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Editoriale

Fino all’inizio dello scorso mese di giugno, è rimasta aperta presso l’ex Casa di Correzione del San Michele, a Roma, la mostra ‘Laboratorio Italia 2006’. L’esposizione proponeva una sorta di mappatura dell’architettura recente italiana, condotta attraverso percorsi tematici che costruivano scenari di genealogie, apparentamenti e correnti; strumenti attraverso i quali il visitatore avrebbe dovuto essere agevolato a districarsi nella viscosa realtà del belpaese. Linneo, che la tassonomia moderna se l’inventò – e che il mondo ancora ringrazia – veniva dalla Svezia, terra fredda ed anzi algida, che evidentemente propiziò la lunga gestazione del procedimento attraverso il quale classificare definitivamente il mondo naturale. Laboratorio Italia pagava invece il suo tributo al vaporoso clima mediterraneo, o almeno così pareva nel percorrere quell’esposizione, nella quale ammiccamenti e definizioni modaiole erano assunte a serie categorie di indagine. Senza togliere merito alle poche coraggiose sperimentazioni e ad alcune coerenti realizzazioni lì presentate, queste erano purtroppo appannate dalla generosa e invadente presenza di architetture foreste (reiterate però in idioma borgataro) e dalle opere encomiastiche di replicanti anonimi di supposti maestri (ma non si veniva chiamati tali solo in presenza di validi discepoli?). Il panorama che si delineava era quello di un’Italia se non del tutto afona, certamente assai balbettante e comunque incapace di esprimere un’identità culturale riconoscibile. Pertanto, non dispiacerà troppo sapere, a chi abbia perso quella mostra, che il quadro delle realizzazioni marchigiane – a meno che la noia crescente lungo il percorso non mi abbia obnubilato – si sintetizzava in due sole opere: un edificio universitario a Camerino, elegante ma non ancora ultimato, e una piccola struttura di ristoro sul lungofiume pesarese, architettura geniale e inventiva, ma pur sempre un baretto. Chi invece quella mostra l’abbia vista, si consoli. Senza volere adulare i fruitori di questa pubblicazione, spero converranno sulla considerazione che la provincia non è affatto in posizione di sudditanza rispetto al contesto professionale delle città maggiori, o almeno a quello rappresentato in mostra: fatto di architetti molto sensibili all’autoconsumo intellettuale del progetto, ma assai meno al vigore materico del costruire.    Sarà forse arrivato il momento di tornare a considerare ed apprezzare il fatto che l’architettura vera la fanno i professionisti? E non i critici, i fotografi d’architettura, i redattori di riviste, i docenti universitari….

Franco Panzini

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