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Maestri Marchigiani: Paola Salmoni si racconta

13 gennaio 2015 Visualizzazioni: 844 Architettura

Razionalità e passione

 

Intervista di Manuela Menasci

“Sono Paola Salmoni, sono nata a Ravenna, il 13 maggio 1921, padre Vittorio, madre Wanda, fratello maggiore di due anni Claudio e io, la più piccola. Tra i ricordi d’infanzia più vivi ho quello della benedizione, la benedizione al Tempio. Noi, che eravamo ragazze, ed eravamo nel matroneo, noi cugine, scendevano, correndo, al Tempio dove mio nonno benediceva col Talled figlie generi e figlie generi benedicevano a loro volta i propri figli. Il mio bisnonno aveva fondato una ditta di farmaceutici – Russi & C. – che era molto importante, aveva molto lavoro in Ancona. Mi ricordo mio nonno che aveva una barba lunga a metà, lunghissima, e noi ci facevamo le treccine, quando eravamo bambine. Ci portava a Natale a prendere parte dei regali che le industrie farmaceutiche facevano ai dottori: era una festa, eravamo insieme a nostri cugini, eravamo in dieci-dodici cugini […]”

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Conversazione con Vittorio Salmoni, Danilo Guerri, Margherita Crociati

condotta da
Margherita Guccione

Studiando – anche filosofia –, mi accorgevo dei limiti della mia religiosità, ma riconoscevo a mio padre un senso di appartenenza perché lui aveva accettato di partecipare a questa famiglia molto religiosa che era la famiglia da parte di mia madre, pienamente, pur rimanendo di idee… diciamo… era miscredente. E un po’ alla volta mi sono resa conto che potevo conciliare anche questo mio giudizio diverso sulla religione formale, troppo formalistica, che dedicavo alla religione ebraica, con questo senso invece di appartenenza fortissima che già aveva mio padre, e mi veniva più da mio padre che mia madre. Le leggi razziali: mi ricordo benissimo il giorno in cui l’annunciatore ne ha parlato, i giornali imperversavano, giornali antisemiti, nazionali, ma in più avevamo il giornale locale che era fortemente antisemita. Quando abbiamo sentito l’annuncio abbiamo capito la drasticità di questo avvenimento e in quel momento mi crollava il mondo perché la mia vita era solo scuola, allora – avevo 18 anni – e poi papà, papà che era magistrato, era stato estromesso dal lavoro. È cambiato tutto, la famiglia, l’intorno, la vita sociale, la vita scolastica, è cambiato tutto. È stato doloroso in una maniera tremenda…

Dopo aver preso la maturità ero un po’ scalpitante, questa inattività era molto faticosa. Per fortuna, dopo (ho preso la maturità nel ’39) si è venuto a sapere che a Milano stavano organizzando un corso universitario con i professori estromessi dalle scuole e con ragazzi che avevano finito il liceo e non potevano fare l’università. Ci sentivamo in comunione tra noi ragazzi con questi professori eccezionali – io ho frequentavo il ramo di chimica ma non la facevo volentieri perché non me la sentivo come la mia materia, però era stimolante studiare, partecipare a una collettività. Dopo il ’40 mi hanno impiegato nella ditta Russi, ho fatto l’impiegata – è stata un’esperienza anche quella – che non c’entrava nulla con l’odio razziale, però incontrarmi con questo gruppo di donne operarie – io che venivo da un mondo borghese – mi ha maturato, mi ha fatto incontrare il mondo del lavoro nelle sue negazioni. La nostra è una brutta storia dentro la brutta storia della guerra. I meno abbienti sono stati i più sensibili al nostro dramma personale perché l’avevano visto una complicazione ulteriore a tutte le complicazioni della vita e del momento che c’era, mentre molti erano più nel loro egoismo più stretto. Dopo la guerra ho dovuto decidere cosa fare, sono andata a Roma, avevo due anni di università ebraica che era riconosciuta, però sentivo sterile lo studio della chimica. Mio papà voleva che facessi italiano perché diceva che scrivevo bene, e io ho girato per tutta un’estate a cercare di capire qual era la mia strada e ho scelto architettura. Mi occupo qualche volta di ristrutturazioni di sinagoghe, adesso stiamo studiando la sinagoga di Ancona, di quella di Senigallia anche dal punto di vista professionale però mi sono occupata politicamente molto della città e anche di politica a livello nazionale. Un momento in cui ho unito le due cose è stata la partecipazione nel ’75 alla Giornata mondiale delle donne. L’ho fatto, l’ho fatto con passione, l’ho fatto sempre in modo pubblico, ho lavorato molto per l’amministrazione, l’urbanistica che mi appassionava, il governo del territorio, quindi da lì passavo alla politica, poi mi sono appassionata al problema delle donne, che è un bel problema…

E ancora lavoro – non so staccarmi dal lavoro – perché mi ha talmente preso che è difficile per me mettermi… a far che cosa? se non lavorare?…

Avevamo dei canti tipici anconetani. C’è un canto che purtroppo ricordo solo io… un canto bellissimo, era a Pasqua. C’era un altro in comunità che lo sapeva, ma adesso si è ammalato, non c’è più, e ora non lo ricorda nessuno. (Ne canta un brano)

Pippo Ciorra
Chiederei di salire sul palco a Margherita Guccione, direttore del MAXXI, Margherita Crociati, autrice di una tesi di laurea su Paola, “incitata” e seguita da Maristella Casciato, nostra carissima amica, Vittorio Salmoni, membro, insieme a tutti gli altri, dello studio che Paola ha iniziato, Danilo Guerri, che è la persona che più ha dialogato con Paola negli ultimi tempi lungo la importante e interessante storia del Teatro delle Muse. Forse Margherita vorrà fare qualche commento e qualche domanda agli altri. Grazie.

Margherita Guccione
Buonasera a tutti, sono molto contenta di essere qui stasera. Mi complimento con tutta l’organizzazione per questa serata perché si tratta di un progetto molto interessante su uno spazio pubblico che si rinnova, anche grazie al nuovo allestimento di quest’anno e alle nuove energie che sono state coinvolte. Anche nella precedentente edizione di Demanio km 278 sono stata coinvolta per parlare di Maestri marchigiani. Lo faccio con molto piacere e stasera a maggior ragione perché parleremo di Paola Salmoni, una donna architetto, credo la prima donna iscritta all’Albo degli architetti di Ancona. Ci fa particolarmente piacere questa “scoperta” o riscoperta, perché fa parte anche di quel lavoro che come Museo di architettura svolgiamo. La nostra è un’attenzione all’architettura, non soltanto nelle manifestazioni più alte o più vistose, ma anche verso quelle che si distinguono come qualità, come professionismo alto capace di dialogare con la cultura, di produrre cultura, di significare un territorio. E questo mi sembra si adatti perfettamente a una figura come quella di Paola Salmoni di cui, appunto, in questa breve conversazione ripercorreremo il lungo lavoro, il portato della sua opera per Ancona, ma direi di più, per la cultura italiana. La capacità di dialogo con personaggi del calibro di Ludovico Quaroni, Giovanni Astengo o Danilo Guerri, con cui ha avuto la possibilità di lavorare insieme in un sodalizio particolarmente importante che ha permesso la realizzazione del recupero del Teatro delle Muse di Ancona. Vorrei partire chiedendo a Vittorio una testimonianza che sarà sicuramente a metà strada tra il personale perché credo che che Paola abbia fatto parte della sua formazione. Forse a lei è ascrivibile la responsabilità delle sue scelte architettoniche ma anche del lavoro dello studio che, com’è emerso anche dal documentario, è uno studio che ha praticato non soltanto la professione ma che ha guardato al pubblico, all’idea di un impegno civile che era molto radicato nella coscienza degli architetti dal secondo dopoguerra in poi e che è bene, a mio avviso, richiamare anche oggi. Passo la parola a Vittorio Salmoni.

Vittorio Salmoni
Grazie Margherita, grazie Pippo e grazie all’organizzazione, grazie di questo bellissimo omaggio a “zia” Paola, che così è stata chiamata per moltissimi anni e da moltissime persone che l’hanno conosciuta sia nel mondo della professione che nella vita quotidiana. Io sono cresciuto con lei, ho frequentato i primi cantieri da piccolissimo perché lei mi portava con sé a vedere le opere che realizzava: a Senigallia, Civitanova, Tolentino, Sarnano. Ho girato le Marche, ho conosciuto questa regione attraverso i viaggi che facevo continuamente con lei. Zia Paola mi ha insegnato molte cose, la gran parte delle cose che so perché, a un certo punto della vita, a quattordici anni, ho perso mio padre e lei si è completamente sostituita a lui, come guida della famiglia e come maestra di vita. Mi sono ritrovato, così, nel corso del tempo, in un continuo contatto con lei. Quella cosa che racconta a un certo punto, nel video, e cioè che avrebbe dovuto studiare l’italiano e fare l’insegnante, in realtà si è in parte realizzata con me perché molto del mio apprendimento lo devo a lei e alla capacità che ha avuto di trasferirmi insegnamenti a cominciare dalle ripetizioni che mi faceva durante il liceo. Questi sono ricordi e note personali. Dal punto di vista professionale invece comincio da questa considerazione: Mentre guidavo venendo qua e riflettevo sulle cose da dire pensavo che lo studio è stato fondato nel 1954 perché zia Paola si era appunto laureata e mio padre, che era ingegnere capo al Comune di Ancona, decise di fare la libera professione con lei, disimpegnandosi dall’impiego pubblico. Sono stati soci sedici anni, dal ’54 al ’70, anno in cui è morto Claudio. Io sono entrato nello studio nell’81 e sono stato socio-nipote di zia Paola, fino alla sua morte, nel 2003. Quindi sono stato più anni con lei di quanto vi sia stato mio padre che era il fratello e il fondatore dello studio. Questo, che sembra un semplice dato numerico, in realtà mi riempe di responsabilità, mi fa fare molti ragionamenti che sono legati all’eredità, a quanto io ho appreso da questa esperienza e quanto sono capace di restituire, a mia volta, a coloro che stanno attorno a me oggi, valutando tutte le differenze e il cambiamento profondo che la professione ha avuto in questi anni. Scorrendo le immagini del video si capisce qual è stato l’approccio all’architettura, l’espressione, il linguaggio usato, la versatilità e l’orizzonte che Paola ha avuto davanti. In una prospettiva – come diceva giustamente Margherita – estremamente eclettica e variegata nell’impegno, che faceva continuamente sponda tra l’approfondimento disciplinare, l’approfondimento culturale, l’impegno civile e la politica. Tutti questi aspetti non erano assolutamente disgiunti tra loro, anzi profondamente connessi in quel modo così particolare di vivere la professione. Questo si riflette (lo può cogliere bene chi ha l’esperienza e ha vissuto quegli anni), nell’espressione, nella visualizzazione, nel linguaggio di quell’architettura, di quel modo di esprimersi. Un’altra cosa importante da aggiungere, sempre a proposito di quegli anni, è che lei ha aggregato intorno a sé molta gente, lo studio è stato sempre molto aperto a collaborazioni molto forti, che hanno abbracciato la professione, ma sono andate anche al di là. Ne ricordo alcune, perché riguardano personaggi fondamentali nella vita di Paola. Ricordo Valerio Paci, che purtroppo non è più con noi ed è stato un architetto molto importante per la nostra regione, ricordo Anita Sardellini che da giovane architetto entrata in studio dopo la laurea è diventata per lunghi anni una compagna di strada di zia Paola con un reciproco intenso scambio culturale; infine ricordo un personaggio che le cronache dell’architettura (perfino, forse, la tesi di Margherita Crociati) non ricordano: un disegnatore – perché a quel tempo (Danilo se lo ricorderà benissimo), tutti avevano il “disegnatore”, cioè quello che ripassava a china i disegni fatti molto precisamente a matita dagli architetti. Ecco, Paola ha avuto un disegnatore fantastico, un uomo eccezionale, anche lui purtroppo morto giovanissimo: Salvatore. Questo personaggio per lunghi anni ad Ancona era noto perché era il più bravo disegnatore sulla piazza, e lo voglio ricordare qui perché in un momento di ricordi e di personaggi significativi merita un posto di primo piano. Ultima cosa che voglio dire è che alla fine avete visto scorrere un’immagine del “nuovo studio” che in realtà non è altro che il divenire dell’antico studio che ha mantenuto la caratteristica di essere un luogo di formazione, oltre che di progettazione, aggregando attorno a sé le qualità migliori dell’architettura che questo luogo esprime. E i ragazzi che si sono qui avvicendati e che poi hanno naturalmente scelto le loro strade, si formano come professionisti a tutto tondo, sono molto bravi, capaci, e con loro c’è un meraviglioso rapporto professionale e una relazione umana, che interpreta e rinnova negli anni lo spirito di zia Paola. (applausi)

Margherita Guccione
Grazie Vittorio. Mi associo a questo applauso, è sempre importante comprendere processi che poi portano al progetto architettonico e quindi questa connotazione personale, anche grazie al documentario, che ci hai portato, è molto interessante. Vorrei però ritornare all’architettura per introdurre il lavoro di Margherita Crociati che ha lavorato per una tesi di dottorato sull’archivio di Paola Salmoni perché per conoscere le architetture sicuramente è importante la relazione con l’opera vera e propria ma è anche importante ricostruire i processi progettuali che sono poi contenuti nei documenti d’archivio, nei documenti di progetto. Gli archivi spesso contengono anche progetti non realizzati quindi la rilettura, anche in una prospettiva ormai storica del contributo di Paola Salmoni, non è soltanto in alcune opere, tra l’altro, molto belle. Ho rivisto stasera le immagini di risistemazione del Pincio di Ancona, del monumento alla Resistenza da percepire in salita o uno degli ultimi progetti, credo l’ampliamento del Cimitero Ebraico o, per tornare a progetti un po’ più lontani, l’Istituto d’arte, dove si legge il bilanciamento tra progetti molto razionali, che indagano e danno delle soluzioni funzionali e l’espressività della ricerca sui materiali.Tutto questo, insomma, lo possiamo capire e apprezzare attraverso l’archivio di Paola Salmoni, che è in parte conservato presso l’Archivio di Stato di Ancona – credo sia stato dichiarato di interesse storico dalla Soprintendenza Archivistica – e in parte è conservato ancora nello studio di Vittorio e di Giovanna Salmoni. La parola a Margherita, che ci può riassumere il contenuto del suo studio.

Margherita Crociati
Per la ricerca della mia tesi di laurea ho avuto la fortuna di poter accedere a tutto il materiale contenuto nei due fondi archivistici di cui si stava parlando. Dallo studio di questi materiali è stato possibile ricostruire tutto il lavoro progettuale e di ricerca dell’architetto parallelamente al lavoro dello studio. All’inizio è stato fondamentale ricostruire cronologicamente tutto lo sviluppo del lavoro. Sono stati catalogati 163 progetti realizzati e non, dai quali siamo partiti con una serie di considerazioni, diciamo, più personali, per ricostruire la figura professionale e individuale dell’architetto Salmoni che io non ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. La presenza ancora oggi dello studio è stata fondamentale per la conservazione di tutti questi materiali che hanno permesso di costruire tutto lo sviluppo dell’opera di Paola Salmoni e hanno mostrato una personalità capace di affrontare il progetto dalla scala urbanistica a quella più di dettaglio. Infatti le occasioni progettuali sono state molteplici, partendo dagli studi per il piano regolatore di Ancona e altri piani urbanistici ai numerosi progetti di edilizia scolastica realizzati – in archivio ne sono stati catalogati 17 –, agli interventi molto belli per l’edilizia residenziale privata che sono stati realizzati ad Ancona e nelle colline limitrofe. Sottolineo quindi tutta l’importanza del materiale originale sul quale ho potuto costruire tutta la mia ricerca. L’archivio è composto anche da una serie di carteggi privati tra i vari collaboratori, attraverso i quali è stato possibile ricostruire le vicende della realizzazione dei cantieri e documenti legati all’attività politica di Paola che dal 1980 diventa sempre più rilevante. Oltre a una serie di documenti biografici attraverso i quali è stato possibile ricostruire la personalità complessa, molto profonda, dell’architetto.

Margherita Guccione
Grazie a Margherita e adesso come il solito, Danilo, mi ritrovo qui sul palco, con il rumore del mare, a dialogare con te. Il che mi fa sempre moltissimo piacere e ti passo la parola, chiedendoti una testimonianza perché anche per te quello con Paola è stato un rapporto professionale lungo – il Teatro delle Muse è un progetto che è durato molti anni, come spesso succede in Italia per le grandi opere pubbliche. Vorrei una tua testimonianza su Paola e su come avete lavorato insieme.

Danilo Guerri
Molto volentieri… Non vi nascondo la mia commozione nel rivedere il filmato su Paola… Ebbi l’incarico del Teatro delle Muse nel ’78, se non mi ricordo male, e io avevo 39 anni. A 39 anni oggi sei un giovane architetto, io al contrario avevo già una storia dietro: avevo lavorato a Fregene, a Roma, e avevo costruito molte case. Ciononostante il Teatro delle Muse era un osso duro, era un grosso problema, e io, con l’incoscienza dei giovani, mi ci buttai dentro, anche se, per diversi anni, avevo le valige pronte, perché sentivo veramente l’alito della città, della città di Ancona su questo edificio che aveva avuto tanta importanza, anche nella sua storia civile. Tutti quelli che conoscevo (e conoscevo parecchia gente ad Ancona) appena mi incontravano mi chiedevano: allora? le Muse? – con aria di rimprovero. E a un certo punto ricevetti la telefonata di Paola, discreta, di persona che “bussa” con educazione, perché l’amministrazione le aveva proposto di affiancarmi nel lavoro del Teatro. Beh, sicuramente Paola è stata la carta vincente, è stata al tempo stesso la mia continua stimolatrice, critica e amica sincera che ti dice quello che secondo lei non va e te lo dice in faccia, e insieme è cominciata veramente una vicenda che innanzitutto ha recuperato delle valenti persone, come Francesco Zaupa, l’ingegnere di talento che ha seguito la parte costruttiva del Teatro. Francesco vive a Vicenza, nella città del Palladio, ed è una persona di straordinaria qualità umana, oltre che di scienza, di scienza specifica. Ecco, noi, Paola ed io, Francesco e il vecchio Picconi che era uno dei titolari del progetto, abbiamo vissuto una stagione abbastanza lunga perché dal ’78 fino all’inaugurazione, nel 2002, è occorso un quarto di secolo. Bene, Paola ha avuto evidentemente una carriera strepitosa, di grande intelligenza… riguardando adesso molti dei progetti di Paola ci rivedo tutti i miei amori, dall’architettura catalana ai nostri maestri – Ridolfi, Quaroni. Quaroni l’ho conosciuto, mi ha laureato, ho avuto sempre dei grandi incoraggiamenti da parte sua e aveva fatto con Paola importanti progetti a Ravenna e in varie parti d’Italia. Mi dispiace molto, invece, di non aver conosciuto il fratello di Paola, di averlo appena sentito nominare, quando ne parlavo con Paola, e poi insieme a loro c’è stata una grande serie di persone che qui voglio ricordare: voglio ricordare Derno Andreoni, altro personaggio di straordinaria probità e grande amico, anche lui mancato purtroppo non tanto tempo fa, e poi Tommasi, l’ingegner Tommasi, che è stato il direttore dei lavori nella fase conclusiva del Teatro, con cui ho litigato molto.. ma sempre con stima e l’affetto verso una persona netta, pulita, sincera. Insomma, questa esperienza anconetana incentrata sul Teatro delle Muse, ma che poi si allargata ad una vita amicale, in fondo molto lunga, è uno dei miei più bei ricordi ricorrenti. E poi, successivamente, il lavoro con Giovanna che a mano a mano stava affiancando la zia, e infine voglio ricordare una telefonata, una telefonata tristissima a me che ero a Bergamo inseguendo il miraggio di un trapianto renale, una telefonata di Pippo che mi ha annunciato che Paola era mancata…

Margherita Guccione
Grazie Danilo, penso che sia giusto guardare e narrare queste storie perché ci abituano a leggere e comprendere la qualità dell’architettura che c’è stata nei nostri territori e che spesso è trascurata dagli studi storici – mi fa molto piacere questo lavoro che ci ha presentato Margherita, seguito dall’intelligenza di Maristella Casciato. La capacità di guardare il nostro passato recente con occhi più attenti ci aiuta a sviluppare la capacità di guardare al futuro producendo dell’architettura di qualità. Credo che in questa direzione si inserisce anche l’iniziativa di stasera: queste testimonianze non guardano al passato, sono rivolte realmente verso il futuro.

Vittorio Salmoni
Proprio riferendomi a quanto stava ora dicendo Margherita il prossimo anno cade il decimo anniversario della scomparsa di Paola e noi intendiamo ricordarla cercando di pubblicare una sintesi del suo lavoro partendo dalla tesi di Margherita. Credo che questo sia il miglior modo di ricordarla. Un’altra cosa che vorrei dire è che l’intervento di istituzioni culturali come il MAXXI, che conserva i lavori anche recenti di architetti che si sono cimentati nel secondo dopoguerra, è molto importante perché, come dire, circoscrive l’opera dell’architetto al campo disciplinare sfrondandolo di tutto quello che ancora è molto vivo, che è ricordo emotivo, riconducendo l’opera al proprio valore culturale. Questa sera è venuto fuori molto intensamente che la presenza di questi grandi personaggi, rimane nel cuore e nella coscienza delle persone. Al contempo occorre cominciare a guardare l’opera in maniera analitica, per fornire un contributo significativo all’evoluzione della disciplina in questi territori.

Margherita Guccione
Sollecitata da Vittorio penso che il modo migliore per ricordare un architetto sia sicuramente promuovere gli studi, le ricerche sugli archivi ma anche stimolare i giovani ad andare a vedere le sue opere, cosa che come museo cerchiamo di fare, organizzando degli itinerari. Il rapporto diretto con l’opera è un momento di grande crescita, un momento formativo molto importante. Mi permetto quindi di suggerirti, per ricordare i dieci anni della scomparsa di Paola, di organizzare degli itinerari di visita e io sarò in prima fila a vedere le sue opere. Grazie a tutti.

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