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Editoriale

Sognare utopie ha perso fascino negli anni recenti. Non solo nel campo sociale, in economia, per non parlare della politica, ma anche in architettura. Belli i progetti che si fanno nelle scuole d’architettura; ma nella realtà costruire è un’altra cosa. Seguendo questa solida convinzione si può giungere a pensare che l’obiettivo di un bravo progettista sia quello di rispondere alla sovrabbondanza di stringenti regolamentazioni che vincolano nei suoi diversi aspetti l’attività edilizia. Affrontare vittoriosamente l’idra normativa, le contingenze economiche, la rarefazione dei committenti appare il vero successo di un bravo progettista, che voglia confrontarsi con la realtà della progettazione. Ma questa negoziazione con il mondo reale è solo l’obiettivo minimo di un buon progetto. Soprattutto nel caso di architetture che si pongono l’ambizione di essere ricordate dai suoi utenti, di partecipare alla scena urbana apportandovi un seppur misurato nuovo segno. Questo numero di Progetti Ancona presenta alcune nuove realizzazioni per le città marchigiane che si spingono in questa direzione: la biblioteca nella ex fornace di Moie, il mercato ittico di Porto San Giorgio, lo stabilimento balneare a Porto Sant’Elpidio, il trasparente edificio di Elica costruiscono brani consapevoli di una possibile, e diversa, città adriatica. Sono architetture percorsi che sollecitano gli occhi come la mente; esperienze spaziali seguite nel loro svolgersi, coreografate, che incorporano lo spettatore utente nella teatrale messa in scena. Dove gli spazi come i programmi funzionali sono interconnessi, dove giocano giustapposizioni materiche e stilistiche anche azzardate, dove insomma si aggruma il carattere della realtà mutante di questi anni. Di solito sono le performance teatrali o i film a farci sognare mondi diversi. Ma a volte possono farlo anche gli architetti, proponendo forme che, insieme a programmi di utilizzo inventivi e a un’estetica fresca, sappia soddisfare una domanda d’uso per la vita quotidiana, mutandola in un gioco ottimistico. Architetture come mise-en-scène, dove a proporsi non sono la forza della tipologia, lo chic minimalista o l’espressività del decoro, ma i sogni quotidiani di una società. In una mise-en-scène, gli oggetti non sono importanti come singole entità, ma piuttosto perché sono schermi sui quali proiettare frammenti della realtà reale e sognata. Sono i trasportatori della cultura quotidiana, del lifestyle. La postmodernità ha urgenza di architetture capaci di proiettare idee di futuro; magari non per predirlo e indirizzarlo saccentemente come si voleva in passato, ma semplicemente per prestare attenzione al nuovo che bussa alla porta. Abbiamo bisogno anche di favole; magari semplici.

Franco Panzini

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