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Editoriale

L’ambiente in cui viviamo è in costante adattamento; l’evoluzione stessa delle specie viventi (fra cui la nostra) è basata su questo principio. Una regola però, dimenticata spesso dalla tradizione e dalla pratica del progetto d’architettura, indirizzate invece al disegno della stabilità. Anche se sappiamo bene come poi gli edifici costruiti, quella adattabilità la sperimentino continuamente: flettendosi, espandendosi, contraendosi, deformandosi. Nuove opportunità e nuovi scenari si aprono oggi per il progettista proprio sotto il segno della adattabilità. In primo luogo l’adattamento del costruito nuovo alla regola della sostenibilità, in un futuro che vedrà diminuire l’accesso alle risorse energetiche e alimentari prodotte in luoghi lontani da quelli del consumo. Nonostante le tante parole spese, quella che viene chiamata impronta ecologica, il territorio cioè necessario a sostenere le attività di un determinato complesso o insediamento, è ancora in costante crescita. Uno studio accurato condotto per la città di Londra ha mostrato come nell’anno 2000 questa fosse di 293 volte la dimensione della città stessa, e fosse cresciuta del doppio in soli dieci anni. Questo trend non è più sostenibile per il futuro, semplicemente per mancanza di suoli. Per questo l’edificio che questo numero di Progetti-Ancona presenta, i ‘Laboratori della Luce’ de iGuzzini a Recanati, di Maurizio Varratta, ha un valore di testimonianza che va ben oltre l’intrinseco interesse per le soluzioni tecnologiche adottate. Unisce infatti caratteristiche elevatissime e certificate di performance energetica, con un disegno sobrio e misurato del tutto conseguente alla sua funzione di contenitore di uffici e un auditorium. Se dobbiamo promuovere un ambiente costruito più sostenibile, è nostro compito creare luoghi che la gente possa percepire come propri: non enfatici laboratori sperimentali, ma edifici per la vita quotidiana. E da quest’edificio, giustamente premiato con il Premio Regionale di Architettura INARCH-ANCE, giunge una bella lezione in questa direzione. Le gravi questioni sopra evocate, in primo luogo quella della finitezza del territorio, sollecitano i progettisti a rivolgersi anche ad una ulteriore forma di adattamento; quella della rivisitazione dell’esistente di scarsa qualità. I decenni prossimi saranno certamente anche in Italia sotto il segno della riqualificazione delle periferie, piuttosto che dell’espansione urbana continua. Per questo vorrei segnalare un secondo progetto esemplare presentato in questo numero. Quello di Nazzareno Petrini, Massimo Orselli e Raffaele Solustri per il ridisegno della Chiesa della SS. Annunziata nella frazione di Crocette a Castelfidardo. Un progetto inventivo capace di unire la memoria della modesta chiesa e canonica preesistenti, con la realizzazione di uno spazio sacro integralmente contemporaneo. Anche una frazione ha diritto al suo piccolo monumento urbano.

Franco Panzini