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Downtown Baraccola

“L’imitazione vale quanto l’originale se l’effetto è convincente e se il cliente è soddisfatto” J.B.Jackson

Per decenni gli architetti europei hanno letto Learning from Las Vegas e apprezzato le considerazioni geniali di Robert Venturi e Denise Scott-Brown sulla main street americana con l’impressione di osservare un fenomeno esotico, legato alla centralità dell’automobile nella vita del nuovo continente, all’assenza di centri urbani storicamente consolidati, a una way of life decisamente lontana dalla nostra. Poi tutt’a un tratto, percorrendo le superstrade e le consolari ci siamo tutti resi conto, come fosse un fulmine a ciel sereno, che lungo i due lati del nastro carrabile, oltre alle vecchie residenze semirurali “sparse”, si erano andati disponendo una infinita sequenza di negozi, fabbrichette, centri commerciali, villette, laboratori eccetera. L’origine del fenomeno, pervasivo e apparentemente inarrestabile, va cercata in uno strano mix tra pianificazione e spontaneità. Nasce in genere quando una “zona industriale” pianificata è vicina o è attraversata da un asse di scorrimento importante, o dalla vicinanza di un casello autostradale, o semplicemente dall’inerzia derivata dai fenomeni precedenti e dalla vecchia attitudine, ben chiara fin dal medioevo, di disporre gli edifici lungo le strade in assenza di altre indicazioni seriamente coercitive. Col tempo le distanze tra zona industriale e periferia urbana sono state colmate, le sottili strip di urbanizzazione si sono saldate, configurando una specie di rete nella rete, un’ossatura che su scala nazionale (e a volte internazionale) si presenta come l’unica struttura visibile della città diffusa. Nel paesaggio urbano contemporaneo, quindi, la strada non rappresenta più solo una linea di confine tra diversi insediamenti, ma si fa spazio di relazione, territorio “pubblico”, asse di scorrimento e di attraversamento di una net-city senza soluzione di continuità. Poche e abbastanza chiare le regole insediative della strada mercato: un susseguirsi continuo di oggetti diversi per natura e dimensione, allineati lungo i bordi di un asse viario a carattere territoriale, potente “attrattore lineare” per attività commerciali. In questo modo la strada da infrastruttura si fa struttura, capace di governare, ai suoi lati, una continua alternanza di scale di intervento: quella territoriale dei grandi contenitori per il commercio e il tempo libero e quella locale degli edifici ibridi, per lo più palazzine adattate ai piani terra al commercio o alla produzione. Percorrendo questi tratti di strada mercato si rileva la ripetizione di un sistema strutturato secondo un’invariante sequenza di oggetti (strada / insegna / parcheggio / edificio): ognuno rincorre la propria visibilità manipolando diversamente gli stessi elementi. Il paesaggio si articola in strade di accesso, parcheggi su fronte strada, sul retro, un magma spesso indistinto di insegne al neon, cartelloni pubblicitari.
L’immagine si compone di scritte, luci, materiali, manifesti che colonizzano ogni possibile supporto, una recinzione o un’intelaiatura in ferro o in legno. Un’immagine scandita dal tempo, dalla velocità degli utenti in movimento; un paesaggio fatto su misura per l’automobile, non per il pedone, che si ritrova con spazi sempre più esigui e ritagliati. Messaggi da guardare, o meglio vedere in movimento e ‘progettati’ per essere visti da occhi non sempre attenti, da sguardi fugaci, spesso disinteressati. La presenza di uno svincolo, un semaforo, un restringimento di carreggiata,… sono tutti fattori che giocano un ruolo determinante nella localizzazione delle insegne e dei cartelloni pubblicitari. La ripetizione ossessiva di uno stesso slogan lungo il bordo stradale desta l’attenzione dell’automobilista più distratto. E allora ecco i vari Mercatonezetaiprezzipiùbassiditalia oppure Olivierocittàdellaconvenienza o ancora Iperilpaesedellagrandei come se il concetto di città fosse racchiuso in questi spazi del consumo. Percorrendo queste strade, soprattutto in alcuni tratti dove la sovrapposizione di insegne una sull’altra fa riflettere sulla loro reale efficacia, salta all’occhio una segnalazione scritta a penna su cartone: “Fiori belli di Napoli”. Il messaggio è chiaro e non ha niente da invidiare in quanto a efficacia a quelli costruiti al neon con effetti speciali.
La “qualità” della strada mercato è affidata a pochi e sporadici fattori: un capannone un po’ più bello degli altri, magari “firmato”, un benzinaio con un self service “decostruzionista”, la maggiore o minore cura degli spazi aperti, l’ampiezza o la compressione della sezione stradale, la “bellezza” delle insegne. Tutti elementi che cambiano moltissimo tra il giorno e la notte. Di giorno non è sempre immediato distinguere i contenitori perché, pur visibili, rimangono percettivamente in secondo piano rispetto alle insegne che ne di-segnano l’involucro. Di notte i laser di shopping mall e discoteche, i neon e le vetrate illuminate degli showrooms costituiscono l’unica bussola in questo videogame a grandezza naturale. Il simbolo domina lo spazio più della forma; l’architettura non sempre riesce a stabilire relazioni spaziali e quindi l’edificio diventa esso stesso insegna: la facciata è una superficie da dipingere, disegnare, decorare per intercettare lo sguardo, sorprendere e incuriosire l’automobilsta. L’architettura si ri-copre di simboli e si piega al messaggio che deve comunicare; architettura di persuasione e di rappresentazione. Lo shed decorato domina il paesaggio per la sua estrema flessibilità a indossare ‘vestiti’ diversi per diverse occasioni. D’altronde come scriveva Robert Venturi in Imparando da Las Vegas in queste aree “se si togliessero le insegne non ci sarebbe più luogo”.

Moira Valeri

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