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Chi semina arte cosa raccoglie?

Conversazione con Ljudmilla Socci, direttrice di white.fish.tank

MM Inizia un nuovo anno, il terzo per white.fish.tank. Vorrei subito chiederti cosa c’è in preparazione, ma prima alcune riflessioni sul 2012 appena concluso. Ripercorrendo gli eventi: la mostra in collaborazione con l’ei fu Tacheles di Berlino, l’importante progetto di Porta Pia, la performance di Nicola Ruben Montini per Demanio Marittimo Km 278, poi all’Arco Amoroso la mostra di fotografia Square-up e infine la joint-venture con Fondazione Casoli e Anna Franceschini… Quale filo rosso lega tante iniziative?

LS Nel 2012 ci siamo misurati con spazi espositivi diversi, abbiamo coinvolto 40 artisti, registrato un’affluenza di oltre 3.000 presenze tra luglio e ottobre, consolidato relazioni professionali importanti: un anno davvero impegnativo per una piccola associazione come la nostra, di cui credo possiamo andare orgogliosi. Uno degli obiettivi di white.fish.tank è quello di sostenere la ricerca artistica marchigiana in un contesto di più ampio respiro, attraverso un programma che presenti artisti emergenti nel panorama internazionale, in alternanza con un’offerta più specificatamente legata al territorio. Inoltre, l’apertura al pubblico degli Atelier d’artista di Porta Pia, così come coinvolgimento corale nel costruire l’opera visionaria di Montini sulla spiaggia di Marzocca, credo possa ben testimoniare la vocazione dei nostri progetti: stimolare un contatto, un confronto diretto del pubblico con l’autore nel processo di elaborazione dell’opera. Anche gli incontri-proiezione-dibattito curati da Anna Franceschini, vincitrice della XIII edizione del Premio Ermanno Casoli, sono stati in linea con questo principio. Il nostro è un territorio marginale rispetto ai circuiti dell’arte contemporanea e questo impone un’attenzione maggiore verso il pubblico da parte degli operatori culturali: bisogna fornire gli strumenti necessari alla comprensione dei processi di creazione artistica. Credo che l’arte debba e possa essere uno strumento d’ispirazione intellettuale democratico.

MM Agli spazi importanti di Porta Pia, sono succeduti quelli quasi intimi dell’Arco Amoroso forse per una coincidenza/contingenza, ma il contrasto di dimensioni e atmosfera tra queste due sedi sembra perfetto per immaginarne una gestione congiunta, dove attuare una programmazione annuale organica di mostre, incontri, proiezioni, alternata a workshop e residenze. È plausibile?

LS Ancona ha la fortuna di avere spazi che non hanno nulla da invidiare ai luoghi dell’arte contemporanea delle grandi capitali culturali europee, allora perché non renderli accessibili? Perché non configurarli come punti di riferimento? Il binomio Arco Amoroso/Porta Pia potrebbe funzionare molto bene e con la programmazione 2012 abbiamo cercato di indicare un possibile scenario di lungo termine: l’uno come vetrina del dibattito artistico contemporaneo dove innescare riflessioni, l’altro come luogo del “fare”, dove rimettere in discussione e sperimentare. Ho riconosciuto in Porta Pia lo spazio giusto per creare una vera e propria officina creativa; non mi interessava essere una curatrice, ma porre al centro l’attività degli artisti, ognuno con le proprie strategie per dare forma alle idee e al pensiero. Esperienza molto diversa invece quella all’Arco Amoroso, dove la mostra Square-up curata da Daniele De Luigi ha segnato un momento di riflessione sulla natura e il ruolo della fotografia quale strumento per leggere il presente, oltre il visibile e i luoghi comuni. Con Images moving Images il tema si è spostato sulla scena artistica che si ispira al cinema sperimentale e sul rapporto tra i diversi linguaggi del contemporaneo. Sono convinta che una programmazione organica e continuativa sviluppata su i due spazi porterebbe Ancona ad essere una meta culturale autorevole e desiderabile, favorendo inoltre la partecipazione attiva, la crescita e la fidelizzazione di un pubblico dell ’arte a livello locale.

MM Oggi la crisi economica, certi pregiudizi e alcune dinamiche tipicamente italiane affaticano il decollo di progetti di cultura e innovazione. L’ente pubblico ha sempre meno disponibilità e il privato resta diffidente, ma nel tuo mondo ideale chi dovrebbe sostenere la missione del white.fish.tank?

LS Solo grazie ad una sinergia tra investimento pubblico e privato si potrà garantire una programmazione sistematica sufficientemente avventurosa, critica e sperimentale. Gli operatori devono poter collaborare con le istituzioni secondo procedure agili, efficienti e puntuali che consentano ai buoni progetti di maturare e guardare avanti. A livello regionale, una possibilità potrebbe essere quella di istituire un comitato scientifico per la distribuzione delle risorse, sul modello dell’Arts Council inglese. Una formula di finanziamento pubblico che consenta di perseguire obiettivi pluriennali può peraltro costituire una credenziale per catalizzare l’interesse delle imprese private che a tutt’oggi stentano a riconoscere la cultura come risorsa. Proprio in un momento in cui i tagli alla cultura ridefiniscono i grandi budget e le aziende tirano i remi in barca, sono i progetti qualitativamente solidi di cui c’è bisogno.

MM E cosa può offrire white.fish.tank ad un’azienda che voglia collaborare con voi?

LS Questo è un aspetto cui tengo molto, perché intravedo un’evoluzione delle sponsorizzazioni per come le abbiamo conosciute fino ad oggi. Il marketing di un’azienda non solo non può prescindere, ma si deve affidare per larga parte al web: la fortuna di un evento, del lancio di un prodotto o addirittura di un marchio sono strettamente legate al tipo di presenza che l’azienda ha in rete. Credo che internet e i social media possano offrire nuove interessanti opportunità anche a piccole realtà come white.fish.tank. Penso a strategie di marketing innovative ed efficaci capaci di rafforzare l’immagine e migliorare la comunicazione delle imprese che decidono di associare a noi il loro nome. Non cerchiamo sponsorizzazioni passive, ma sodalizi di lungo termine reciprocamente fruttuosi.

MM E infine… qualche anticipazione per il 2013?

LS Ci piacerebbe attuare un progetto collettivo di lettura del territorio per dare spazio alle sue espressioni anche più intime, a partire dalle persone che lo abitano. Uno dei possibili ambiti potrebbe essere Mediterranea 16, la Biennale Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo che si terrà ad Ancona durante l’estate 2013. Sarebbe molto interessante se una creatività più amatoriale e genuina potesse trovare uno spazio di confronto nell’ambito di un evento internazionale multidisciplinare che ospiterà oltre 250 artisti. Sentiamo l’esigenza di creare una connessione più forte tra arte e quotidianità attraverso un coinvolgimento più attivo e concreto del pubblico.

Marta Magagnini