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Recycle. Tutte le strategie del riuso creativo

12 gennaio 2015 Visualizzazioni: 837 Allestimenti

Esempi di riciclo per l’architettura, la città e il pianeta in mostra al MAXXI

progetto di Emanuele Marcotullio

Con pochi gesti, attraverso la presenza fisica degli elementi espositivi, il colore, le trame intense e le qualità tattili dei materiali, l’allestimento re-agisce alla fluidità degli spazi del Museo, cercando di restituire per frammenti la complessità del tema.

L’allestimento per la mostra RE-CYCLE coinvolge quattro gallerie del museo e invade gli spazi della grande hall rendendosi visibile già dall’ingresso. Tre guide grafiche a terra raccolgono la sequenza di dati sulla dimensione e l’urgenza del tema e indicano al visitatore la direzione verso le sale. Da un lato, dietro un grande muro giallo, la Sala Scarpa, dedicata alla mostra di fotografia “Permanent error” è uno spazio neutro, quasi totalmente vuoto. Due lunghi setti dilatano la superficie espositiva costruendo quinte sfalsate che, senza interrompere la fluidità degli spazi, impediscono la percezione unitaria delle foto e invitano al percorso. I pilastri binati in calcestruzzo a vista sono “riciclati” in questo sistema di quinte come dispositivi utili a inquadrare foto e video. Dalla parte opposta del museo, la sezione più strettamente architettonica della mostra si articola su due livelli, nelle sale 1, 2 e 2a. L’installazione “music on bones” è l’introduzione concettuale alla mostra, mentre una grande scritta luminosa ne segna l’inizio. Il titolo “Recycle”, come una luce di scena, si proietta sui visitatori coinvolgendoli al loro passaggio nel processo di stratificazione di materia e segni. Nelle tre sale l’allestimento si articola attraverso un sistema multiplo. È la combinazione di più dispositivi espositivi: l’arcipelago orizzontale dei tavoli, realizzati attraverso l’accostamento di semplici elementi modulari in cartone su cui sono appoggiate lastre di ferro stampato; la sequenza verticale delle fasce gialle e bianche che tatuano le pareti del museo garantendo corrispondenza spaziale con i tavoli; la quadreria, una “collezione autonoma” di foto d’epoca, video e disegni di autore. A ciascuno di questi dispositivi corrisponde un diverso livello di lettura: le fasce verticali, con le immagini degli edifici, prima e dopo l’operazione di riciclo, assicurano una lettura più rapida, quasi immediata dei progetti esposti; i tavoli raccolgono invece gli elementi più tecnici, i modelli e le immagini del processo di trasformazione, mentre la quadreria condensa un racconto fatto di exempla offrendo uno sguardo retrospettivo al tema, da collezionista.  Lungo il percorso espositivo, non impostato su un’unica direzione, trovano spazio alcune eccezioni segnalate da un allestimento autonomo che rendono il paesaggio della mostra più articolato e impongono alcune pause nella lettura dei progetti. Le mappe urbane stese a terra alludono alla possibilità di estendere la strategia anche alla città. Da questi tappeti urbani emergono le foto di edifici riciclati, modelli concettuali, tavole con schemi strategici, foto e video d’autore. Particolari soluzioni segnalano gli spazi di passaggio tra le tre sale: l’ascensore muove tra i due livelli il monitor con il montaggio dei video di “Blob”, la scala elenca gradino dopo gradino le possibili declinazioni operative del termine “re-cycle”, il passaggio a lato del montacarichi ospita la parete a onda di bottiglie riciclate retroilluminate dell’installazione “Miniwiz”. La parete “container architecture” chiude l’allestimento: una teoria di immagini senza un ordine apparente costruisce una tassonomia di possibili soluzioni architettoniche ottenute attraverso il riciclo di container industriali. Con pochi gesti, attraverso la presenza fisica degli elementi espositivi, il colore, le trame intense e le qualità tattili dei materiali l’allestimento re-agisce alla fluidità degli spazi del Museo, cercando di restituire per frammenti la complessità del tema. Senza stabilire gerarchie o categorie scalari.

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Recycle.
Dal ready-made alla città di Pippo Ciorra 

La mostra Recycle è un dispositivo plurimo, una meccanismo pensato per accelerare le procedure della ricerca architettonica, per costruire relazioni virtuose tra l’architettura e la realtà che la circonda e per definire un campo di studio interdisciplinare aperto intorno alle questioni del riuso, della reinvenzione, della reimmissione nel circuito creativo dei materiali “esauriti” o di scarto. A questo scopo l’esposizione mette indifferentemente insieme materiali molto diversi: documentazione tradizionale di progetti architettonici, urbani e “di paesaggio”; progetti di ”arte visiva” basati sul video o sulla fotografia; opere d’arte e produzioni materiali rese esteticamente rilevanti proprio grazie al processo di riciclaggio che dà loro origine. All’ingresso della prima sala del museo di architettura del MAXXI la mostra si apre infatti con un reperto a-disciplinare e spettacolare: sei “dischi” di musica occidentale “proibita” prodotti in Russia negli anni dai cinquanta e sessanta stampando le tracce sulle lastre radiografiche usate (e quindi già contabilizzate) invece che sul vinile. Su ogni disco oltre al titolo dell’autore e del brano, spesso scritti a mano, è ben visibile un frammento della struttura ossea di un paziente: il cranio, la spina dorsale, una mano, eccetera. Oltre alla sorprendente Music on Bones, la mostra ruota attorno ad alcune icone assolute del riciclaggio, che fanno da punti di riferimento in un percorso culturale ambizioso e complesso. Tra queste vanno certamente segnalate la High Line di New York, il “riciclo urbano perfetto”, il programma televisivo Blob, che tutti conosciamo, la bellissima opera video Steps di Zbignew Rybczynski, il Palais De Tokyo di Lacaton & Vassal, le case siciliane meravigliosamente riciclate da Giuseppina Grasso Cannizzo, il parco di Battle y Roig costruito sulla più grande discarica di Barcellona, le gallerie dell’autostrada di Trento magistralmente trasformate dal team di Elisabetta Terragni in un museo della città, il wag-restaurant alpino progettato nel 1929 da Piero Portaluppi riutilizzando una carrozza ferroviaria dismessa, l’indimenticabile disegno di Peter Eisenman per Cannaregio, concepito riciclando, oltre che lo spazio urbano esistente, i tracciati del vicino e mai nato ospedale veneziano di Le Corbusier. Sebbene frutto di una scrematura molto limitata – rispetto ai circa ottanta progetti che a vario titolo compaiono nella mostra – la selezione qui citata sembra sufficiente a rendere chiaro il metodo della mostra. La prima tattica inconsueta è quella di non distinguere tra riciclo concettuale (da Duchamp a Ghezzi) e riciclo materiale (la High Line ma anche le tecniche di gestione delle discariche). Col risultato di rendere chiaro che per chi progetta il riciclo non è che un’altra occasione storica per connettere la tecnica e lo spirito del tempo. La seconda è quella di ignorare il confine tra l’architettura e le altre forme di espressione – arte, media, fotografia ecc. – col risultato di cercare di trasformare il riciclo in un linguaggio attraverso il quale l’architettura può cercare di incrementare i suoi canali di comunicazione con gli altri mondi.

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  • Veduta dell'allestimento
  • Hall:Galleria 1, vista dell’ingresso dall’alto.