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Nacatur Scafandri con il cuore

30 aprile 2015 Visualizzazioni: 922 Impresa

di Cristiana Colli

La potenza visiva e poetica di quell’immagine nei giorni angosciosi della rappresentazione mediatica di Ebola ha lasciato senza fiato. Un umano – uomo o donna non importa – incede con passo sicuro in un paesaggio apocalittico con in braccio un bimbo nudo, quasi sorridente, stupito e vivace. Sembra di sentirlo quel contatto tra la nudità del corpo che si affida e la plastica isolante che contiene. L’estetica della catastrofe somministrata in dosi omeopatiche da media, cinema, letteratura, giornalismo ha abituato lo sguardo e il sentimento all’idea che è possibile avere uno tsunami sotto casa, un’epidemia alla porta, un day after quotidano, normale e vicino. Una rappresentazione per molti versi divenuta familiare, come il marketing della beneficienza – seppur ammirevole e generoso – divenuto sostegno a distanza, aiuto via internet, partecipazione lontana che assolve e consola nella relatività dell’impegno.

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Una connessione virtuosa, ben rimarcata dalla comunicazione, tra un piccolo sacrificio di qualcuno che diviene grande aiuto per qualcun’ altro; una contraddizione contemporanea che tuttavia mette in connessione passioni, energie, idealità, intenzioni. Potenza di una fotografia. E di una tuta che pone una barriera tra sé e il mondo – umano e naturale – mentre lo accoglie nell’abbraccio; vicina al sentimento di chi soffre ovunque nel mondo di ogni peste – quelle volute dall’uomo, quelle subite come malattie ed epidemie. Una tuta divenuta simbolo di efficienza tecnologica nell’economia della catastrofe; difesa, impegno etico e morale che salva la vita; seconda pelle per operatori che come l’uomo ragno sfidano con professionalità e dedizione la forza di gravità della paura e del contagio. Scafandri con il cuore indossati da uomini e donne in contesti a massimo rischio batteriologico. Ebbene tra le dotazioni speciali che hanno raggiunto la miglior sintesi tra protezione e sicurezza, tra qualità della vita per chi li indossa e agibilità dei movimenti a garanzia della performance, ci sono le linee di prodotto di Nacatur, quartier generale a Castelvecchio-Monteporzio. La storia di questa azienda – unità produttive nelle Marche, in Abruzzo, in Spagna sin dagli inizi un mercato di esportazione e in Asia – comincia negli anni ’90 con una specializzazione produttiva legata alla fabbricazione di guanti monouso per uso sanitario – prima azienda europea a certificarli nel 1999 come dispositivo di protezione individuale in ambito sanitario e ospedaliero. Una scelta all’avanguardia che ha permesso di crescere in termini di ricerca – oggi i guanti sono realizzati sia in lattice che nei più moderni materiali sintetici – e in termini di mercato, ben oltre quello continentale e domestico. Il know how, la qualità e la grande esperienza in situazioni complesse sono i plus emersi durante la recente epidemia di Ebola. Ciò che l’azienda ha messo in campo – presentato al “Medica” di Dusseldorf, la più importante fiera di settore – è un kit di emergenza indossato da medici e infermieri che trattano pazienti interessati dal virus o sospetti tali.

È una sorta di valigetta che contiene una tuta – o un camice – testata per affrontare il rischio biologico; guanti di protezione realizzati in materiale sintetico; occhiali protettivi e facciali filtranti FFP3; gambali di protezione e visiere. Massima protezione dal rischio batteriologico con massimo comfort per chi lavora in condizioni estreme di sforzo fisico e psicologico, frutto di una selezione accurata dei materiali – film e tessuti impermeabili e di tutela, mescole dedicate nel caso dei guanti – e di forme capaci di facilitare i movimenti del corpo in posizione statica e dinamica.

“La nostra esperienza si è consolidata negli anni grazie agli investimenti in ricerca dei nostri laboratori e nel confronto con emergenze sanitarie vere come l’aviaria o l’influenza A H1 N1 – dice Stèfana Navarra, l’AD. Nelle epidemie gli operatori sanitari devono poter affrontare i rischi quotidiani con tutte le protezioni possibili – prodotti certificati – e con una accurata e seria formazione, essenziale per utilizzare i prodotti nel modo più corretto, adeguato ed efficace”. L’esperienza e la ricerca hanno allargato la progettazione e la produzione a nuovi prodotti di alto contenuto tecnologico legati alla sicurezza in ambito sanitario, quella dell’operatore e quella del paziente: siringhe, linee infusionali, sistemi certificati per la somministrazione di sostanze invasive e impattanti. Il tracciante si mantiene legato al servizio, alla protezione, alla prevenzione con prodotti il cui vantaggio principale è mettere insieme sensibilità e sicurezza. Tutte le soluzioni sono made in Italy, studiate e testate a Castelvecchio nel quale ha sede anche la magica camera bianca, un luogo realizzato con filtri assoluti nel quale si lavora a carica batterica controllata – in ambiente isolato, completamente sterile e a temperatura controllata – seguendo un complesso protocollo di vestizione e spoliazione per scongiurare il rischio che possano subentrare alterazioni a vanificare l’affidabilità dei test sui prodotti. Quello è il cuore della sperimentazione, lì nascono i prototipi e le piccole serie che precedono la produzione su ampia scala in altri poli produttivi; lì si fanno i controlli di qualità, formazione, R&D.

Il sogno è una produzione completamente made in Italy ma ad impedirlo è la difficoltà di mantenere la qualità originaria del lattice nel viaggio dalle piantagioni nel sud est asiatico all’Italia. La sanità pubblica e privata, e più in generale la cura, restano il settore trainante, ma il guanto – core business delle origini personalizzato anche per chirurgia monouso – è oggi un materiale divenuto versatile, multiuso e multifunzione per esempio in ambito alimentare – produzione e distribuzione. Non ha avuto torto Stéfana Navarra quando 30 anni fa ha intuito che il monouso – medico e professionale – sarebbe stato il futuro non solo per la sicurezza in ambito medico ma per lo stile di vita che chiede igiene, controllo, distacco come garanzia di qualità. Paradossi della modernità touch – dalla comunicazione al cibo, dall’acquisto all’interazione digitale di varia specie – dove touch talvolta può essere solo con il guanto.

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