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Editoriale

In ogni progettista risiede una parte di narcisismo, ma non basta questa banale constatazione per giustificare una caratteristica dell’architettura di questi anni, ben percepibile in almeno alcuni dei progetti pubblicati in questo numero della rivista. Nell’architettura l’ornamento è tornato alla grande in forma deliberata e questo ritorno alla decorazione offre all’architettura contemporanea nuovi modi per colloquiare con la cultura visuale in cui siamo immersi.
Prendete le soluzioni con cui apriamo questo numero di Progetti-Ancona: Il chiosco-bar-padiglionedagiardino Anikò realizzato a Senigallia da Ceccarelli, o la stazione delle autolinee costruita a Macerata su progetto Sardellini, Luccioni, Toraldo Di Francia. Pur trattandosi di ‘attrezzature’, architetture rivolte all’uso pubblico, di dimensioni diverse, esse affrontano funzioni assai complesse; in entrambi i casi gli edifici hanno un carisma che va ben al di là della funzionalità dell’oggetto architettonico. Il contenitore viene manipolato e perforato, il vestito che l’architettura indossa è drammatizzato, il packaging progettuale muta la costruzione in una forma di design di comunicazione, in sculture loquaci, immaginate per catturare l’attenzione sempre più distratta dei passanti. Sono racconti, mise-en-scène, macchine che non raggelano lo spettacolo, ma piuttosto invitano a una constante scoperta. D’altra parte l’architetto oggi, non è o non è più, quella sorta di dottore igienista che decenni addietro studiava le condizioni spaziali per una vita più sana e ben funzionante; l’architetto è oggi piuttosto chiamato per sorprendere con il suo disegno, attrarre il pubblico, mostrarsi capace di propaganda culturale. L’architettura cerca atmosfere, emozioni, dimensioni narrative. Conosciamo bene cosa stia accadendo ad esempio per gli spazi commerciali. Prada docet, gli spazi commerciali diventano musei e i musei divengono spazi commerciali.
Così, a guidare molti progetti recenti, non sono più l’attenzione alle tecniche di costruzione, la funzione, la presenza di principi regolatori geometrici, ma è l’attenzione alla superficie con un significato comunicabile e intenso. Forse non è una novità, se era lo stesso Le Corbusier a sostenere che l’architettura è un fenomeno di emozioni, che si colloca al di fuori delle questioni attinenti alla costruzione: lo scopo della costruzione, ricordava il Maestro, è fare stare le cose insieme, quello dell’architettura, emozionarci.