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Ri-Vestire / Re-Wear

13 gennaio 2015 Visualizzazioni: 524 Design

a cura di Cristiano Toraldo di Francia
Senior professor Scuola di Architettura e Design Eduardo Vittoria UNICAM

Nel 2009, abbiamo pensato di far progettare gli studenti manipolando direttamente materiali di recupero in un Corso/Laboratorio dal titolo RI-ABITARE, alternando il progetto disegnato con l’azione fisica del trasformare, con l’intento di sperimentare la trasformazione tipologica, tramite innesti e usi alternativi, creando oggetti di un possibile arredo domestico, ibridi e ambigui, lasciando quindi al fruitore molteplici interpretazioni e più gradi di libertà creativa. In seguito, coscienti del fatto che l’industria dell’abbigliamento rappresenta un contributo fondamentale all’economia della regione Marche e come la produzione, dislocata in più distretti, elabora diverse tipologie, dalle calzature al vestiario tecnico, abbiamo ritenuto importante come Scuola di Architettura e Design sperimentare e ragionare con un Corso/Laboratorio RI-VESTIRE intorno al progetto del vestito come microarchitettura leggera.

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Non ci siamo occupati del sistema della moda, se non per riconoscere come oggi il fenomeno, parte essenziale dell’economia dei consumi e dell’artificialità del mercato, rientri nel ciclo del continuo cambiamento dei modelli, per la creazione di una pianificata obsolescenza e quindi di un mai interrotto rinnovamento del desiderio all’acquisto. Ci siamo posti in linea invece con le ricerche che hanno sperimentato il sottile limite tra vestito e architettura, considerando l’abito come un sostituto della protezione domestica o la sua trasformabilità in protesi architettonica. Se la città non è più riconoscibile come luogo fisico, forma costruita e conclusa contrapposta alla campagna, ma la si vive ovunque come condizione urbana, attraverso i messaggi veicolati dagli oggetti, dalla merce, allora vediamo come anche l’architettura si avvia a perdere le sue caratteristiche di costruzione di limiti e recinti, meccanica e pesante, per essere sostituita da oggetti come architetture leggere, indossabili, trasformabili, per un’umanità nomade, che vuole essere dovunque a casa propria. D’altra parte, siamo oggi di fronte al tema non più eludibile della sostenibilità anche nel settore della produzione dell’abito, che sta diventando negli ultimi anni un obiettivo che interessa tutta la filiera della fabbricazione, dalla materia prima, ai tessuti, al design, alla confezione fino alla distribuzione e vendita.

Questo significa studiare sistemi di approvvigionamento e produzione non inquinanti, che possano avvalersi di risorse materiali e umane rinnovabili, per restituire poi, concluso il ciclo di vita, i componenti all’ambiente per essere naturalmente riassorbiti. Dopo l’agricoltura la produzione tessile è quella che consuma più acqua, spesso contaminandola con elementi chimici tossici, a seconda delle diverse lavorazioni, e allo stesso tempo necessita di ingenti quantità di energia, che ne fanno una delle industrie più responsabili del riscaldamento globale. Da qui la necessità per le aziende e per i designer di ripensare tutti i passaggi della filiera produttiva per arrivare al traguardo della eliminazione di tutti i fattori inquinanti e dello spreco di energia e quindi ottenere una industria della moda ecologica e solidale. Non ultimo dobbiamo considerare l’imperativo etico di eliminazione dello sfruttamento indiscriminato della manodopera e spesso anche del lavoro minorile, rispettando e favorendo invece le diversità delle tradizioni e delle competenze artigianali delle singole comunità. Come dice Sass Brown la moda può diventare un segnale di forte identità e segnale rivoluzionario, basti pensare al completo cinese alla Sun-Yat-sen adottato come abito nazionale della Cina da Mao Zedong, oppure all’abbigliamento in pelle nera dei Black Panther per affermare il Black Pride, fino alle campagne contro la proliferazione nucleare di Vivienne Westwood o ai vestiti da lei disegnati per i Sex Pistols.

Nel nostro Corso/Laboratorio RI-VESTIRE abbiamo iniziato un processo di accostamento e sperimentazione di alcune strategie oggi comuni anche ad altri settori della progettazione, quali la destrutturazione, la contaminazione, il riciclo, il riuso, tenendo presente l’importanza nell’era del virtuale del recupero del “fare bene” manuale, che nel nostro caso è favorito dalla diffusione di un preciso “know how” nella regione, che testimonia di una tradizione che dall’attività delle filande arrivava fino all’artigianato dell’abito. Tutto questo tenendo presente come oggi le tecnologie di fabbricazione dell’abito del corpo umano e del corpo dell’architettura siano sempre più simili e contaminate. Mentre la vecchia casa si va facendo “il cappotto” per raggiungere un sufficiente grado di protezione dalle variazioni della temperatura e la pelle delle nostre nuove case è sempre più simile ad una stratificazione di tessuti rigidi e morbidi per un efficiente bilancio energetico, l’abito adotta tessuti con filati metallici o “compensati” di stoffe per mantenere la forma, utilizza nanotecnologie per tessuti sempre più leggeri e coibenti, applica inserti di materiali speciali e di superfici che catturano l’energia solare. Allo stesso modo le nostre sperimentazioni hanno tentato di favorire negli studenti un atteggiamento progettuale-creativo che sapesse muoversi nei vari territori del progetto e della comunicazione, dalle arti all’architettura, dal design alla messa in atto di performance e eventi che avessero al centro il corpo umano, il suo comfort e la bellezza delle variazioni della sua seconda pelle: un’architettura leggera, ecocompatibile e indossabile.

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