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Editoriale

Quando anche in Italia il fenomeno dei centri commerciali è scoppiato, ha seguito la medesima evoluzione che decenni addietro aveva segnato la sua affermazione negli Stati Uniti, e più recentemente nelle altre nazioni europee. Vale a dire la esclusiva localizzazione in periferia di nuovi shopping mall, verso cui si è indirizzata una quota sempre crescente di consumatori, e l’arroccamento nel centro cittadino dei negozi tradizionali al dettaglio, che hanno per converso perso quote di mercato consistenti. Dando luogo a sindromi urbane da fortino del far-west: con terrorizzati piccoli commercianti assediati da chiassose società multinazionali.

A dare vigore al fenomeno non sono stati solo l’effetto novità o vantaggio economico; ha certamente concorso anche la progressiva erosione di immagine e qualità delle strade commerciali, dei ‘corsi’ urbani, che a confronto con gli shopping mall delle periferie, offrono spesso un confort assai minore. Le strade centrali delle città sono forse meglio pavimentate che un secolo addietro, ma di sicuro molto più inquinate e costantemente disturbate delle auto. Al contrario dei mall, il cui successo si deve anche all’essere ormai divenuti gli autentici spazi aperti pedonali della città, e offrire quindi quella protezione e gradevolezza spaziale che favorisce la ritualità dell’incontro sociale.

Da qualche tempo, per rispondere all’invadenza di questi nuovi centri, anche i luoghi di vendita e presentazione commerciale più tradizionale si vanno lentamente riconfigurando, nell’ottica di concorrere con i primi sul piano della varietà e ricchezza ambientale, e sollecitare così la metamorfosi del consumatore frettoloso in flaneur. D’altra parte anche oltre oceano si distingue fra il run shopping, atto di acquisto proprio dell’ambiente delle periferie, e il fun shopping, l’acquisto come piacevole cerimonia, legato ai luoghi della centralità urbana.

Di questo fun shopping, questo numero di ‘Progetti’ offre alcuni esempi: i negozi di calzature della ‘Linea Marche’, presenti in vari centri urbani, o le farmacie disegnate da Cristiano Toraldo di Francia. Oppure gli spazi di presentazione dei prodotti dell’azienda di vini Umani Ronchi, che mostrano come anche luoghi ipertradizionali, come cantine e vinerie, possano prestarsi a virtuosistiche interpretazioni contemporanee.

Questo per mostrare come anche in una regione come la nostra, funestata dalla edificazione di shopping mall dalla sconfortante volgarità, si possa reagire con intelligenza architettonica al trend della banalizzazione commerciale.

A meno che non si voglia ancora una volta attendere quel che avviene negli States; dove i centri commerciali più glamour hanno da tempo abbandonato quel look a scatolone che impera invece da queste parti, in favore della dissimulazione della macroscala, della disarticolazione delle parti, dell’imitazione di un tessuto urbano fatto di strade e piazzette pedonali. Con il risultato che a modello per eccellenza dello spazio commerciale sono elevati luoghi per noi assai familiari: i nostri centri storici.