MENU

Maestri Marchigiani: Michele Provinciali

19 gennaio 2015 Visualizzazioni: 1494 Visual Design

Il grafico dal cuore pesante

a cura di Marta Alessandri
con la collaborazione di Viola Tonucci

“Sarebbe una condizione avversa
al ‘cuore pensante’
s’io potessi offrirvi parole espresse
con propositi di chiarezza.
Purtroppo non posso farlo essendo io stesso un uomo di metafore,
evocativo con forti venature di fabulazione,
legato all’emozione per filo ombelicale,
soprattutto in questo momento,
dinanzi alla vostra attesa di un messaggio,
che seppur traslato, non è per nulla facile.”

Michele Provinciali
da “Il cuore pensante”, Fondazione Mirò, Barcellona, 1995

Provinciali, maestro marchigiano? parmigiano? milanese? persiano?

di Mario Piazza

Chi era Michele Provinciali? Che sia stato un grande grafico della stagione in cui la grafica italiana ha avuto una forte notorietà è noto. Dopotutto nel panorama editoriale, così modesto e sparuto, di studi e/o monografie (dal tono bonariamente divulgativo) Provinciali ne esce bene. Qualche libro sul suo lavoro è stato pubblicato e in una logica banalmente da classifica sportiva ben si posiziona. Credo gli spetti un indiscusso secondo posto, dopo Albe Steiner. Quindi almeno come grafico lo si dovrebbe conoscere. Ma sfogliando i volumi monografici, in cui l’autore stesso ha messo non solo le mani, risulta anche difficile avere un quadro minimamente cronologico del suo lavoro. E questo è già un assunto della sua personalità. Provinciali studia storia dell’arte ad Urbino (e questa è forse una delle ragioni di un accasamento in terra marchigiana). Si occupa di Raffaello e della critica su Raffaello. Poi va a Chicago a studiare al New Bauhaus, l’utopia europea nella nuova frontiera. Porta sempre con sé gli odori e i sapori della pasticceria di famiglia a Parma. Forme sublimi e insegne novecentesche, fra lo skyline delle prime torri moderniste. Nel 1953 torna in Italia e collabora all’ultimo numero della rivista “Spazio” diretta dall’architetto Luigi Moretti. Si aprono i contatti con gli architetti e il mondo del design. Le tappe del successo sono folgoranti: dà il volto alla Kartell, la fabbrica che meglio di tutte esprimeva il nuovo nei materiali e nella forma dei prodotti; partecipa a quasi tutte le riviste del progetto, da “Stile e Industria” a “Edilizia Moderna”, da “Abitare” a “Architettura Cantiere”; inventa un house organ memorabile come “Imago”; disegna marchi e pagine per le più importanti aziende del settore del mobile. E poi collabora agli allestimenti della Fiera di Milano e della Triennale con i fratelli Castiglioni e altri grandi architetti. Un grafico allora? o un agitatore? I “milanesi” lo chiamavano il grafico filosofo, solo perché voleva entrare nelle forme, viverle e spiegarle. Non bastava la facciata perfetta, anzi. D’altronde Provinciali voleva sperimentare. La grafica svizzera gli era quasi ininfluente, tanto meno la sua canonizzazione. In America aveva studiato un metodo, si trattava ora di metterlo alla prova con la culla mediterranea. E il miglior posto per sperimentare è la scuola, la Scuola del Libro all’Umanitaria, partendo dal cambiare i banchi e le posizioni reciproche tra allievi e insegnante. Anche partendo dalla fotografia. “Il suo metodo consiste nel ricercare costantemente la scoperta e il possesso della forma” ricorda Antonio Arcari, collega all’Umanitaria, fotografo e studioso hands-on “Il soggetto non è più fuori di noi, ma in noi.” Un fotografo anche? E un insegnante straordinario? A leggere invece la voce di Wikipedia su Provinciali ci pare quasi di essere fuori strada. Così recita: “un illustratore, designer e grafico italiano.” Illustratore? Dubito. Certo forse sinteticamente si vogliono rendere i tratti più evidenti dei suoi successi. Perché anche pragmaticamente, in un momento propizio come quello del boom, Provinciali si impegnò per dare una forma strutturata al mestiere. Un manager? Sapeva come si faceva: prima da solo, ma con molti contatti e complicità. Poi con altri grafici (molte prime donne dello stile milanese): i CNPT, ovvero Confalonieri, Negri, Provinciali e Tovaglia. Un supergruppo. Durò poco, il vezzoso Confalonieri quasi subito se ne andò (con qualche cliente). Poi un vero studio internazionale, il Minale, Tatterfield, Provinciali Ltd. Durò poco, perché Michele era desideroso di altri orizzonti, trovare le conferme della modernità, nell’antichità, nell’alba della civiltà. Nel 1968 la Provinciali Spotorno Editori (un editore?) organizzano la prima grande spedizione archeologica in Iran. Ne seguirà una seconda nel 1971. Archeologo? Viaggiatore? “Dinnanzi all’arco dei 2.500 anni di storia […] io mi chiedevo se si dovesse filtrare la somma delle nostre esperienze (studi, incontri, notizie, migliaia di foto e di chilometri percorsi) in una stesura unitaria inevitabilmente azzardata perché tesa più sul filo della vocazione, o decidere per l’apporto di esperti coll’intesa difficile ed ambiziosa di segnare i punti salienti di quell’arco temporale. Esitavo dinnanzi a questa scelta, cui erano propensi i compagni, per un’avversione di fondo che ho verso ogni impresa di tipo antologico” (1972).

Leggi di più

Così il viaggio diventa il secondo libro della Provinciali Spotorno Editori, e alcune reliquie archeologiche vengono incastonate nei muri di pietra della casa di Novilara. Il nuovo centro. Dopo la pasticceria degli dei, un feudo, una cittadella. Una casa antica tutta inventata, una casa contenitore, dove mettere in scatola e custodire altre invenzioni, altre scatole. Un architetto? Un inventore? Un narratore? “Michele Provinciali può sentirsi felice soltanto in un ambiente che rappresenta la fedele ricostruzione archeologica di un passato privato che non c’è: un passato di libera invenzione, anzi di libera elezione.” (Isa Vercelloni, 1971) Così tra una scoperta nel deserto persiano, un manifesto per le gemelle Kessler, una pubblicità per la Zanotta, Provinciali diventa marchigiano. Insegna e fa sua l’Isia di Urbino. E cosa insegna? A diventare veramente bravi. Ricorda Massimo Dolcini, suo illustre allievo, un paradosso fondamentale, “Un giorno a Novilara mi ha detto: Massimo, un grafico diventa veramente bravo quando si dimentica della grafica” (1999). Un maestro? Allora dovremmo riscrivere la voce di Wikipidia per dire che Provinciali è molto difficile da catalogare, ha fatto il grafico (per esattezza: Studio di Progettazione Grafica – Dott. Michele Provinciali – Milano, via California 10, telefono 430667) ma è stato anche artista, poeta, umanista, gastronomo, scrittore con un’idea della vita e del progetto sua propria. “Ho sempre vissuto i valori dell’esistenza, del sentimento estetico, dell’attività professionale, in un unico mondo dove ognuno di questi valori poteva condizionare gli altri, e nel bene e nel male” (1982). Viveva quindi il suo lavoro di grafico all’interno di una dimensione che travolgeva il senso abituale del mestiere. Le sue regole grafiche erano la spazialità, la corporeità, il prendere possesso, la “presentificazione” (suggerisce Dorfles). Il primo soggetto di cui raccontare la storia, i legami con il passato e con il futuro era Michele stesso. In una vecchia copertina di “Domus” ritaglia pezzi di carta ma non getta gli avanzi. Li dispone sulla pagina in tinta, il manufatto e gli scarti sono sullo stesso piano. Non possono essere separati, sono uno il rovescio dell’altro. È un illustrazione? È qualcosa di più, è la materializzazione di un’opera e del suo processo. In ogni piccolo oggetto, c’è il gesto di un artefice. Michele è sempre dentro l’opera, lo troviamo in ogni sua parte. È un’idea del progetto originale, c’è una differenza abissale con altri grandi grafici italiani Steiner, Grignani, Tovaglia, Confalonieri… La grafica di Provinciali è sempre altro, è un universo di storie e di relazioni. Senza di esse il progetto non si manifesta e senza progetto non c’è vita. E la vita è innanzitutto tempo. Michele vedeva nei frammenti, nelle cose disperse, una grandissima capacità di rigenerazione, di essere rivissuti. Li leggeva come un oracolo. Negli “oggetti ritrovati” (i manufatti e i packaging della cultura industriale raccolti sulla spiaggia e riprodotti in gres) Provinciali ci mostrava il senso della vita. Sono oggetti che hanno vissuto una vita prima e che ne vivranno altre. Basta farle proprie. Per questo i suoi progetti grafici sono sempre diversi e sempre sorprendenti. Michele passava da ineccepibili livree cartacee per il Vaticano a frizzanti manifesti per Canzonissima, dalla collaborazione con il “Verri”, rivista dello sperimentalismo letterario italiano del ‘900 diretta da Luciano Anceschi, alla pubblicità per moderne rubinetterie infilate in statue barocche. Lavorava per Kartell pensando all’antichità, per Zanotta pensando al futuro, mentre per Snaidero promuoveva una cucina americana con un’immagine da Far West. Disegnava fascinose e letterarie confezioni per i sigari Perfectos e inventava un happening per promuovere una poltroncina girevole di Cassina. Cosa unisce questi progetti? Sono pieni di una grazia formale, che è una luce interiore e in cui il colore è una componente fondamentale. Il colore non dato ma vissuto, sia per la pagina pubblicitaria, la copertina, la scultura, il ready made o l’opera d’arte. Sono sempre oggetti. Sono sempre presenze. Oggetti soprammobili? No, oltre a comunicare, a fare il loro dovere, sono testimonianze. Provinciali insisteva sul fatto che i grafici devono leggere moltissimo, all’opposto della scuola che comanda di disegnare moltissimo. Il progetto non è una esercitazione. Apprese le regole, tutto è facile. Il progetto è sfida, un duello. A differenza di altri grafici Provinciali non mette mai una distanza fra sé e il progetto. Il progetto è nel corpo dell’autore. L’idea obbliga a inventare sempre nuove strade. La formalizzazione non è un canone. Ogni progetto ha una storia, non esiste lo spettacolo se non c’è il teatro, la drammaturgia e la messa in scena. È il risultato di “leggere moltissimo”. Credeva in un’opera priva di sistema­ticità (apparente). La sua ambizione, lo stimolo, la provocazione, era quella di liberarsi di tutto prima di iniziare, di portarsi sul precipizio e vedere se ce la faceva a salvarsi.

Un maestro
marchigiano?
milanese? persiano?
Un maestro.


I Colori di Michele
di Marcello Franca

Fu Germano Tagliasacchi, assistente di Giovanni Brino, entrambi curatori del Corso di decorazione alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino che stavo seguendo nel mio tragitto di laurea a suggerirmi l’ipotesi di una tesi sul lavoro che Michele Provinciali aveva sviluppato, con i suoi studenti dell’ISIA di Urbino, sul colore nella zona mare e che aveva denominato “Pesaro Colore”. Michele Provinciali, con Giovanni Brino, faceva parte nel 1979 della sottocommissione 12 dell’UNI-Ente nazionale italiano di unificazione, per l’applicazione del “Colore nell’ambiente costruito” e in quest’ ambito si erano conosciuti. Michele fu entusiasta dell’ipotesi di una tesi di laurea in architettura sul suo lavoro, che fu poi chiamata “Pesaro-Colore. Contributo ad un progetto di Michele Provinciali”, con l’intenzione di aggiungere qualcosa in più a quanto da lui stesso progettato. In Italia il “Piano del Colore di Torino” diretto da Giovanni Brino e il “Color Terminal” dell’Istituto Vernici Italiano con sede a Milano diretto da Clino Trini Castelli (anche lui dell’UNI), furono due momenti importanti per riportare attenzione e ridare il giusto peso all’importanza che deve avere il tema del colore nell’ambiente: il primo in ambito architettonico ed urbanistico, con il recupero della memoria storica e della tradizione dei colori nei materiali costruttivi negli interventi di ristrutturazione e nuova edificazione; il secondo nel più ampio ambito di studio dei materiali e della trasformazione degli stessi in oggetti, tessuti, colori e vernici recuperando la memoria dei colori dalla filosofia alla fisiologia, dalla fisica alla psicologia sino alla percezione e alla sua dinamica ottica. I lunghi colloqui con Michele si trasformavano per me in ricche e intense lezioni di storia, in momenti importanti di apprendimento, grazie al suo accattivante modo di raccontare l’essenza delle sue esperienze di vita. Furono gli anni del progetto “Colore per Santarcangelo di Romagna” e della storica conversazione, alla quale fui presente, tra Michele e Tonino Guerra che finì con toni a dir poco accesi per la difesa del primo delle proprie teorie grafiche e cromatiche e per la difesa della libertà espressiva dei santarcangiolesi da parte del secondo. Seguirono poi lavori come “Colori di nove città” in collaborazione con la AKZO-Sikkens, nell’ambito della XVII Triennale di Milano, mostra degli oggetti “dimenticati” progettati da Provinciali e realizzati da Franco Bucci, allestita al centro Domus di Milano e al Museo di Caltagirone in Sicilia. I colori che Michele mi ha insegnato ad amare sono i colori della natura per un’architettura che, con la natura e l’ambiente, deve essere in perfetta armonia. Sono i colori della percezione visiva e dei meccanismi ottico-percettivi ad essa connessi, sui quali hanno tanto indagato filosofi come Johann Wolfgang von Goethe e Ludwig Wittgenstein. Sono i colori della storia e dei materiali storici, con i quali si è costruito dall’età classica al Novecento. Sono i colori della teoria cromatica legata al linguaggio pittorico e grafico, dai quadri degli impressionisti francesi sino a Mondriand e Andy Warhol. Sono i colori della nostra natura fisiologica, diversa e specifica in ognuno di noi. A tutto questo va aggiunta la capacità di Michele di vedere oltre il visibile, di coltivare sogni ed utopie per trasmettere ai suoi allievi concetti, atteggiamenti e pensieri nuovi, originali ed unici, basati su una illuminata e vivace visione della vita. La chiave che sosteneva per aprirsi, era sostituire la lettura razionale delle cose con quello che lui stesso definì, negli ultimi anni, “il Cuore pensante”, indispensabile in un vero creativo, architetto, designer, grafico che fosse.


Gli Oggetti Ritrovati
di Enrico Tonucci

La mia amicizia con Provinciali è nata alla fine degli anni ’70. Negli anni ’90 lavorammo insieme, da una nostra idea, all’organizzazione della Scuola di alta formazione nel design realizzata dal COSMOB di Pesaro. Insieme avevamo scelto i docenti, messo a punto la metodologia, il programma, la selezione degli allievi per una iniziativa estremamente qualificata, ancora esistente. Si trattava dell’anteprima di un corso da realizzare con l’Università di Urbino per stimolare la nascita di un Politecnico marchigiano con attenzione particolare al settore del mobile.
Nel 2007 avevo organizzato, per la committenza della CCIAA di Pesaro, la grande mostra “Design made in Pesaro” il cui logo era una rivisitazione fatta da Michele del suo marchio per l’esposizione “Industrial Design” alla X Triennale di Milano del 1954. Il logo era stato ingentilito inserendo nel suo centro un particolare di una veduta pesarese ad acquarello del Liverani. All’interno di Rocca Costanza erano presentati mobili e oggetti di designer eccellenti prodotti in collaborazione con le aziende pesaresi perché nel tempo il distretto pesarese del mobile non era rimasto chiuso in una produzione locale, ma aveva saputo coinvolgere i più grandi progettisti italiani e internazionali. L’esposizione proponeva anche “Le stanze dei Maestri” in cui, insieme a Franco Bucci e Dino Gavina non poteva mancare Michele Provinciali. Gli ultimi contatti con lui, ricchi di emozioni condivise, come sempre accadeva lavorando con Michele, li ho avuti con la grande avventura della Tonda prodotta dalla IFI, iniziati quando Gianfranco Tonti mi chiese di indicargli un visual designer di alta levatura capace di infondere un senso lirico e insieme potente al suo prodotto altamente tecnologico. Michele è stata un stella di prima grandezza nel panorama pesarese, che ancora oggi avrebbe bisogno di stimoli forti che risveglino la creatività e il valore del progetto nel loro senso più ampio, come Michele era capace. Provinciali amava i sedimenti delle forme e dei colori negli oggetti umili, che hanno avuto una vita e poi vengono gettati abbandonandoli a un destino di disfacimento. Al contrario lui li “vedeva”, prima di tutto, ne leggeva la memoria dell’uso e dei mutamenti nel tempo e poi li raccoglieva per dargli una nuova identità e percorso di vita. Era un “poeta del progetto”, in cui convivevano lo sguardo dove i più non vedono e il ruolo di ordinatore di ogni gesto e azione per inserire gli oggetti nella giusta atmosfera, nella perfetta scenografia che ne rivelava il senso. A questo suo talento ho dedicato a Michele con mia figlia Viola la mostra “Gli oggetti ritrovati” allestita nell’agosto-settembre 2012 nella sede dell’Associazione Via Passeri 83 a Pesaro. L’esposizione raccoglieva, oltre la produzione dei suoi “Francobolli” portati a grandi dimensioni e realizzati in gres, la riedizione degli obgets trouvés recuperati sulla battigia del mare di Pesaro e poi riprodotti fedelmente nella plasticità ceramica con la collaborazione di Franco Bucci nel suo Laboratorio Pesaro negli anni ’80. La loro intensità progettuale si era già rivelata come ricerca sperimentale nella prima metà degli anni ’60 con il pieghevole lungo 4mx25cm sulla Pop Arch uscito per il primo numero di “Imago”, “tradotto” in gres ed esposto al centro Domus di Milano con la complicità della Kartell solo vent’anni dopo. Il ritrovamento degli stampi originali a lungo cercati senza successo avvenne al Laboratorio Pesaro qualche mese prima dell’esposizione. Il loro restauro e la successiva collaborazione del Laboratorio hanno permesso una nuova riedizione di questi “oggetti ritrovati”, con le varianti delle colorazioni ottenute con salature del gres in pasta e virate su colori pastello (tanto amati da Michele), per differenziarli dai calchi originali realizzati con tinte a smalto e colori neutri.

Gianfranco Tonti
Il committente che diventa un amico

Il creatore della Tonda è il designer Makio Hasuike, che ha dato concretezza ad una mia idea realizzandola con competenza progettuale ed eleganza di disegno. Un prodotto di alto valore tecnologico e innovativo che porta al vertice tutta la qualità del know how Ifi. Poi un altro grande creativo – il grafico e designer Michele Provinciali – mi ha coinvolto in una avventura in cui le nostre anime hanno dialogato all’unisono: io volevo dare un’identità alla macchina, un’identità che la facesse ricordare e destasse le emozioni per cui l’avevo pensata. Lui ha messo a disposizione la sua capacità di rivivere le sensazioni che producono gli oggetti, a partire dall’infanzia, traducendole in una impronta visiva di delicato spirito poetico, che si nutre di raffinata cultura ma è anche capace di trarre con semplicità l’essenza intima delle cose. Mi piace pensare che il grande Michele proprio grazie a questo lavoro per l’Ifi ha ricevuto il Compasso d’oro alla carriera. Michele è un gigante: l’ho scoperto mentre lavoravamo insieme e venivo a contatto con una bellezza autentica, una sincerità assoluta nel vedere e progettare. Mi rammarico di non avere avuto con lui ulteriori esperienze e mi mancano i nostri colloqui che avvenivano il mattino, a casa sua, dove mi chiamava spesso per avere un confronto su iniziative a cui stava pensando e mi dava consigli preziosi. Si confidava, anche. Mi raccontava di suo padre pasticcere a Parma, delle sue esperienze, dei suoi amici (i più cari, nell’ordine, Giulio Castelli della Kartell, Zanotta, Gavina). Il nostro è stato un bellissimo rapporto, senza ombre, una condivisione di anime dove non c’era posto per alcun interesse venale da parte mia o sua. I segni che ha elaborato per noi e che abbiamo raccolto nel libro Michele Provinciali. Il Poeta di Immagini e la Tonda, con il bel testo di Francesco Pellizzari e le immagini selezionate da Michele stesso tra le tante sue opere, hanno per me un significato intimo, amicale, un valore altissimo. Mauro Filippini Nascita di un Segno La Ifi aveva chiesto a Enrico Tonucci, suo art director, di segnalargli un grafico di alta levatura a cui commissionare una campagna pubblicitaria per lanciare la Tonda. Tonucci aveva suggerito Provinciali. Michele ha accettato con la condizione di farsi aiutare da me, suo ex allievo, da tempo diventato la sua “mano esecutiva” per ogni tipo di lavoro. Francesco Pellizzari, amico di Provinciali che Michele aveva coinvolto nell’impresa, da consulente di strategia aziendale aveva proposto di iniziare creando un “segno”, un “pattern grafico”, un “quasi-marchio” che esprimesse l’identità forte della Tonda. Siamo partiti dall’idea di “tondità”, che Michele vedeva nell’uovo, quintessenza del tondo (ma non del “rotondo”), nei frutti dalla rotondità naturale, come la pera, nelle curve morbide del corpo femminile rappresentato con gentile ironia da Man Ray nella foto di Kiki Montparnasse, “con gli intagli del violoncello giusto lì…” ma era difficile associare tutto questo a una gelatiera, a un “vasca d’acciaio” come la definiva Michele. In un crescendo di tensione, di raccolta di informazioni dall’azienda sulle caratteristiche del prodotto, di esplorazione nelle gelaterie per carpire l’espressione dei bambini nel prendere in mano il cono gelato, di tentativi prima a matita, poi ad acquarello (il colore era fondamentale, quello che esprimesse gioia, piacere, “dolcezza caduta dal cielo”) si giunse al simbolo giusto: un “fumetto”, la “nuvola”. L’icona definitiva fu raggiunta dopo centinaia di collages ad acquarello, che venivano scelti da Michele e poi da lui ritagliati in forme di fiore multipetali, balena, nave vichinga, uccellino, per collegarsi sempre meglio all’immaginario infantile. Per trovare i colori giusti ci siamo fatti fare da un gelataio una tavolozza vera e propria con le tonalità “pastello” del gelato – Michele non amava i colori forti – e finalmente si materializzò l’icona leggera del “segno della Tonda”, l’ultimo lavoro di Michele, sofferto ma ricco di ricerca, emozioni e impegno creativo, da sempre la cifra del suo progettare.

Leggi meno
Sfoglia la rivista Mappe 4
  • Copertine di “Architettura Cantiere” 1957
  • Domus”, 1989.
  • Pagina pubblicitaria per la Kartell, 1960
  • Oggetto grafico “Il bucato di cenere”, 1979
  • Copertine di “Domus”, 1960, “Stile e Industria”, 1957, “Domus”, 1959
  • Copertine di “Domus”, 1960, “Stile e Industria”, 1957, “Domus”, 1959_
  • 9671g
  • Immagini della mostra “Gli oggetti ritrovati”, Pesaro, 2012 Foto Studio Life
  • Calchi in gres di contenitori in plastica usati, fatti realizzare da Franco Bucci, anni ‘80
  • Lavori editoriali su Provinciali in esposizione
  • Il logo della Tonda e immagini della ricerca iconografica di progetto