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Due tesi di Progettazione Urbana

Centro di ricerche Telematiche nel borgo di Faraone

Centro di ricerche Telematiche nel borgo di Faraone

Università degli Studi di Camerino
Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno
Tesi di laurea: Centro di ricerche telematiche nel borgo di Faraone
Autori: Claudio Martini, Ernesto Verdoni
Relatore: Prof. Cristiano Toraldo di Francia
Correlatore: Prof. Maria Luisa Neri

Parco Archeologico del Cardeto

Università degli Studi di Camerino
Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno
Tesi di Laurea: P.A.C.  Parco Archeologico del Cardeto
Autori: Paladini Federica, Stacchiotti Federica
Relatore: Prof. Arch. Cristiano Toraldo di Francia
Correlatore: Prof. Arch. Danilo Guerri

 

Le due tesi che seguono possono essere interpretate ad una prima lettura esclusivamente come interventi di Restauro, poiché in un caso si tratta di recuperare un piccolo borgo in rovina, per l’erosione dell’altura su cui si trova , nell’altro di intervenire a riqualificare un area della città di Ancona dove si scontrano rovine romane, aggiunte medioevali, edifici religiosi del seicento, sistemazioni settecentesche ed infine “ricostruzioni” postbelliche con mimetici fronti di edifici sulla cui cima spiccano villette a superattico.
Ma forse proprio partendo da questo ultimo elenco di successioni di ruderi e sovrapposizioni, pare assurdo parlare solo di Restauro ( e qual mai periodo privilegiare e perchè?), mentre appare più opportuno parlare di continuità di Progetto urbano, nell’ottica di una effettiva considerazione per la città attuale e per quella futura, ma anche di progetto “educato” nel senso etimologico di traghettare, far passare da una condizione di bassa ad una condizione di più alta informazione.
E questo può voler dire prevedere nelle scelte del progetto, anche un giudizio totalmente negativo su interventi di passato prossimo, che conduca quindi ad opere di demolizione, come, nel nostro caso, delle ambigue ricostruzioni postbelliche, per sostituirne  il volume con un vuoto: una pausa, una nuova piazza che raccoglie nel proprio metafisico interno il turbine delle testimonianze del progredire incessante della storia ed anche un giudizio sulla futura minor necessità di consistenza fisica dello spazio di relazione.
Così anche nel caso del borgo di Faraone non basta il recupero dei ruderi, a restituire vita a questo frammento di territorio,  ma occorre un progetto che travalicando i confini del Restauro, superi le opposizioni dicotomiche tra passato e presente, natura e architettura, per condurre il progetto urbano verso la nuova più debole definizione di progetto di condizione ambientale. E questa condizione ambientale non può essere altro che la partecipazione della condizione metropolitana, che non è più soltanto accesso a strutture tridimensionali ma soprattutto innesto alla rete di energia e informazioni che si estende nel territorio, scardinando ogni opposizione tra città e campagna e provocando una continua artificializzazione della natura, cui corrisponde la naturalizzazione dell’architettura.

Il borgo di Faraone situato tra le città di Ascoli Piceno e Teramo sorge su una piccola altura a 318 metri sul mare.
L’impianto urbano definito nelle forme attuali verso la metà del settecento reca i segni architettonici di strutture in pietra molto più antiche.
Il borgo nel 1950 a causa delle continue erosioni del fiume Salino e a danni mal riparati dovuti al terremoto è stato abbandonato dai suoi abitanti, che hanno ricostruito poco distante un nuovo insediamento.
La tesi indaga le possibilità di restauro e recupero del Borgo, come azione tipica di intervento mirato per una situazione di degrado architettonico e ambientale di piccole entità urbane, frequenti lungo tutta la penisola.
Partendo dal progetto di restauro che dovrà muoversi sui due fronti del recupero delle strutture architettoniche e dell’intervento sul paesaggio attraverso il consolidamento della collina, abbiamo ipotizzato la realizzazione di un Centro di Ricerca telematico, che trova nelle architetture del borgo recuperato le funzioni della residenza temporanea e nel nuovo paesaggio delle rampe di consolidamento, gli spazi per i laboratori di ricerca.
Se da una parte il recupero deve necessariamente passare attraverso l’opera di “ricostruzione” materiale hard delle strutture architettoniche, dall’altra il nuovo borgo potrà avere un futuro soltanto se parteciperà di quella rete soft di condizioni e connessioni informatiche che lo renderà partecipe della nuova metropoli diffusa, riduttivamente oggi riconoscibile nella Città lineare Adriatica.
In questa ottica si è sviluppato il progetto che collega sotto un unico titolo un complesso diacronico di architetture che partendo dalla condizione tettonica della scatola muraria ancora composta da muri verticali e piani orizzontali, attraversa il sistema di ossature della carpenteria che pur sempre individuano piani, per indagare la condizione di spazi senza divisioni verticali, in un continuo fluido fatto da rampe e involucro che non distinguono tra facciata e copertura.  Il progetto di ricostruzione opera infatti su tre temi: -il restauro “quasi conservativo” delle strutture edilizie con poche situazioni di degrado; -l’integrazione della scatola muraria con una struttura interna in carpenteria metallica che fuoriesce a completarne il volume a suo tempo esistente, con rivestimenti in vetro e pannelli in lamiera corrugata; -la costruzione di un nuovo sistema di involucro anche questo in carpenteria metallica con rivestimento di elementi gonfiati di ETFE, a coprire gli spazi collettivi delle rampe di consolidamento del colle. Questi ultimi spazi, che contengono al loro interno elementi di vegetazione, si tuffano in basso nel verde della macchia, che ricopre le pendici della collina, a costituire un sistema di passaggio debole tra natura e architettura.
Il nuovo perimetro insediativo si liquefà così nel paesaggio naturale, pur facendo parte di quella condizione urbana, che caratterizza le dislocazioni puntuali della metropoli diffusa.

Parco Archeologico del Cardeto

L’area di tesi fa parte del più vasto sistema del Parco del Cardeto di Ancona che si sviluppa dal Monumento ai Caduti fino ai terrazzamenti verdi sottostanti il Duomo.
L’area è definita dal limite naturale della falesia, una rupe di 50 m a strapiombo sul mare e dalla Via Ferretti lungo la quale si trova il Museo Archeologico Nazionale; è caratterizzata dalla presenza di importanti strutture romane tra cui il foro, le terme e l’anfiteatro. Per la presenza dell’ostacolo visivo e spaziale costituito dalla fitta cortina edilizia di questa via (che risale dal centro), per l’utilizzo che l’area ha avuto nella storia (conventi, carceri, tribunali etc.) e non ultimo per la presenza di presidi militari solo recentemente smantellati questa parte di città è rimasta come “sospesa ai margini”. L’accessibilità è dunque risultato il tema iniziale di progetto: da una parte abbiamo utilizzato il vuoto urbano (causato dall’ultima guerra) antistante il Museo Archeologico come asse penetrativo progettando una risalita nel verde, dall’altra si è scelto di demolire una quinta recente della piazza mantenendo la facciata trecentesca di Palazzo del Senato per stabilire un collegamento visivo con l’area soprastante. Si è creata così una piazza ribassata alla quota 38.0 m s.l.m. che dai recenti scavi della presunta area del foro romano (di fronte al Museo Archeologico) si estende fino al fornice dell’Anfiteatro (arco Bonarelli) costituendo un percorso archeologico che risale fino alla quota 51.0 m s.l.m. attraversando i resti.
Dall’arco della facciata del palazzo del Senato (dietro la quale è stata progettata una struttura che riutilizzando i muri di spina come sostegni a scarpa diviene all’occorrenza museo verticale all’aperto o struttura di ristoro) si accede attraverso una rampa all’ampliamento del Museo Archeologico reso necessario per la carenza di spazi da destinare alle nuove sezioni romana e medievale di prossimo allestimento. Questo volume è stato ricavato dall’ispessimento di un esistente muro curvo di cinta del complesso conventuale e raccoglie spazi espositivi fruibili da una rampa che ne collega i tre livelli, una piccola sala conferenza, uffici e magazzini; l’illuminazione avviene da un lucernario che per tutta la sua lunghezza segue l’andamento della parete curva e dal sistema di vetrate del secondo ingresso alla q. 49.0 s.l.m.
Tra il museo e il muro dell’Anfiteatro, riutilizzando la giacitura di una parete di contenimento (da noi trasformata in una parete multimediale attraversata da un sistema di rampe), abbiamo ricavato un polo culturale che si sviluppa da q. 38.0 a q. 57.0.
Il complesso, articolato in due volumi, ospita un sistema espositivo, aule polifunzionali, sale conferenze, sale proiezioni e un bar. A quota 57.0 la copertura si trasforma in una piazza (antistante l’accesso della Biblioteca progettata su Via Birarelli) che si raggiunge, oltre che dall’interno, dal sistema di rampe del “muro tecnologico”. L’idea è quella di procurare più affacci possibili sull’area archeologica circostante creando momenti di sosta, di incontro, di scambio; a quota 51.50 il volume si collega al piano terra della biblioteca posta a ridosso del muro di ronda sul mare.
Quest’ultima oltre a inglobare uno spazio del ex convento (trasformato in sala di lettura illuminato da lucernari circolari e coperto a verde) prende forma dall’ispessimento del muro di ronda. Abbiamo così ideato alla quota della strada una sorta di galleria coperta a shed che si estende fino
a divenire un affaccio sul mare parzialmente chiuso per ospitare un ristorante panoramico. All’interno sono sospesi tre volumi dalle forme plastiche destinati a contenere funzioni speciali della biblioteca e una doppia rampa permette internamente di raggiungere la quota dell’ingresso su via Birarelli dalla sala di lettura sottostante, esternamente di collegare la strada al cammino di ronda a strapiombo sul mare e da qui proseguire utilizzando il sistema di risalita progettato per riconnettersi al restante Parco del Cardeto.

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