entrarono così in contatto con Ettore Sottsass e con altri importantissimi designer e artisti. Da quel momento Milano diventò un punto di riferimento costante nella vita di Bucci: qui c’erano gli amici più cari come Gianni Sassi e i migliori negozi di design e oggetti per la casa che per decenni sono stati suoi clienti (e i cui titolari molto spesso diventavano suoi amici, come l’architetto Paolo Tinche, del prestigiosissimo “Arform”, ancora esistente). Il Salone Internazionale del Mobile di Milano fino alla fine degli anni ’80, aveva un padiglione dedicato alle aziende di alto artigianato. Al confine tra artigianato artistico e design, come il Laboratorio Pesaro, erano quelli che osavano e sperimentavano. Ne ricordo solo alcuni: Renata Bonfanti (tessuti), Alessio Tasca (ceramiche), Renato Burchiellaro (metalli), Pompeo Pianezzola (ceramiche), Fior Candido (pietra), Gigi Sabadin (legno). Ci si incontrava al Salone due volte l’anno e nascevano immancabilmente idee, progetti, si scambiavano esperienze, opinioni. E si formavano legami, amicizie, rapporti di collaborazione che sono durati per sempre.

La nuova stagione di autonomia del Laboratorio Pesaro è nata da uno strappo con Nanni Valentini sulla ideologia della progettazione. Quali erano le diverse prospettive su questo tema?
Molto semplicemente Nanni voleva fare l’artista (e ci riuscì benissimo viste le meravigliose opere che ci ha lasciato) e a mio padre interessava produrre oggetti. Tanti, belli, funzionali, fatti a regola d’arte. Affermava: “preferisco entrare in dieci milioni di case piuttosto che in cinque musei”. Questa differenza di pensiero, che oggi sembra del tutto naturale, creò tra i due una rottura profonda, un contrasto che perdurò molto tempo, ognuno convinto e appassionato della sua idea. E alla fine le loro strade si separarono. Visto che il Laboratorio Pesaro era nato con l’obiettivo di vendere oggetti, Bucci ne assunse la direzione e ne proseguì l’attività da solo. Ormai si era ben impadronito anche dell’arte della ceramica. Dopo quasi vent’anni da questi episodi ci fu un pranzo domenicale nella nostra casa in campagna. Ricordo che rimasi colpita di come l’affetto, la stima, la piacevolezza dei ricordi di quel periodo scapigliato e unico si sono dimostrati assolutamente intatti, intoccabili.

Bucci era dunque libero di avviare la produzione di un’oggettistica per la tavola alla luce delle indicazioni del Bauhaus nella ricerca dell’oggetto semplice, resistente, utile, bello, a un prezzo popolare. La realizzazione di un design “democratico” anche nella ceramica. Il materiale con tutti i requisiti, compreso il basso costo, era il grès, poco noto in Italia. Puoi raccontarci come Bucci creava gli impasti con cui ha realizzato l’intera sua produzione ?
In quegli anni in quasi tutta Italia era diffusa la la terraglia e la maiolica, ceramiche dai componenti più “morbidi” che reggono cotture a temperature al massimo di 600°. Nell’Europa del nord invece, imperavano la porcellana e il grès, ceramiche più resistenti che possono cuocere fino a 1300°. Mio padre pensava che era tempo di superare il limite tecnologico della ceramica allora prodotta in Italia (le stoviglie in maiolica si sbeccano facilmente, lo smalto non vetrifica e può rilasciare elementi tossici…). Nella sua ricerca di modernità Bucci scelse di importare il grès, il materiale ceramico più adatto per realizzare oggetti resistenti e durevoli con uno smaltatura che cuocendo ad altissime temperature vetrifica, diventando inattaccabile dall’uso quotidiano e dal tempo. Dopo questa scelta è iniziata anche una delle più grandi “battaglie” di Bucci, quella di vincere un grande problema del grès: lo spessore. Era quasi impossibile, nei primi tempi della sua produzione, assottigliare troppo gli spessori degli oggetti, pena storture e rotture in forno. Questo era un limite, perché gli oggetti erano piuttosto pesanti inizialmente ma, nei quarant’anni di continua ricerca tecnologica sugli impasti e sulle varie fasi di lavorazione, era approdato man mano a risultati eccezionali. Aveva imparato a rendere il grès leggero e sottile. Il suo ultimo impasto, lo Stonefire, un grès superpirofilo creato nel 2000 ancora oggi prodotto da Ceramiche Bucci, lo dimostra.

Altrettanto importante era la ricerca sugli smalti, considerando le esperienze di Bucci con il rame smaltato, in cui il colore deve le sue trasformazioni tonali all’azione del fuoco. La ricerca sugli impasti e sugli smalti interessava Bucci quanto la progettazione formale degli oggetti.
La ceramica è alchimia, diceva mio padre. Prove e controprove, mescolanze varie, apparentemente casuali. Decine di quadernetti con le formule annotate. E i sacchi, i barattoli con grandi etichette scritte a mano, contenenti polveri accuratamente miscelate con il bilancino di precisione. Giare piccole o grandissime che giravano ore e ore per la miscelazione dell’impasto, operazione che doveva essere precisa anche quella. E alla fine, il fuoco e il calore del forno tenuto sotto controllo con grande attenzione. L’apertura dei forni, dopo dodici ore di cottura e dodici di raffreddamento era sempre un evento atteso… e temuto.

Quali sono state le tipologie di oggetti dagli inizi della produzione con caratteri particolari e innovativi?
Innanzitutto bisogna ricordare che negli anni fra il ’60 e il ’70 il mercato era invaso da ceramica decorata, soprattutto nei servizi da tavola. Fiori e nastri dappertutto. Le cose più “innovative” erano i decori geometrici. Il Laboratorio Pesaro guidato da mio padre e mia madre si seppe imporre in questo mercato con oggetti essenziali, dai colori caldi della terra, con pochissimi orpelli. E fatti con un materiale del tutto nuovo, il grès, pesante e resistente. Molti definivano i nostri oggetti “rustici” definizione che mio padre aborriva. Effettivamente la produzione che disegnava e realizzava si è sempre ispirata alla ceramica popolare. In catalogo, fin dall’inizio, c’erano tutti i classici del tempo: servizi da tavola, da tè, da caffè, vasi, centrotavola. Sull’assortimento occorreva adeguarsi, se si voleva raggiungere l’obiettivo di costruirsi un mercato. E ci riuscirono: in ogni grande città italiana, il miglior negozio del settore era cliente del Laboratorio Pesaro. E già da allora iniziavano ad esportare all’estero: Francia, Inghilterra, Usa e Giappone.

Nel disegno dei suoi oggetti Bucci ha privilegiato due linee di influenza estetica: la tradizione locale e la cultura progettuale dei paesi nordici.
Alla scuola del grès europeo, scarno ed essenziale, Bucci ha aggiunto il sapore delle forme e dei colori della ceramica italiana e mediterranea. Il “decoro” lo cercava con gli smalti e le varie tecniche di smaltatura. Screziature, sfumature, cristallizzati, tagli di colore, ingobbiature e incisioni al tornio, sono stati i suoi pennelli. Le forme ispiratrici erano quelle della ceramica popolare, più o meno antica. Lui e mia madre viaggiavano spesso, soprattutto in Italia e nel Mediterraneo. Dove c’era un museo archeologico Bucci lo visitava, ansioso di scoprire fra i reperti la coppa, la ciotola, il vasetto, il contenitore che avrebbe potuto reinterpretare. Spesso usciva da queste visite affermando che ormai era già stato fatto tutto, che una tazza è una tazza, c’è poco da fare. E diceva che, per quanto riguarda le produzioni della tradizione, aveva solo ridisegnato le forme con pochissime modifiche, aggiunto il sapore delle smaltature, lavorato sui bordi, tenendo conto della realizzabilità dell’oggetto in serie.

Bucci aveva un rapporto molto stretto con la tradizione ceramica popolare del territorio pesarese, da lui riscoperta e fonte per lui di continua ispirazione.
Sì, ebbe una grande passione per la ceramica popolare di Fratterosa, minuscolo paese di poche centinaia di abitanti nell’entroterra di Pesaro. Fino a metà del ’900 erano lì attive più di quaranta fornaci, favorite dal fatto che nei dintorni del paese vi erano zone ricche di argilla. A fine anni ’70 ne erano rimaste aperte solo un paio. Mio padre investì moltissimo del suo tempo nel ricostruirne la storia, progetto che culminò con l’apertura del piccolo Museo delle Terrecotte, oggi purtroppo chiuso. Ricostruì tutte le forme ormai perse facendole riprodurre, a memoria, dall’ultimo bravo torniante rimasto e si fece raccontare tutte le peculiarità del mestiere dai vasai del luogo, poi raccolte in un libro da lui curato. Quello che gli piaceva era il rapporto che esisteva fra l’artigiano ceramista e la sua clientela. Il più della produzione veniva realizzato nei mesi caldi e nei lunghi mesi invernali i ceramisti andavano in giro per le campagne spingendosi fino alla costa, visitando i loro clienti – contadini e pescatori – per raccogliere ordini. E da queste visite nascevano i nuovi oggetti, frutto di richieste specifiche, bisogni reali, in perfetta sintesi di forma e funzione. Ad esempio, la “bottiglia” per il pescatore con il fondo piatto per evitare che rotolasse sul fondo della barca con il mare mosso o la borraccia con un manico particolare che la rendesse trasportabile a tracolla dal contadino nel lavoro nei campi.

Bucci ha compiuto altre esperienze sia all’estero che in Italia, che hanno contribuito alla sua maturità di progettista.
Le esperienze all’estero sono iniziate a Città del Guatemala nel 1964 quando vinse il concorso per l’esecuzione di un pannello in rame smaltato di 110 mq per il “Credito Ipotecario National”. L’anno seguente ricevette la commissione di un secondo di 130 mq e un altro ancora nel 1967, di 280 mq, questa volta in ceramica (che fu realizzato insieme a Nanni Valentini). Mio padre andava personalmente in Guatemala ad assistere al montaggio finale e ci stava un paio di mesi. Erano avventure, al tempo. Nel ’68 la nostra famiglia si trasferì a Tunisi, dove Bucci aveva avuto un posto da insegnante di rame smaltato nei laboratori centrali de l’Office National de l’Artisanat, incaricato dal ministero dell’Istruzione italiano nell’ambito di un programma di aiuti ai paesi sottosviluppati. L’esperienza tunisina fu meravigliosa: vivevamo da gran signori e il posto era ancora intatto e bellissimo; abitavamo nel paese più chic, Sidi Bou Said (quello del Cafè des Nattes dove soggiornavano Jean Paul Sartre, Paul Klee e August Macke). Non appena rientrati da Tunisi, nel ’70-83 iniziò e si svolse la collaborazione con un colosso mondiale della ceramica, la Villeroy&Boch a Mettlach, in Germania, con il suo grande amico ceramista e designer Federigo Fabbrini. Negli stessi anni (’70-75) collabora con il Gruppo Iris di Sassuolo. Erano anni frenetici in cui si assentava spesso, ma nello stesso tempo investiva tutte le sue energie nella crescita del Laboratorio Pesaro, che infatti in quegli anni prese definitivamente il volo. Bucci era un curioso, amava imparare ed era capace di trarre insegnamenti sia dalla botteguccia ancestrale del ceramista tunisino che dalla grande fabbrica tedesca con 5mila operai. Quest’ultima aveva messo a disposizione sua e di Fabbrini addirittura un laboratorio pilota con tanto di tecnici pronti a realizzare i prototipi da loro progettati. Che, per inciso, non furono mai messi in produzione. Di questo mio padre se ne dispiaceva ma, allo stesso tempo, era ammirato dalla “potenza” della Villeroy&Boch che poteva permettersi tali investimenti sulla ricerca di nuove forme.

E la sua collaborazione con la Iris Ceramiche?
Fu un’esperienza importante. Progettò collezioni di mattonelle molto interessanti, ma ruppe con il presidente della società perché non si voleva convincere a cambiare il materiale con cui le producevano: un grès rosso di provenienza italiana giudicato da mio padre troppo tenero. Poi, due anni dopo le dimissioni di Bucci, la Iris Ceramiche fu costretta ad abbandonare quel materiale per il grès “vero”, come lui aveva previsto. Dall’esperienza in Iris nacquero varie cose importanti che segnarono le sue future scelte progettuali. Fu “costretto” ad affrontare la decorazione e lo fece chiedendo aiuto a Massimo Dolcini, grafico suo grande amico. Massimo lo aiutò a trasformare i suoi disegni graffiti in pellicola che poi veniva usata per realizzare le serigrafie sulle mattonelle. Questo fattore sdoganò finalmente la sua avversione totale per il decoro. Realizzò (primo in Italia) la mattonella 40×40 cm, il che sicuramente fu la prima ispirazione a produrre la ceramica in grandi dimensioni. Strinse un’amicizia fraterna che durò tutta una vita con Gianni Sassi, allora art director all’Iris, che aveva avuto l’idea di chiamare come consulenti ceramisti di valore come Chapallaz, Tsolakos e mio padre. Sassi, milanese, era una figura poliedrica: art director, editore di “Alfabeta” e “La Gola”, produttore discografico e operatore culturale innovativo, coinvolse mio padre nelle sue attività, come la produzione dei Piatti della Poesia, edizioni su ceramica della la parola di poeti, musicisti, intellettuali all’avvanguardia.

L’aspirazione ai grandi formati ebbe poi un compimento successivo…
Sì, il progetto che realizzò, con fatiche titaniche, nel suo Laboratorio Pesaro nell’87, con la messa a punto del materiale Ipergrès Monolite, lastre in ceramica di 2 metri x 2 con uno spessore di 2 centimetri. Un risultato davvero unico per i tempi, che rappresenta perfettamente il lavoro di mio padre, quel risultato sempre cercato in più di quarant’ anni. Un prodotto dove la ricerca tecnologica, la funzione e la bellezza si incontrano con armonia.

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Sfoglia la rivista Mappe 3
  • Ciotola, rame smaltato, 11 cm h, Mastro 3, 1952
  • Vasetto, rame smaltato, 15 cm h, Laboratorio Pesaro, 1965-75
  • Franco Bucci dosa gli ingredienti per la realizzazione degli smalti, anni ’70