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Editoriale

Poveri ma belli
Diatribe non di poco conto percorrono il belpaese in questi mesi intorno al suo futuro: dobbiamo competere con i cinesi sui prodotti da mercato o chiuderci nella nicchia del lusso? Siamo poveri o ricchi?

La tenzone sembra non avere investito il settore dell’architettura, eppure qualche riflessione sull’argomento si impone, stimolata da alcuni progetti pubblicati in questo numero di Progetti Ancona. Ad Apiro un esemplare recupero riporta alla luce un teatro ‘condominiale’: uno straordinario spazio teatrale celato nel ventre di un isolato residenziale. Nei pressi di Mondolfo dalle campane marchigiane nascono sensuali imbarcazioni e il glamour che da quelle prorompe si incarna nell’architettura dell’azienda Pershing che le produce. Sulle colline di Civitanova Danilo Guerri continua a reiventare la tipologia della casa.

Le architetture nuove cristallizzano di solito un momento storico determinato; su quelle di Guerri, invece, sembra che il tempo trascorra depositando storie e invenzioni: daranno qualche grattacapo agli storici del futuro. I negozi di moda Fornarina sono gioielli radianti, sculture luminose, che si calano in contesti diversi: spazi feticcio fuori dai margini che titillano con consapevole incoscienza i sensi del compratore. Alla faccia della sobrietà marchigiana, del risparmio campagnolo, del senso di moderazione, queste architetture esibiscono una lingua poliedrica costruita sulla accumulazione delle invenzioni formali. Sarà per via della scarsa consuetudine con l’inglese, ma certo la tradizione architettonica italiana non ha mai condiviso la parola d’ordine del Less is more lanciato in altri tempi; né in fondo ha avuto bisogno di metabolizzarla attraverso la reazione del Less is bore. Gli architetti italiani non parteciparono davvero all’iconoclasta svestizione che ebbe luogo negli anni Venti e Trenta quando si imposero i volumi nudi; fin dall’inizio compresero che la natura tettonica della costruzione moderna era in sé dinamicamente decorativa e si occuparono piuttosto di cucire nuovi vestiti, come con suprema eleganza fecero personaggi come Terragni, Lingeri, Vaccaro, Pollini, Libera, Ponti, Moretti.

Nonostante che qualche rivista del settore prediliga l’architettura neopauperistica, Progetti Ancona testimonia come sia ancora viva quella fecondità che ha dato all’Italia l’identità di una nazione di inventori di forme, anche in momenti economicamente difficili.
La rivista ricorda due autori di grande valore, fortemente legati alla regione, recentemente scomparsi: Giancarlo De Carlo, architetto, e Massimo Dolcini, grafico. Due creatori glocal che nelle loro opere hanno attraversato e mescolato lingue colte e popolari, forme etniche e tendenze internazionali. De Carlo, grande eclettico dell’architettura italiana, lascia nelle Marche forse la sua opera più alta con il complesso del College di Urbino, un’architettura paesaggio, sintesi di approccio etico, maestria del dettaglio, rapporto con la morfologia. Dolcini, vorace metabolizzatore di immagini della vita quotidiana della provincia, ne ha derivato forme di comunicazione visuale dirette e penetranti di sofisticata eleganza. Il suo legame con questa terra non è solo nella produzione rivolta a tante committenze marchigiane, ma nell’avere rappresentato per anni l’immagine di qualità di vita e lavoro della città piccola e media.