MENU

Editoriale

Diciamocelo: chi apra le pagine di questo Progetti-Ancona, dopo avere sfogliato alcune delle seducenti nuove riviste in formato cartaceo o su web che documentano quale sia il trend dell’architettura contemporanea (almeno di quella immaginata e quindi desiderata), può ricavarne un senso di frustrazione o, al meglio, di dolorosa coscienza del ritardo culturale della provincia italiana. Infatti vi trova, una casa unifamiliare di Danilo Guerri, bella per carità, ma che appare subito una casa vera; un piano di riqualificazione per l’area portuale di Senigallia, concepito da Ceccarelli, Solustri, Mancinelli, che prevede sedute, cestini per rifiuti, insomma arredo urbano, cose concrete.

L’imagination au pouvoir fu lo slogan più evocativo fra quelli scritti sulle mura della Sorbona nel maggio 1968. Oggi, oltre quaranta anni dopo, l’immaginazione ha così permeato le cose e gli eventi del fare architettura che i progetti sembrano essere stati rimpiazzati da icone. Dal desiderio di rappresentare cose che non solo non esistono, ma che non vogliono o non hanno alcuna ragione per esistere.
L’immaginario ha impietosamente rimpiazzato il reale con il suo bagaglio di falsa consapevolezza.
Ovviamente non si tratta di condannare l’immaginazione; la storia intera è permeata di questa facoltà e del suo continuo contrastare la realtà sotto forma di desideri, speranze, illusioni. Ma oggi l’immaginazione non ha più il carattere di sfida con la realtà: è essa stessa la realtà; una realtà evidentemente falsa che appare piuttosto un mezzo di fuga, per questo così apprezzata. Molto dell’immaginario del pensiero architettonico e urbanistico contemporaneo è ridotto ad uno spettacolo di immaginazione che annichilisce la visuale rivolta al futuro, aggirando le questioni concrete e reali e colloquiando piuttosto con le stimolazioni epidermiche e superficiali.

Questa forma di immaginario, che non è nemmeno ideologia, ma iconica e retorica semplificazione dell’arte dell’immaginazione, può apparire sublime, ma ironicamente finisce per essere semplicemente inutile: una forma di elaborazione, apparentemente rivoluzionaria, ma in realtà al servizio dello status quo.
I cinesi hanno da tempo riscoperto Confucio; che noi italiani si debba tener caro il nostro vituperato Machiavelli quando affermava come più conveniente “andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa”?

Franco Panzini