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Editoriale

Liaisons dangereuses
Recentemente mi è capitato di seguire a Pesaro un dibattito nel corso del quale le associazioni culturali cittadine promuovevano la costituzione di un nuovo museo archeologico da collocarsi in centro storico. In una nuova costruzione? In un edificio storico reinterpretato attraverso il gusto contemporaneo? Ma quando mai! In un mediocre palazzotto giù usato come pretura, nel quale secondo i promotori dell’evento bastava spostare la scrivania del giudice per piazzare in suo luogo la teca del piceno. E per ribadire il completo disinteresse, anzi l’avversione verso qualsiasi intervento progettuale, un infiammato oratore ricordava il sacrilego affronto inferto al centro storico cittadino: la costruzione di una residenza IACP, dalle linee decisamente moderne, su progetto di Carlo Aymonino. Un evento accaduto circa trent’anni addietro, ma che ancora incendia gli animi degli zelanti tutori dell’ortodossia di facciata; già perché nel frattempo, nel silenzio generale, così come è accaduto in tante parti d’Italia, il centro storico è stato eviscerato, deprivato della quasi totalità della sua struttura materica che è finita nelle discariche, per fare luogo ai garage per fuoristrada, ai monolocali mansardati, agli ascensori panoramici. Il tutto pudicamente celato dietro facciatine mattonate che dovrebbero richiamare i tempi della nonna e suscitano invece solo acidità di stomaco.  In Italia spesso le associazioni culturali locali, gli istituti che perseguono la salvaguardia del patrimonio storico hanno giocato un ruolo di immotivato freno alla progettualità; finendo così per allearsi oggettivamente con i nostrani geometrazzi furbini, estranei a questioni di linguaggio, ma attentissimi al valore del metro quadro, che dietro prospettini paesani hanno massacrato edilizia storica e paesaggi. L’architettura ha pagato un prezzo altissimo, soggiacendo a forme di vera autocensura pur di non sollevare la vandea benpensante; e nella assoluta incapacità di accettare e soprattutto apprezzare il nuovo, l’Italia sprofonda. È con riferimento a questo scenario che tanto più merito va dato ai progettisti del recupero, che presentiamo in questo numero di Progetti Ancona, del Campo degli ebrei, lo storico cimitero israelitico del capoluogo. Imprudenti professionisti i quali, invece di limitarsi alla pulizia del sito e al doveroso restauro dei bellissimi cippi che segnavano le inumazioni, si sono lanciati in un rischioso esperimento di risemantizzazione del luogo abbandonato da decenni: attraverso un intervento interpretativo che fa pieno uso del linguaggio compositivo contemporaneo. Ne è sortito una magnifico paesaggio della memoria che mescola natura e architettura, offrendo uno dei più avvincenti itinerari che il patrimonio culturale della regione proponga. Una bella invenzione, che al pari di altre realizzazioni proposte da questo numero di Progetti Ancona reagisce all’afasia dell’architettura italiana attraverso il rischio e la sperimentazione. Perché, come Domenico Guzzini ricorda nel testo da lui scritto, ‘senza progetti innovativi non c’è sviluppo e non c’è futuro’.

Franco Panzini

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