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Editoriale

“La difesa del suolo, le misure contro l’urbanesimo, la salvaguardia del patrimonio moderno e del paesaggio, rappresentano le nuove dimensioni concrete dell’habitat… [urge] passare dal vecchio sistema urbano edilizio a un sistema aperto, basato sulle omogeneità fisico-economiche e morfologiche di singole parti del territorio… [ad] aggregazioni nelle quali l’habitat vegetale e animale, l’insediamento umano e le localizzazioni produttive non siano considerate elementi settoriali, ma parti integranti di una nuova struttura ecologica”.
Queste parole non si trovano in un pamphlet dei verdi, non vengono dal programma elettorale di Obama, né giungono dal recente convegno tenutosi al GSD, la scuola di architettura di Harvard, che ha avuto appunto il titolo di “Ecological Urbanism”. Sono invece un frammento dall’appassionato discorso che Eduardo Vittoria pronunciò al momento del suo insediamento come assessore al Centro storico e ai Beni culturali del comune di Napoli, nella giunta Valenzi.
Correva l’anno 1975 e Vittoria, riferendosi allo straordinario sistema ambientale del golfo napoletano, tracciava le linee di un “buon governo”, capace di orientare in modo diverso lo sviluppo della città; delineava così una diversa prospettiva dell’insediamento umano: un manifesto della città nuova del Ventesimo secolo.
Eduardo Vittoria è morto il mese scorso. Mantenendo sino alla età più tarda alcune convinzioni che aveva condiviso con i maestri del Movimento moderno: che il progetto debba essere innovativo, democratico, critico, sperimentale. Ma insieme, aggiungendo a questo una personale convinzione acuita nelle sue frequentazioni olivettiane: che dalla creazione progettuale debba scaturire una nuova scena ambientale, capace di integrare in forma paritetica naturalità e costruzione artificiale.
A distanza di oltre un trentennio da quando vennero pronunciate quelle parole visionarie, l’esame di quanto si sia fatto in questa direzione in Italia, nella scuola e nella pratica progettuale, è deprimente. Se si tralasciano gli imbellettamenti verbali, o quelli digitali con cui si rivestono di verzura renderistica le costruzioni anonime, quella sensibilità auspicata da Vittoria, capace di istituire sinergie ecologiche fra progetto e ambiente, è merce ancora rarissima. Rimane la convinzione che quella strada sia la direzione per un futuro possibile, intravisto non da un profeta, ma da Eduardo Vittoria, un architetto moderno.

Franco Panzini

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