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Maestri Marchigiani: Danilo Guerri

12 gennaio 2015 Visualizzazioni: 1361 Architettura

Storia di quattro vite

Omaggio a Danilo Guerri, maestro marchigiano per generazioni di architetti, intervistato da Margherita Guccione, Direttrice del MAXXI Architettura di Roma, in occasione dell’apertura della I Edizione di Demanio Marittimo km 278 del 22 luglio 2011.

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Margherita Guccione

Buonasera a tutti, sono molto contenta di essere qui e mi associo ai complimenti e ringraziamenti precedenti per gli organizzatori. Trovo molto bella l’idea, fantastica la messa in scena, interessante appunto la dimostrazione che un luogo così abituale – una spiaggia –, possa essere reinventata, ripensata, riprogettata in modo assolutamente leggero, soltanto con nuovi usi, usi che non consumano territorio. Questo mi sembra un messaggio molto interessante che viene da una realtà che noi del MAXXI vediamo da lontano e che dovremmo vedere con più attenzione perché comunica una grande energia, delle grandi potenzialità. A me è stato dato il compito – e ne sono felice – di condurre questa conversazione con Danilo Guerri che è stato detto “un maestro marchigiano” ma è anche stato detto “un maestro” tout court. Non voglio fare un’introduzione dotta, ma penso che per il tono della serata sia giusto ripescare due ricordi che mi permettono di introdurre con una connotazione personale questo incontro. Il primo. Siamo nei primissimi anni ’80 e un gruppo di studenti romani seguiva Cellini e D’Amato alle Marmore, a Casa Lina. Andavamo a visitare Mario Ridolfi nella ricerca di trovare un ordine, una sistematizzazione per lo straordinario patrimonio dei disegni di questa ultima fase ridolfiana. Operazione impossibile perché Mario Ridolfi continuava a produrre con grande foga una grande quantità di disegni e ci affascinava raccontandoci, appunto, le sue architetture. In uno di questi incontri ho incontrato Danilo Guerri, lui non si ricorda di me ma io mi ricordo bene di Danilo, di Danilo un po’ più giovane, con una grande intesa con il Maestro. Questo è un primo ricordo che mi porta a una domanda, forse implicita, del “debito” (o no, perché in qualche modo ci si può anche distanziare dai padri – non so se questo è il caso), del rapporto di Danilo con Mario Ridolfi.

Danilo Guerri
Anziutto ringrazio Gagliardini e questo magnifico uditorio – mi sento un po’ imbarazzato di essere in modo così lusinghiero considerato. Mario Ridolfi è stato mio “padre”, un padre che mi sono scelto, e che credo sia stato sicuramente uno dei migliori architetti moderni italiani al pari di Terragni, al pari di Libera, suo sodale straordinario, e tuttavia considerato un periferico, un vernacolare da quelli che l’architettura non la capiscono. Era un maestro di cui credo di conoscere fino all’ultimo disegno, all’ultimo suo lavoro. Mi ricordo una volta che ci siamo incontrati con Maria Luisa Polichetti e Mario Canti a Portonovo con Mario Ridolfi ed è stato un bell’incontro, un bello stare in un posto straordinario vicino a una delle più belle chiese in assoluto del romanico europeo – Santa Maria di Portonovo. Di Mario Ridolfi cosa posso dire per magnificare la grandezza e l’ampiezza del suo lavoro, la sua complessità… francamente non so da dove cominciare. Mi viene in mente un progetto di certe case all’EUR per conto dell’impresa Rech e Festa, in occasione dell’Esposizione Universale Romana del 1942. Quel progetto conteneva soluzioni spaziali che poi ho trovato costruite, prima nel Palace Hotel di Wells Coates e poi nel condominio di Denys Lasdun a St. James Place, entrambi a Londra. Così il provinciale, il vernacolare Ridolfi aveva la conoscenza, era in linea, o meglio, precorreva la migliore architettura europea contemporanea.

MG
Un’altra associazione banale è legata sicuramente al fatto che tu, che hai studiato a Milano e poi a Roma, ti sei laureato con Quaroni, hai conosciuto Ridolfi, Libera, a un certo punto hai scelto di venire nelle Marche e di lavorare in una dimensione provinciale.

DG
A volte le scelte non sono delle scelte, sono delle scelte obbligate… io ho lavorato a Roma, con lo studio romano a cui ero associato – c’era Franco Tegolini, c’erano soprattutto Angelo Graziosi, Alberto White (oltre a Rinaldo Sebasti, Maria Luisa Tondi) e con questo studio abbiamo costruito una palazzina all’EUR e molte case a Fregene. È stato questo il mio battesimo di lavoro (mi sono laureato tardivamente, nel ’72, addirittura). Tutto questo succedeva dal ’60-61 in avanti e adesso ormai, considerato il periodo romano, considerato successivamente il lavoro con la grande impresa di Parnasi, Parsitalia, che è una delle grandi imprese romane, e poi il lavoro qui nelle Marche, mi pare di aver vissuto tre-quattro vite… Ero di qui, delle Marche, sono tornato qui, ho lavorato prima a Falconara poi in vari luoghi. Ho scoperto abbastanza tardivamente l’area maceratese, la provincia di Macerata, in cui ho fatto cose di cui sono molto contento, con persone bravissime, con committenti straordinari. Sono stato anche un uomo molto fortunato ad avere degli ottimi clienti: per esempio Luzi, che ha una fabbrica di scarpe per bambini nota in tutto il mondo – la Naturino – che mi ha fatto fare molte cose con tutta la libertà e svolgendo il ruolo di committente coinvolto, intelligente, raffinato…

MG
Vengo all’altro mio ricordo personale. Siamo a fine anni ’90 e sono chiamata dalla facoltà di Architettura di Ascoli Piceno per un modulo di restauro e ho la fortuna di essere associata al corso del professor Guerri. Lì conosco Danilo, passo alcune giornate con lui, con gli studenti, e lo scopro in una dimensione completamente nuova, che me lo fa uscire dallo stereotipo della dimensione artigianale, locale, un po’ vernacolare che alcuni critici, con un pensiero poco attento, avevano formulato. Scopro un Danilo con una grandissima cultura storico-architettonica, con delle grandi passioni, quindi mi si apre un mondo e rivedo la sua opera in una dimensione completamente diversa.
Dico questo perché mi piacerebbe che Danilo ci parlasse dei suoi amori architettonici, dei suoi riferimenti, perché sono non tanto sorprendenti, quanto una chiave interessante per capire la finezza del suo lavoro.

DG
I riferimenti sono così tanti che farei fatica a fare un elenco esaustivo… sicuramente Ridolfi, i grandi maestri: Adolf Loos, Le Courbusier… c’è molto di Le Courbusier in un complesso di case che ho fatto qui a Senigallia, il complesso di Villa Sorriso; c’è qualcosa delle Maisons Jaoul… Ridolfi amava Le Courbusier, forse il più grande maestro della contemporaneità, con devozione, e così Wolgango Frankl, il collaboratore di Ridolfi, che essendo ebreo e figlio del grande storico dell’arte Paul Frankl, ebreo e di madre cattolica, a un certo punto se ne andò dalla Germania e cercò lavoro da Le Courbusier a Parigi, gli portò il suo curriculum, i suoi disegni. Le Courbusier l’avrebbe preso ma non aveva di che pagarlo e poiché neanche lui aveva soldi per stare da solo a Parigi, è venuto a Roma. A Roma è andato da Libera, che non aveva lavoro e l’ha mandato da Ridolfi. È nata così la collaborazione che è durata una vita tra Wolfango Frankl e Mario Ridolfi. Questo in relazione ai miei amori più grandi. Un altro grande amore è stato Adolf Loos, che ho studiato con molta dedizione e molto a lungo e poi l’architettura inglese, da Stirling & Gowan… vi sto dicendo nomi che forse non sono santi della vostra religione…

MG
Ricordo che mi hai fatto scoprire alcuni architetti storici svedesi: Leverentz, oltre ad Asplund… ho fatto addirittura un viaggio per andare a vedere le opere di cui tu mi parlavi…

DG
Leverentz, Asplund sono dei maestri straordinari. Leverentz in particolare, forse uno dei geni più conclamati dell’architettura moderna. Personaggio spinoso che a un certo punto si è ritirato, si è messo a produrre infissi e poi ci ha donato dei capolavori come la Chiesa di S. Marco a Bjoerkhagen, o la chiesa di S. Pietro, a Klippan, due delle più belle chiese della modernità, sicuramente. Poi ho avuto la fortuna di laurearmi con Ludovico Quaroni, che era uno straordinario conoscitore, un amante dell’architettura estrememente colto e un maestro appassionato. Un altro maestro, di cui ho avuto l’onore dell’amicizia è stato Giancarlo De Carlo…

MG
Visto che dobbiamo parlare di progetti e abbiamo l’opportunità di averti qui, parliamo dei tuoi progetti. Non possiamo che parlare – è un omaggio doveroso – del tuo progetto importante. Siamo in uno spazio pubblico, qual è lo spazio pubblico di eccellenza se non il teatro… Dietro questa opera c’è una lunga storia che adesso non c’è modo di ripercorrere, ma è molto interessante il modo con cui tu ti sei confrontato con la storia, con la rottura della storia, col riannodare un interno e un esterno, insomma credo che sia un progetto veramente pieno di complessità con soluzioni assolutamente poco convenzionali. Mi piacerebbe che tu ci parlassi di questo.

DG
Il Teatro è un capitolo veramente lungo. Era prima di tutto un bellissimo teatro di un architetto che è stato anche qui a Senigallia. Con suo nipote ha costruito il Foro Annonario, che è uno degli splendidi edifici di Senigallia e il Teatro della Fenice. Il Foro Annonario è di Pietro Ghinelli, autore del Teatro delle Muse, e di suo nipote Vincenzo e io, oltre che il piacere di mettere le mani sul Teatro delle Muse (e qui Maria Luisa Polichetti mi ha aiutato molto con le sue critiche sincere e di grande amica qual è), ho avuto anche la fortuna di fare l’assessore: così, inopinatamente. Mi avevano chiesto di fare l’assessore alla cultura del Comune di Senigallia, poi feci quello all’urbanistica. Sono stato per circa due anni e mezzo assessore al Comune di Senigallia e ho avuto la fortuna di promuovere il restauro affidato a Massimo Carmassi, grande architetto italiano, del Foro Annonario e quindi della Biblioteca della città di Senigallia, la bellissima biblioteca. Poi sempre con Carmassi ho avuto la fortuna vincere un concorso di progettazione a Pesaro e ho realizzato la ristrutturazione dell’ex Convento di S. Domenico che è diventato poi la Biblioteca di Pesaro la cui direttrice e coautrice è ora qui con noi – vorrei che si alzasse in piedi e la potessimo salutare (Antonella Agnoli NdR – applausi). Direi che questi sono stati i miei lavori più importanti qui nelle Marche.

MG
Mi sembra che, a differenza degli architetti della tua generazione – venendo da Roma penso ad Anselmi o a Purini, ma ce ne sono tanti altri – tu non hai mai avuto la tentazione dell’architettura disegnata e basta. Hai sempre perseguito l’idea di un’architettura disegnata per essere costruita. Questa è una lezione chiarissima, che viene dal tuo lavoro. E questa tensione alla costruzione non ha limitato minimamente una dimensione di invenzione, di creatività, di sviluppo tecnologico. A proposito del Teatro delle Muse sono rimasta sorpresa dalla estrema disinvoltura – non so quanti architetti l’avrebbero avuta – di fare certi inserimenti, anche a forte contenuto tecnologico. Questo per dire che è molto utile parlare di architettura direttamente con gli autori, oltre che vedere le architetture, perché ci sono delle immagini che grazie anche a certa critica, a certi pensieri dominanti, producono degli stereotipi. Credo che l’opera di Danilo debba essere un po’ rivista cercando di sgombrare lo sguardo, come se, con una folata di vento come quello di questa sera, si riesca a riguardarla in una dimensione diversa. Io lo ringrazio molto per questa conversazione, vorrei che fosse lui a concludere, magari guardando al futuro e dando qualche segnale agli architetti, ai giovani, anche a noi che lavoriamo intorno all’architettura, che amiamo molto questo fantastico mestiere e pensiamo che tua abbia dato veramente un contributo importante a tutti noi.

DG
Per quanto riguarda i miei principali lavori, che sono il Teatro delle Muse in Ancona e la Biblioteca di Pesaro, sicuramente per Teatro delle Muse ho tanti debiti, veramente tanti, a cominciare da Aldo Rossi e il suo Teatro di Genova e dal Teatro Farnese di Parma, che ho studiato con molta attenzione, e poi Zanuso e il restauro del Teatro Fossati, il Piccolo Teatro. Credo di aver guardato i teatri di tutto il mondo, anche i teatri impropri, come l’Auditorium a Chicago, di Sullivan e Adler, e quindi questo lavoro è stato un po’ una esercitazione che mi ha indotto ad analizzare un tipo di architettura che è veramente ampio, qual è l’architettura teatrale dal teatro greco agli ultimi teatri moderni. Poi altre cose che ho fatto sono del tutto legate alla residenza, anche la residenza più piccola, la casa unifamiliare. C’è stato un momento in cui ho progettato e costruito dei restauri, a cominciare dalla casa Frittelli a Varano, Ancona, a questa casa che trovate sull’ultimo numero di Progetti, per un medico anestesista dell’ospedale di Ancona e sua moglie e tanti piccoli, minuscoli edifici che ho progettato al pari dei grossi temi, sempre pensando che qualsiasi piccolo lavoro sia degno di essere trattato come un grande lavoro. Con questo chiudo e ringrazio tutti.

MG
Mi sembra una bella conclusione…

DG
Grazie tante.

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  • Esterno e interno di una cas a del complesso di case binate denominato “Leucò”, realizzate dal ’64 in poi dalla società Prisma di Procida-Bitt
  • Fregene centro, via San Fruttuoso, complesso di quattro case unifamiliari a schiera. Esterno e particolari della scala di un edificio.
  • Biblioteca S. Giovanni, Pesaro. Portico esterno e sala di consultazione. Progetto architettonico di Danilo Guerri e Massimo Carmassi, 1998:2001.
  • Teatro delle Muse, Ancona. Ascensore al piano del salone delle feste, platea e ordini. Progetto architettonico di Danilo Guerri, capogruppo, con Paola
  • Particolare della corte interna di Casa Ronchey, complesso “Villa Piccola”, Fregene nord, 1962:64.