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Editoriale

Capisco che rivolgere a progettisti già resi fragili dal marasma economico l’invito a considerare con interesse e persino fiducia possibili scenari futuri, può apparire fuori luogo. Le professioni tecniche sono in crisi profonda; rese scarsissime le risorse finanziarie per nuovi investimenti da parte delle amministrazioni pubbliche, nei casi migliori in situazione di attesa il mondo imprenditoriale legato all’edilizia, gli spazi operativi si sono molto ridotti e sovente le strategie si vanno orientando verso la mera sopravvivenza. Non credo però che l’uscita dalla situazione di crisi della professione possa avvenire attraverso leggi che rilanciano la microedilizia; l’onesto professionista di provincia che se ne avvarrà, è già in crisi da tempo. Né d’altra parte la figura di riferimento può essere quella proposta dalle poche archi-star, di cui, più che l’opera si conosce il nome, quasi si trattasse di un giocatore di football. La possibile rivitalizzazione della professione, in verità già assaggiata da tempo da alcuni progettisti avvertiti, passa per la consapevolezza che lo sviluppo sostenibile si sta imponendo come un fattore essenziale nel campo dell’architettura e dello sviluppo urbano del XXI secolo.
Buone pratiche legate all’abitare, come uso di materiali ecologicamente sostenibili e durevoli, miglioramento di forme di insolazione e isolamento, trattamento delle acque, riduzione dei rifiuti, fanno già parte del bagaglio progettuale di molti. Dimostrare che l’assunzione dei criteri ecologicinon riduce il terreno della creatività, né impone anonimi modelli predefiniti, ma al contrario amplia l’orizzonte anche espressivo, è già un impegnativo compito. Ma c’è assai di più: il disinvolto uso attuale dei suoli è necessariamente a termine, anche perché sta avanzando la riconsiderazione di possibili valori diversi da quelli della semplice continua trasformazione.
Come quelli per ora legati al cosiddetto “menù a chilometro zero”. Potenzialità ancora percepite soprattutto per gli aspetti gastronomici propagandati dallo slowfood; ma il supporto alle produzioni locali non implica solo il sostegno all’economia regionale, contiene e impone anche l’etica seduzione di ripensare l’intero paesaggio, urbano e periurbano. Soluzioni ecologicamente durevoli per l’uso del territorio richiedono non solo nuove ed efficienti tecnologie, ma anche la creazione di forme di insediamento radicalmente nuove: paesaggi urbani sostenibili, dove coesistano e interagiscano attività produttive, processi naturali e vita pubblica. La creazione di questi nuovi paesaggi produttivi ed abitabili è il compito che attende gli architetti nei decenni prossimi.

Franco Panzini

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