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Recupero e riuso delle grotte di un monastero

24 marzo 2017 Visualizzazioni: 373 Restauro, Architettura

progetto di Giorgio Balestra

Il progetto offre occasione di riessione e confronto sul tema del “riuso” nell’ambito di applicazione del restauro legato ai beni architettonici storici nati come luoghi estranei alle destinazioni d’uso che rispecchiano invece le volontà o le necessità della società contemporanea.

Alla base di tutto l’intervento si è posto come obiettivo il potenziamento del complesso Museo internazionale dell’etichetta-enoteca comunale-Collezione Luigi Bartolini di cui, a tutti gli e etti, gli spazi oggetto di intervento erano divenuti una importante appendice, sia pur presentando carenze fondamentali che non garantivano la piena agibilità degli ambienti. Con l’individuazione della destinazione d’uso, si risolveva così uno dei problemi fondamentali legati al “riuso” e si poteva procedere al progetto di restauro ponendolo come “mezzo” e non come ne ultimo dell’intervento.  In virtù della sua natura, il progetto ha mirato con successo all’ottenimento dei fondi erogati dal GAL “Colli Esini” in attuazione dell’intervento Sottomisura 4.1.3.5 per gli interventi di ampliamento, potenziamento e valorizzazione di strutture museali-espositive esistenti (Misura 3.2.3 sub b2) raggiungendo il traguardo della fattibilità economica. Volendo rispettare la realtà materiale e spirituale del monumento (e su questo l’entità delle somme a disposizione relativamente esigue in relazione a una super cie complessiva di oltre 500 mq è venuta in aiuto), si è perseguita la loso a del “minimo intervento” che puntasse al mantenimento e alla tutela conservativa del monumento stesso accantonando l’idea di una qualsiasi riconnotazione estetica. Citando il concetto espresso da Renzo Piano secondo cui “non si è creativi soltanto disegnando nuove forme o strutture ma anche inventando soluzioni senza modi care l’esistente”, si è cercato di operare nel totale rispetto dello stato dei luoghi, carico di tracce che lasciavano trapelare le innumerevoli modi che subite nel corso dei secoli e in cui, oltre alla lettura planimetrica di sovrapposizioni costruttive in epoche di erenti, anche semplici porzioni di intonaco degradato e residui di colorito esistente erano e rimangono portatori di valori storico- documentali. Il primo intervento è stato eseguito attraverso l’idrolavaggio a pressione controllata di tutti i paramenti murari e delle volte per poi passare alla chiusura delle piccole lacune e alla rimozione delle componenti estranee lasciando inalterata ogni traccia sopra descritta.

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L’inserimento dei nuovi elementi strutturali necessari a rendere fruibili e funzionali gli spazi in rapporto alla nuova destinazione d’uso, segue la medesima loso a proponendo soluzioni semplici limitando gli interventi e operando nei limiti dello stretto necessario.
Ecco allora che i pavimenti monolitici in calcestruzzo colorato in pasta si inseriscono all’interno della sequenza seriale degli ambienti lasciando uno spazio perimetrale, colmato con ghiaia, con la duplice funzione di denotare “rispetto” verso la preziosa preesistenza tenendosi a debita distanza e lasciando allo stesso tempo ampia libertà nella futura implementazione delle dotazioni tecnico-impiantistiche. In ssi dal colore neutro si uniformano in facciata a quelli esistenti e si innestano all’interno degli importanti spessori murari semplicemente integrando le lacune e successivamente applicando velature a base di calce sulle parti estranee alla struttura originaria per adeguarne l’insieme. Nuove bussole in vetro inserite in corrispondenza degli ingressi sono ancorate senza l’ausilio di pro li strutturali e lasciano immutata, con la loro totale trasparenza, la percezione spaziale degli ambienti in cui sono state collocate.

Altro aspetto importante su cui si sono basate le scelte progettuali nel recupero e riuso degli ambienti è stato il rispetto delle volumetrie, degli e etti spaziali che attraverso i pieni e i vuoti, le cavità luminose e oscure contribuiscono e cacemente alla ricostruzione mentale dell’immagine originale. Tali scelte poi di fatto non sono state pienamente sostenute dal successivo intervento di allestimento e illuminazione dove il taglio di luce continuo e orizzontale pensato per l’illuminazione di usa, paradossalmente risulta essere una buona soluzione se spento ma, una volta acceso, modi ca sostanzialmente la percezione degli ambienti separando visivamente le murature verticali dalle volte in mattoni originariamente concepite come unico elemento.

Di maggiore pregio invece la scelta del sistema di illuminazione puntuale attraverso le “parentesi” Flos, che per loro natura poco invasiva sposano a pieno il principio del minimo intervento e o rono analogie estetiche con ipotetiche lanterne o candele utilizzate in passato, contribuendo a quell’immagine mentale di cui sopra, preziosa tanto quanto il corretto intervento sul bene materiale. Tutto ciò a sostegno della teoria che il restauro, in quanto atto critico, non può dirsi concluso se non anche attraverso la restituzione delle condizioni psicologiche originarie.

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