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Editoriale

Progetti-Ancona giunge al numero 10. L’occasione non può esimersi da un pizzico di retorica, giacché l’iniziativa editoriale nata con mille dubbi (non sulla formula, ma sulla sua effettiva praticabilità), ha mostrato una vitalità e una vigoria ben maggiore di quanto si sarebbe potuto immaginare. Come direttore editoriale ringrazio allora tutti coloro che al successo della vicenda Progetti-Ancona hanno contribuito.
Per celebrare l’evento dedichiamo la parte prevalente del numero ad un caso d’eccezione, nel panorama della vicenda architettonica regionale recente: Jesi e i suoi restauri. D’eccezione, non perché nel territorio marchigiano siano mancati interventi di recupero, quanto piuttosto per la programmatica volontà, percepibile nel caso Jesi, di riportare in valore l’intero sistema urbano delle strutture storico-architettoniche maggiori. Un sistema a cui non solo si appoggiava l’urbanistica del passato, ma che continua a strutturare, nella sua centralità, anche la città contemporanea.
Ci sembra allora che attraverso i tanti interventi effettuati, a Jesi non solo si salvi la memoria cittadina costituita dal patrimonio storico, ma nel suo ripensamento funzionale e di immagine, si determini anche l’identità della città contemporanea.
E questo non nei modi beceri della evocazione pseudostoricistica. Certo negli anni recenti c’è stato anche dalle nostre parti qualche disseminazione di blocchi edilizi in forma di castellazzo, di mall commerciali accroccati in maniera da ammiccare a sapienti stratificazioni storiche. Ma ci siamo salvati dal New Urbanism, la tendenza che negli Stati Uniti sta provando a migliorare i suburbi, facendoli apparire come antichi borghi Europei usciti dalle favole di una nonna stramba.
Nel caso jesino non percepisco il desiderio di un improbabile ritorno alla gloria dei giorni andati, quando le città all’ombra delle cattedrali e dei palazzi civici avevano ancora una scala umana; non siamo i presenza della edificazione di un’arcadia privata che gli utenti della città moderna non trovano più. Ma della consapevolezza che la parte storica della città può egregiamente sostenere, o riprendere, quel ruolo di centro città, che gli abborracciati nuovi quartieri comerciali e per il tempo libero hanno recentemente eroso. Ovviamente non lasciando che i centri storici cadano nel degrado, ma seguendo l’esempio di Jesi: programmi, idee, forte sostegno finanziario.

Franco Panzini