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Editoriale

“Sconosciuti e familiari”. Suonava così il titolo di una mostra che si tenne alla fine degli anni ’80 a Zurigo, dedicata agli oggetti di design “anonimo” prodotti in Svizzera dal 1920. Geniali oggetti entrati nella vita quotidiana di ognuno, che quella vita avevano resa più agevole, e a volte più piacevole, e che nella memoria avevano scandito il passare degli anni con il subentrare delle loro diverse forme; vere icone di modi di vita, ma di cui nessuno conosceva più il creatore.
Il concetto di design anonimo, era un tempo legato soprattutto ai prodotti ‘poveri’, destinati alla vita quotidiana, pentole, piatti, bicchieri, derivati dalla reinterpretazione della tradizione: l’esempio eccellente è quello della classica caffettiera napoletana, un oggetto che ha invaso il mondo e fatto tendenza, pur se orfano di padre. Oggi il termine rischia di doversi estendere a campi insospettabili e fa rientrare nella categoria dei designer anonimi, personaggi come i tecnici che operano nei laboratori di biotecnologie, per produrre industrialmente animali e vegetali ibridi, con intenzionalità creative, da cui forme e colori sono ben lontani dall’essere assenti. Di design anonimo, da quello tradizionale a quello d’avanguardia, le Marche sono state e continuano a essere grandi produttrici: dai mobili alle calzature, dall’abbigliamento alla meccanica questa regione ha costruito in buona parte il suo sviluppo, sul lavoro di progettisti dal segno familiare e dall’identità ben poco conosciuta. Ne diamo una saggio inserendo in questo quattordicesimo numero di Progetti Ancona gli studi per un prodotto tendenzialmente anonimo per eccellenza: le suole delle scarpe. Eppure, se diamo al design il suo significato più classico, quello di disegno industriale, allora il soggetto in questione è decisamente in tema: destinato al consumo di massa, è un prodotto che necessita di un’approfondita progettazione, attraverso fasi di ricerca, sviluppo, ingegnerizzazione, e perché no marketing. La suola della scarpa di un tempo era in cuoio; ma perdita di naturalità ha fatto entrare in gioco la progettazione delle sue caratteristiche più esteriori, di quella che si può chiamare l’interfaccia sensoriale della suola: fatta di forme e colori e correlata con funzionalità aggiuntive.
Attraverso la manipolazione formale e l’artificio morfologico, con un geniale rovesciamento di ruoli, quella parte del nostro rivestimento che aveva esclusivamente una destinazione funzionale è oggi esibita per le sue qualità estetiche.
Che bella metafora per l’architettura: che la forma non coincide perfettamente con la funzione,lo apprendiamo persino dalla suola delle scarpe.