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Editoriale

Fra le iniziative che questo numero 15 di Progetti-Ancona documenta, due sono rivolte a esposizioni tenute in spazi eterodossi. L’aeroporto di Falconara, dove l’inaugurazione dei nuovi padiglioni ha visto la presenza delle grandi sculture di Eliseo Mattiacci; la Pescheria di Pesaro, dove, in occasione di un intervento di riqualificazione che ne sancisce la definitiva trasformazione in spazio espositivo, si è allestita una monografica della produzione più recente di uno dei più interessanti designer del panorama italiano: Denis Santachiara. Che i luoghi del lavoro siano idonei ad ospitare esposizione d’arte e in genere culturali è cosa assodata da lungo tempo, e gli esempi in questo senso in Italia non mancano: dall’Arsenale di Venezia che ospita ormai la parte più viva della Biennale, alla centrale Montemartini di Roma dove le sculture classiche convivono con monumentali generatori elettrici. Volendo ampliare, in maniera lo ammetto assai azzardata, il panorama dei luoghi del lavoro, vi potremmo inserire anche quei Mercati di Traiano a Roma, dove, chi li visiti in questo periodo, può ammirare una intelligente istallazione del giustamente osannato gruppo di paesaggisti olandesi West 8. Si tratta di una sorta di vassoio-prato che, posizionato nella vasta esedra del complesso, funge da schermo e cornice per isolare e enfatizzare alcuni colossali frammenti marmorei del complesso antico.
Un atteggiamento, un po’ ironico e scanzonato, per liberare il monumento dalla sua consuetudine iconica, che lo vincola ad una visibilità esclusivamente atemporale e lontana. Ma è lecito usare l’ironia in un’attività seria come la progettazione? Santachiara ne ha dato un bell’esempio a Pesaro, giocando ad alterare le coordinate sensoriali di chi abbia visitato la sua mostra. Chi entrava nella Pescheria pesarese, scopriva che quelli che apparivano come grandi lampadari, grandi batuffoli luminosi sospesi nel vuoto, erano in realtà corpi in silenzioso movimento, poetiche nuvole in perenne trasmutazione. Con approccio creativo più da alchimista che da designer, Santachiara ha immaginato cirri illuminanti che sembrano giungere dal salone di Hogwarts: per chi non lo sapesse, il college di Harry Potter, in cui si trovano altri oggetti altamente innovativi, come quei petulanti quadri appesi alle pareti, in cui i personaggi raffigurati si muovono e parlano.L’ironia è stata molto usata nel design e a volte anche in architettura: realizzando oggetti e ambienti deliberatamente kitsch, mutando le scale di riferimento, esibendo oggetti feticcio; ma alla lunga quegli atteggiamenti trasgressivi si sono mutati in retorica. Santachiara sfugge alla retorica attraverso una leggerezza progettuale quasi infantile, priva di riferimenti colti, parentele esibite, relazioni legittime e illegittime con modelli archetipici. Santachiara sembra riportare il design all’età dell’innocenza. Potrebbe esaurire il suo lavoro nel titillare il nostro voyeurismo di consumatori di un’epoca che, avendola persa in ogni cosa, quell’innocenza ha bisogno di ritrovarla negli oggetti quotidiani. Ma nelle sue creazioni, la ricerca di forme nuove non attenua l’attenzione creativa alla funzionalità dell’oggetto. Per questo può essere ironico, infantile, birichino, senza suscitare fastidio: Santachiara non è un creatore di immagini, è un vero designer.