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Dialetto contemporaneo

Casa unifamiliare a Jesi

Luogo: Jesi
Progettisti: Giancarlo Graidi, Goffredo Serrini, Claudio Zagaglia, architetti
Committenti: Rodolfo Fiecconi, Paola Anibaldi
Anno di redazione del progetto: 1995
Anni di esecuzione dell’intervento: 1996/1998
Impresa esecutrice ed aziende fornitrici: Bugatti (opere edili), Mattoli srl (pietre e marmi), Gagliardini srl (materiali per interni), COIMO snc (serramenti), Effetto Luce srl (corpi illuminanti)
Dati dimensionali: dimensioni del lotto: 880 mq; superficie coperta dell’edificio: 180 mq Superfici utili interne: piano interrato 88 mq; piano terra 144 mq; piano primo 107 mq

 

L’edificio, realizzato all’interno di un piccolo lotto posto sul bordo di una strada che attraversa la zona residenziale sulla collina a nord-ovest del centro di Jesi, è la casa di una coppia e dei loro bambini.
Il lotto è circondato da un certo numero di villette e palazzine, che creano un ambiente urbano omogeneo, dove gli edifici aderiscono in genere ad una sola, e per certi aspetti monotona, scelta tipologica.
La costruzione della casa è stata in tal senso punto d’incontro tra immaginari diversi (quello degli abitanti e quello dei progettisti), che avevano tuttavia in comune la voglia di seguire un percorso di ricerca non rassegnato alla modestia di certi contesti residenziali.
Il progetto ha così cercato un linguaggio riconoscibile (un dialetto contemporaneo), capace di coniugare elementi della tradizione con forme e materiali del presente. Ne è risultato un aspetto formale deciso, seppure attento alla natura del luogo e alle sue possibilità insediative.
Il progetto si sviluppa a partire dalla costruzione di tre volumi principali, di colore bianco e di altezza differente, incastrati tra loro ed affacciati su una corte-giardino aperta verso la strada e posta ad una quota più alta della stessa.
Nei punti dove si incontrano le linee di tracciamento dei diversi setti murari, le geometrie dell’edificio si sovrappongono e si flettono, accogliendo leggere rotazioni, intersezioni e scavi che danno origine a tagli che muovono i vari elementi delle facciate e disegnano il profilo della casa: inclinata tra la linea del terreno e quella del cielo, leggera e compatta, solo apparentemente “introversa”, volutamente estranea e distante dall’immagine consueta della villa su lotto.
Un breve percorso a gradoni, passando a fianco di un grande olivo secolare, sale fino all’ingresso coperto, dal quale si accede ad un grande “living” (organizzato per parti ma senza interruzioni) e ad un corridoio prospettico che si apre su altri spazi. La scala centrale, che serve anche il piano interrato, sale al primo piano muovendosi dentro un “silo” di luce, che proviene da un ampio lucernario posto sulla copertura.
Dalle logge laterali e dai tagli sulle facciate, pareti passanti colorate si proiettano nello spazio interno, attraversando le vetrate trasparenti come un gioco del rovescio, che raccoglie le diverse direttrici della luce e della struttura muraria. Come un racconto d’architettura già conosciuto, nel piacere del pieno e del vuoto, della luce e dell’ombra, la familiarità ritrovata, lo spazio fraterno.