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Modificare il Mondo – Intervista a Paolo Castelli

8 gennaio 2015 Visualizzazioni: 785 Architettura

a cura di Federica Ciavattini e Manuel Orazi

Non sono molti gli architetti che possono vantare una carriera durevole e così estesa in ogni ambito professionale, spaziando in tutte e cinque le province marchigiane dalla montagna alla costa adriatica, dal dopoguerra ad oggi. Anzi a pensarci bene solo Paolo Castelli corrisponde a questo profilo: nato a Camerino nel 1924, studente di architettura alla Sapienza durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale – dove dopo l’8 settembre 1943 gli capitò di poterci andare solo in bicicletta, come narrato in uno dei suoi numerosi quaderni autobiografici e stampati in proprio nell’ultimo decennio. Castelli è però soprattutto il fondatore, con altri compagni di viaggio, del Gruppo Marche, lo studio di progettazione tuttora attivo che ha realizzato un numero considerevole di opere soprattutto pubbliche e di piani urbanistici nella nostra regione tanto da divenire un punto di riferimento del modernismo in particolare nella provincia di Macerata.

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Lei si è iscritto all’Ordine degli Architetti nell’immediato dopoguerra. Che tipo di rapporto aveva con gli altri studi delle Marche, c’era fra voi molta competizione oppure vigeva una maggiore collaborazione visto il numero esiguo? Ha mai cercato di intraprendere iniziative culturali all’interno dell’Ordine degli Architetti?
Nel 1948 mi iscrissi all’albo professionale che all’epoca era su base regionale e non ancora provinciale. Avevo la tessera numero 24 e in seguito ricoprii il ruolo di segretario. Partecipavo sempre alle riunioni del Consiglio Nazionale degli Architetti che generalmente si tenevano a Roma. Per questo ci rimasi male quando mi candidai per l’elezione del nuovo presidente dell’Ordine regionale e scoprii che invece avevo tutti contro. Sullo spirito collaborativo non ho grandi ricordi. Ad esempio, a me piaceva dedicare molto tempo a trasmettere articoli d’urbanistica-architettura e materiale sui miei progetti alla rivista “Ingg. Arch.”, una rivista gratuita, molto diffusa negli anni ’60 e rimanevo amareggiato quando, proponendo ad altri architetti di fare altrettanto, per far crescere il dibattito su questi temi, scoprivo che ne erano completamente disinteressati. Più di recente invece ho cercato di favorire i colleghi più bravi scrivendo articoli sui giornali locali quando c’erano opere che ritenevo valide come il nuovo terminal delle corriere di Macerata, progettato da Toraldo di Francia e il cimitero di Morrovalle dell’arch. Oresti. Una mia vecchia battaglia riguarda poi lo scempio della Basilica della Misericordia operata da un’integrazione fatta nel 1950 da Giulio Pediconi e che ancora oggi mette a repentaglio la sicurezza della piccola chiesa vanvitelliana, oltre ad averne nascosto alla vista dei pellegrini o visitatori sia la cupola ellittica che il campanile in asse.
Come si sviluppò invece il suo lavoro professionale? Qual è stata la sua prima opera costruita?
Appena laureato fui invitato dall’architetto camerte Angelo Boccanera a collaborare con lui nel suo studio di Milano. Fummo incaricati di progettare il Padiglione dell’azienda di liquori Sarti per la Triennale del 1948. Sempre a Milano conobbi l’ingegnere Angelo Bordoni che stava realizzando l’Ospedale di Bergamo e per il quale curai degli esecutivi. Ma quella milanese è stata un’esperienza breve. Tornato a Macerata, dal 1949 al 1955 ho avuto uno studio insieme con l’architetto Marone Marcelletti di Corridonia con cui abbiamo partecipato e vinto un concorso indetto dall’Ina Casa, che ci permise di iscriverci all’Albo e di realizzare gruppi d’alloggi nelle province di Macerata, Ancona e Pescara, visto che con lo studio avevamo iniziato a collaborare anche con l’architetto pescarese Antonio De Cecco con cui continuai a lavorare in seguito, dal ’55 ai primi anni ’60, firmando tra le altre cose anche Villa Mantini a Matelica. Nel 1955 in un periodo in cui esercitavo la professione in solitaria, realizzai Casa Salvia di Macerata, sulla strada che sale dalla valle del Chienti: era la mia prima abitazione (mi ero sposato da poco) ed essendo collocata lungo la strada d’ingresso alla città, quindi molto visibile, pensavo che avrebbe potuto essere anche il mio biglietto da visita professionale. Il 1970 invece è l’anno in cui fondai il Gruppo Marche con gli architetti Romano Pellei e Luigi Cristini e gli ingegneri Cesare Brutti e Raffaele Grisostomi.Lei si è formato all’Università La Sapienza di Roma: quali sono stati i professori che hanno segnato di più la sua formazione?Frequentai La Sapienza dai primi anni quaranta quando tra i professori c’erano Arnaldo Foschini, per composizione, Saverio Muratori, anche se allora era solo assistente di urbanistica, Marcello Piacentini e il suo altro assistente Ludovico Quaroni, a cui sono rimasto legato da un’amicizia che andò oltre gli anni universitari. La mia formazione non fu tanto segnata dai professori ordinari che non tenevano mai lezione, al massimo presenziavano agli esami e che a differenza di qualche anno prima, ora lasciavano gli studenti liberi di abbracciare qualsiasi stile architettonico. Molto importante per me fu l’insegnamento di Ludovico Quaroni da cui per la prima volta appresi il concetto del restauro conservativo in un esame di urbanistica sull’area di via dei Coronari che all’epoca era una novità perché la prassi, specie a Roma, era quella della demolizione come nel caso di via della Conciliazione. Mario Ridolfi invece fu l’architetto che più mi trasmise la visione organica dell’architettura, grazie a dei corsi che teneva in una scuola privata romana e che frequentai per qualche mese parallelamente all’università.Quali erano i suoi architetti di riferimento?Ludwig Mies van der Rohe e Frank Lloyd Wright. Di Mies ammiravo soprattutto il padiglione dell’Expo di Barcellona che segna la continuità degli spazi e tra interno ed esterno: ho cercato di seguire questo principio fin dai miei primi progetti come quello degli alloggi Ina a San Severino Marche del 1950, dove sottolineavo sempre la presenza del setto murario rompendo così il perimetro dell’edificio. Di Wright invece ho ammirato e seguito il rapporto tra casa e natura e la continuità spaziale fra interno ed esterno, senza setti murari ad ostacolare appunto il rapporto tra l’interno e l’ambiente circostante. Anche per questo ho sempre evitato di costruire quelle che io chiamo “case a bussolotti”, alloggi scatolari con spazi ristretti. Un altro riferimento importante è stato Le Corbusier: mi ha sempre affascinato profondamente l’idea di promenade architecturale. Non sono d’accordo però sul concetto di architettura-oggetto, cui invece il maestro svizzero si è spesso dedicato. Per me l’edificio è fatto soprattutto di spazio e di relazioni con l’ambiente. Per questo un progetto come la nuova scuola di Montelupone (1987), sorta nella piazza centrale del centro storico medievale, ebbe persino il plauso della Sopritendenza.

A proposito di Wright, nel 1945 Bruno Zevi pubblicava da Einaudi Verso un’architettura organica. Che cosa ha significato per lei?
Quando il libro uscì io ero al III-IV anno e mi ha provocato una grande apertura mentale anche perché aveva in copertina la Casa sulla cascata, un capolavoro che ho sempre amato molto.

Ha conosciuto Zevi personalmente?
All’epoca rivestiva un ruolo fondamentale per la rinascita della cultura civile e architettonica italiane, specie a Roma…Sì, Quaroni nel ’48 me lo presentò portandomi a casa sua dove ci lesse degli estratti della Storia dell’architettura moderna che Einaudi stava per pubblicare di lì a poco, una lettura emozionante. A questo seguì da parte mia l’invio dei miei progetti alla redazione della rivista che ha sempre diretto “L’Architettura. Cronache e storia”. Tra i diversi che pubblicarono ad esempio ci fu il Monumento alla Resistenza di Macerata.La sua amicizia con Quaroni è stata durevole?

Direi di sì, ho rivisto Quaroni in diverse occasioni, una volta in Ancona dove esponeva il PRG della città e ne approfittai per mostrargli il progetto di Casa Salvia a Macerata che gli piacque molto. Poi lo rincontrai a un convegno sulle chiese dove ebbi l’occasione di cenare con lui insieme al mio socio Luigi Cristini.Qual è stato il suo rapporto con la politica?Nel 1948, appena laureato, presi la tessera del PSDI a Camerino perché se non avessi aderito a un partito non avrei avuto la possibilità di parlare di urbanistica con le istituzioni. All’epoca tutti i partiti erano diffidenti verso i professionisti, si sentivano come minacciati perché potevano mettere in discussione le loro scelte come in effetti è avvenuto più volte. Solo molti anni dopo, più o meno dagli anni settanta, i professionisti si iscrivevano ai partiti soprattutto per avere incarichi diretti. Ricordo invece che prima le discussioni erano di grande livello e miravano a obiettivi più ampi. Ad esempio quando venne presentato il secondo PRG di Macerata di Luigi Piccinato, io e il mio socio Cristini infiammammo un grande dibattito in seguito alla nostra proposta di una nuova strada a nord della città che la alleggerisse dal traffico pesante, che in una certa misura era critica verso il suo piano e infatti divise tutte le forze politiche a più riprese tanto che oggi è una delle grandi opere incompiute della città. All’epoca si disse che non si sarebbe potuto aprire una galleria sotto il quartiere Pace, che sarebbe stato troppo pericoloso, mentre poi si è visto che aprire una galleria era più che possibile visto che è stata infatti realizzata ma solo per raggiungere il palazzetto dello sport, senza deviare effettivamente il traffico in maniera massiccia. Nel mio caso la pianificazione urbanistica occupava anche più della metà della mia professione, un’attività fondamentale per me. I PRG a cui sono più legato sono quelli di Treia, Pollenza e Montecassiano perché si reggevano sul principio di una visione organica cioè d’insieme, grazie anche al fatto che si tratta di tre comuni confinanti tra loro. Non ha senso infatti studiare un piano per ogni piccolo comune.Ci descriva meglio il Gruppo Marche, a chi si sentiva più vicino?

Con l’architetto Cristini c’è stata collaborazione su tutto. Lui era democristiano, io no ma non per questo abbiamo avuto particolari contrasti. Tipo strano, lasciò la facoltà d’ingegneria per laurearsi in architettura. È un uomo di idee ma poco pratico così nel lavoro subentravo io che sono più lungimirante nel terminare le cose. Con lui ho sempre collaborato bene, una delle opere meglio riuscite è sicuramente la chiesa di Casette Verdini. Solo nel caso di un albergo costruito a Senigallia, il risultato non è stato dei migliori perché nella progettazione c’era anche un terzo architetto e unire le idee di tre persone troppo diverse non produsse un buon risultato. Un altro lavoro seguito insieme fu il progetto dell’asilo nido tipo per la Regione Marche. La condizione di ripetibilità richiesta contrastava con la mia visione dell’architettura, quella cioè che vede nel suo ambiente un elemento determinante, per cui ho risolto il problema facendo un oggetto variabile, adattabile al terreno e non troppo complicato. Da Le Corbusier ho ripreso il principio della scatola su pilotis, riconducendo la forma dell’edificio ad una scatola posata su dei cerini: in tal modo se il terreno era scosceso si poteva regolare la lunghezza dei cerini/ pilotis adattando così la scatola al terreno. In tutta la regione di questi asili ne furono realizzati circa una ventina, non tutti come avremmo voluto noi: per esempio a volte limitarono l’uso dei grandi oblò in plastica con cui i bambini si divertivano un mondo perché erroneamente ritenuti pericolosi.

Un altro suo tema di progettazione ricorrente è stato quello sugli ospedali.

Sì, in particolare con il Gruppo Marche, spesso questi incarichi nascevano come corollario a studi urbanistici perché ovviamente gli ospedali hanno una forte ricaduta sui territori circostanti non solo sul piano della circolazione stradale. Ricordo i progetti di Pergola, San Severino Marche, Fabriano, Macerata e altri, non tutti realizzati. Per questo fui anche chiamato per fare insieme con Paola Salmoni uno studio di massima per migliorare l’ospedale regionale di Ancona, cercando di sfoltire le sue funzioni e renderlo così più piccolo e razionale. Purtroppo non riuscimmo a realizzarlo.

Lei si è iscritto a Italia Nostra quando era presidente Giorgio Bassani, uno dei maggiori scrittori del Novecento italiano, quali battaglie avete portato avanti?

Io ne ho fatte tante… Comunque essendo stato sempre un appassionato di paesaggio mi ritrovavo perfettamente nella visione di Italia Nostra, ancora oggi disegno acquarelli di paesaggi. Io credo che la casa sia un tutt’uno con l’ambiente circostante, per cui se l’ambiente ha un valore allora anche l’architettura sarà di valore. Ad esempio seguendo questo principio, fondai sull’idea di hortus conclusus il progetto della chiesa di Casette Verdini (1971), una frazione di Pollenza. Lavorai al progetto con il mio socio Cristini e per ovviare alla visione dell’antiestetico ambiente periferico dove era stata prevista la chiesa, decidemmo di circondarla da un muro. Con Bassani invece partecipai ad esempio a un convegno tenutosi a Montefortino per proporre di istituire il Parco dei Sibillini, un consorzio di comuni sul modello esistente del Parco del Conero che Bassani già conosceva. Il parco poi è stato istituito e oggi è uno dei fiori all’occhiello delle province di Fermo e Macerata.

Ha avuto mai occasione di occuparsi di design?

Non molto, però ho disegnato una macchina da caffè per la Nuova Simonelli di Belforte del Chienti e da giovane persino una radio a transistor.

Tra tutte queste attività sembra esserle mancato solo l’insegnamento…

No, ho anche insegnato ma solo per un breve periodo, tra il ’48 e il ’50, nell’istituto tecnico di Macerata e di Camerino.

Tra i suoi molti progetti, uno dei più arditi è secondo noi l’edificio polifunzionale di Civitanova Marche, posto tra la ferrovia e il cavalcavia che porta in centro, a ridosso dell’ex area industriale Cecchetti, e in grado di ospitare più di una funzione senza temere uno sviluppo decisamente verticale sullo snodo urbano principale di quella città.

Si tratta di un progetto bipartito: la parte superiore fu sviluppata da Romano Pellei e quella inferiore da me, due progetti separati amalgamati solo alla fine. Poi abbiamo seguito anche la lottizzazione privata che ne era la logica conseguenza ma che solo anni dopo e in seguito a varie vicissitudini Vittorio Gregotti ha infine realizzato.

Lei ancora si reca in studio oggi portato avanti da suo figlio Alessandro: qual è la sua visione del ruolo dell’architetto che si sente di consegnare alle future generazioni?

Io credo che l’architetto debba sempre avere l’ultima parola perché la sua professione non è quella dell’avvocato, non dev’essere il servo sciocco del cliente. L’architetto lavora sempre per la collettività, anche quando lavora per il privato, per questo deve difendere i propri principi. Modifica il mondo e dunque deve imporre la sua linea. Per far questo ed essere coerente mi è capitato di dover rinunciare a più di un incarico in cui il cliente voleva a tutti i costi condizionare negativamente il progetto, e ne vado fiero.

Non sono molti gli architetti che possono vantare una carriera durevole e così estesa in ogni ambito professionale, spaziando in tutte e cinque le province marchigiane dalla montagna alla costa adriatica, dal dopoguerra ad oggi. Anzi a pensarci bene solo Paolo Castelli corrisponde a questo profilo: nato a Camerino nel 1924, studente di architettura alla Sapienza durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale – dove dopo l’8 settembre 1943 gli capitò di poterci andare solo in bicicletta, come narrato in uno dei suoi numerosi quaderni autobiografici e stampati in proprio nell’ultimo decennio. Castelli è però soprattutto il fondatore, con altri compagni di viaggio, del Gruppo Marche, lo studio di progettazione tuttora attivo che ha realizzato un numero considerevole di opere soprattutto pubbliche e di piani urbanistici nella nostra regione tanto da divenire un punto di riferimento del modernismo in particolare nella provincia di Macerata.

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  • Alloggi INA San Severino Marche 1950 arch. Paolo Castelli e Marone Marcelletti
  • Casa Salvia Macerata 1955 arch. Paolo Castelli
  • Casa Salvia Macerata 1955 arch. Paolo Castelli
  • Asilo Nido Porto S.Elpidio - Fm 1974 arch. Paolo Castelli e Gruppo Marche
  • Scuola Elementare Montelupone - Mc 1987 arch. Paolo Castelli e Gruppo Marche