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Expo 2010. Il Padiglione Italia

L’allestimento di Giancarlo Basili fotografato da Gabriele Basilico

A colloquio con Gabriele Basili, scenografo di chiara fama, progettista dell’allestimento del Padiglione Italia all’Expo di Shanghai 2010.

È la prima volta che uno scenografo viene chiamato a progettare il Padiglione Italiano di una Expo, in questo caso di Shanghai 2010. Al  di là dei tuoi evidenti meriti professionali  cosa rappresenta questa scelta a tuo giudizio?
Secondo il mio punto di vista quando il Commissariato dell’Expo ha chiamato la Triennale di Milano a curare lo spazio di allestimento, Davide Rampello, presidente della Triennale, ha pensato di chiamare a progettare il percorso visivo del padiglione non un architetto, bensì uno scenografo. Penso che l’idea sia venuta anche pensando non ad una esposizione tradizionale, ma a un percorso che potesse stupire i visitatori. La scelta è caduta su di me anche perché avevo già lavorato per la Triennale di Milano con diversi allestimenti visionari come ad esempio la mostra ‘Annisettanta’, curata da Gianni Canova. L’idea espositiva generale nasce dalla scelta di guidare il visitatore non attraverso un linguaggio verbale e didascalico, ma visivo e sensoriale.

Con quale approccio formale e culturale hai progettato lo spazio di rappresentazione del nuovo made in italy?
La nostra prima idea è stata quella di catturare lo sguardo del visitatore mediante l’attraversamento di queste grandi installazioni. L’esempio più esplicativo di questo concetto lo abbiamo nella corte centrale: l’orchestra sinfonica a parete che improvvisamente ci troviamo di fronte, lo schema costruttivo della cupola di Santa Maria del Fiore (in scala 1:5) che attraversiamo, la riproduzione musiva alta 19 metri di una piazza di De Chirico, sono installazioni che hanno l’intento di meravigliare e stupire lo spettatore mescolando le varie arti. Così come una serie di fotogrammi cinematografici catturano il nostro sguardo e ci portano a sognare, anche queste installazioni ci mostrano i diversi linguaggi artistici della tradizione italiana, mescolati fra loro. Devo dire che in tutto questo percorso emerge la mia provenienza professionale, ovvero quella di scenografo cinematografico e teatrale. La grande libertà creativa che mi è stata data mi ha permesso di raccontare l’Italia attraverso sensazioni, sguardi e meraviglia, evitando le metodologie espositive tradizionali alle quali siamo abituati in questo genere di eventi.

Qual è il concept che il committente ti ha trasferito: quale Italia avete inteso rappresentare?
Insieme alla Triennale di Milano abbiamo ideato questo percorso visivo che parte dal boccascena del teatro palladiano (in scala 1:2), opera architettonica dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, in rapporto alla grande installazione sulla parete che reca la scritta “La città dell’uomo, vivere all’italiana” in trentasei lingue, concepita come un grande bassorilievo; la sovrapposizione dei diversi caratteri tipografici forma l’ideogramma FU, felicità in cinese. Il concetto visivo è proprio questo, l’attraversamento di una grande architettura ci porta in una stanza che mette in rapporto l’innovazione tecnologica passata e presente (Isotta Fraschini, Aprilia, Montante, Vibram) con l’arte moderna italiana (Burri, Consagra, Fontana, Capogrossi). Nella stanza ‘The Making of’ siamo di fronte a un vero e proprio set cinematografico allestito all’interno di una teca trasparente (una sorta di “acquario”), che ospita uno spazio-laboratorio artigianale, dove si alternano quindici eccellenze italiane (artigiani delle calzature, del restauro, della liuteria, della pasticceria ecc.) abbinate al grande design italiano. Vicino troviamo lo spazio dedicato all’architettura dove sono esposti sei arazzi del Paliotti, il modellino del teatro Massimo di Palermo, quello del Pantheon e due tele del Canaletto. A seguire, la stanza ‘I-tech’, un grande spazio che illustra l’innovazione tecnologica in campo industriale: tutte le installazioni mirano ad esporre gli oggetti come fossero opere d’arte. I manichini fuori scala alti quattro metri vestiti da quattro grandi stilisti (Versace, Prada, Ermenegildo Zegna e Dolce e Gabbana) si stagliano sul mosaico di De Chirico diventando parte integrante della sua opera. Attraversando l’orchestra (omaggio al film di Fellini ‘Prova d’orchestra’), collocata su una parete obliqua in aggetto arriviamo nella stanza ‘A bite of Italy’, dedicata al mondo alimentare. Qui emerge da terra un grande ulivo secolare, come se sfondasse il pavimento. A soffitto, ribaltato, un campo di grano e papaveri. Questa installazione è stata pensata in modo tale da disorientare lo spettatore, il quale si trova improvvisamente di fronte a un’immagine effimera e inafferrabile con cui abbiamo voluto rappresentare il paesaggio italiano. Le 80.000 spighe di grano e i 20.000 papaveri sovrastano due grandi supporti trasparenti i quali ospitano, come fossero oggetti preziosi, centinaia di tipologie di vino e di pasta; sul fondo due grandi nature morte seicentesche del Bimbi. Questa idea di rappresentare l’Italia nella sua architettura partendo da Palladio e arrivando attraverso l’alta tecnologia mi ha permesso di mescolare l’arte italiana in tutte le sue grandi tradizioni.

Come dialogano gli oggetti con lo spazio e la comunicazione?
Non avendo avuto a disposizione il padiglione finito se non appena un mese prima dell’inaugurazione ho dovuto lavorare su un modellino in scala 1:50, e lì ho capito tutte le difficoltà tecniche del mio progetto di allestimento. Ho cercato, come faccio abitualmente nel corso della preparazione di un film, di lavorare sullo spazio senza alterarne le caratteristiche. Questo mi ha spinto a creare un percorso integrato nell’architettura progettata dall’architetto Imbrighi. Rapporto spazio-luce-vicoli che vivono con le installazioni, gli oggetti come se fossero all’interno di un grande museo. L’esigenza era proprio quella di lavorare sulle grandi pareti inclinate, anche a causa del grande afflusso ipotizzato dal governo cinese, afflusso che dal primo giorno di apertura ha addirittura superato le aspettative: solo nei primi sette giorni abbiamo avuto intorno ai 200.000 visitatori.
La cultura asiatica e la frontiera del mondo globalizzato nel Paesaggio più globale che oggi possiamo immaginare, è uno stimolo formidabile per progettisti, urbanisti, sociologi anche grazie al cinema e alla cultura contemporanea che in questi anni hanno restituito un’iconografia affascinante. Il tuo sguardo cinematografico ha influenzato il pensiero progettuale?

Il mio sguardo cinematografico è stato fondamentale per questo progetto. La prima idea è stata proprio quella visionaria, pensando a un percorso fatto di tanti fotogrammi uno accanto all’altro che si scoprono man mano che il visitatore attraversa i vari spazi. Ci sono molte citazioni cinematografiche all’interno del mio progetto, ciò fa parte del mio lavoro e del mio sguardo. Il mio pensiero, infatti, è andato subito ai potenziali visitatori, in modo che potessero percepire le stesse sensazioni che scopro ogni volta che mi trovo di fronte a una nuova immagine.

Quali sono i punti di forte innovazione del Padiglione italiano a Shanghai, dal punto di vista tecnologico, a maggior ragione in una Expo a tema?
Questa domanda forse è più giusto porla al progettista del padiglione. Posso solo dire che per la costruzione è stato utilizzato un cemento trasparente che ha contribuito a valorizzare il disegno architettonico e il mio progetto di allestimento. Per quanto riguarda il tema dell’Expo penso che oggi non sia tanto importante esporre le proprie avanguardie tecnologiche quanto valorizzare il rapporto tra arte, cultura e sensibilità umana. Visitando gli altri padiglioni ho notato che si sono limitati a rappresentare in molti casi solo un concetto, ma non hanno rappresentato il proprio paese attraverso la mera esposizione fieristica di prodotti, cosa che anche io ho cercato di evitare.

a cura di Cristiana Colli

Uno speciale ringraziamento a Gabriele Basilico per avere concesso l’utilizzo delle fotografie e a Maria Assunta Accili per la preziosa, efficiente collaborazione.

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