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Fabbriche ibride

Progetti del Laboratorio di Progettazione Urbana alla Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno

Le immagini sono tratte dal volume Fabbriche ibride (Alinea Editrice) che raccoglie i progetti prodotti dagli studenti di tre successivi Laboratori di Progettazione Architettonica III negli anni accademici 1998-1999, 1999-2000, 2000-2001, coordinati da Cristiano Toraldo di Francia, presso la facoltà di Architettura di Ascoli Piceno.
I moduli integrativi dei Laboratori sono stati condotti da Annarita Emili (Teorie e tecniche della progettazione architettonica), Lorena Luccioni (Tecnologie dei sistemi strutturali) e Vittorio Salmoni (Storia della critica e della letteratura architettonica).
I seminari interni sono stati assistiti da Elisabetta Agostini, Barbara Baiocco, Luca Balducci, Paolo Del Dotto, Stefano Pasquali, Gianni Raffaelli, Biancamaria Rinaldi, Anita Sardellini, Massimiliano Tamburrini, Marco Turchi, Danila Villani.
I Laboratori hanno avuto come campo di sperimentazione la valle del fiume Tronto, lungo la quale si stende il territorio della nuova Città discontinua Ascoli-San Benedetto, di cui la Superstrada rappresenta l’asse di collegamento più recente, preceduto dalla Statale Via Salaria, dal nastro ferroviario e ancora in parallelo dalla Strada di bonifica.
Il primo anno abbiamo lavorato attorno al tema della fabbrica ibrida, cercando  di interrogarci sul valore attuale di una eredità tipologica come permanenza sovrastrutturale dell’architettura per sperimentare invece organizzazioni spaziali e distributive meticce, dalla struttura debole e reversibile, come accessorio comunicativo del sistema infrastrutturale della superstrada e perciò collocate nei punti di interconnessione del nastro stradale con il territorio.
La nuova metropoli  è ritmata lungo la sua Via Triumphalis dalle nuove fabbriche che collocate nei nodi di intersezione con il territorio, gli svincoli, ne legittimano il carattere di evento e di struttura urbana.
Questi nuovi luoghi pubblici, nel tentativo di smascherare l’ideologia riduttiva dello “shopping”, sono organizzati come architetture ibride che racchiudono spazi organizzati secondo programmi che attraversano molteplici discipline e incrociano diversi tipi realizzando nuovi sistemi aperti e riprogrammabili.
Così la Fabbrica dei corpi non è soltanto uno spazio dedicato allo sport agonistico in spazi codificati (campi da tennis, da pallavolo, basket), ma è anche luogo di incontro sul tema del corpo come macchina artistica. Contenitore di spazi dove inventare ginnastiche e movimenti anche lentissimi, in maniera libera, come in un teatro dei corpi, dove le differenze fisiche siano considerate ricchezza e spunto poetico.
A sua volta la Fabbrica delle immagini, non è solo galleria di quadri o sala cinematografica, ma luogo di incontro e sperimentazione dei sistemi di comunicazione visiva, architettura incrocio di tipologie note e invenzione di nuovi programmi, disposti in un sistema complesso che ha per tema l’evento.
La Fabbrica dei suoni conterrà spazi funzionalmente definiti dedicati all’ascolto, auditorium e sale da concerto ma anche strutture dedicate alla sperimentazione dei suoni, dove incontrarsi per sperimentare differenze e mixaggi, macchine sonore e suoni infinitesimali.
La Fabbrica delle parole è qualcosa tra il teatro e la biblioteca: luogo del silenzio della lettura e spazio dei suoni della recitazione. Luogo della scrittura, della discussione, della poesia, dei dialetti, delle lingue: Babele che rifiuta l’esperanto ma ama il mistero e la leggerezza dei suoni e dell’immaginazione.
Per ultima la Fabbrica dei bit è il luogo delle connessioni con la grande Biblioteca, con il grande Giuoco, con la grande Rete, luogo delle apparizioni, dei simulacri, delle simulazioni; luogo dell’impalpabile e dell’ultraleggero, luogo che è tutti i luoghi definiti senza il supporto tridimensionale dell’architettura.
Una fabbrica ridotta a evento e ad immagine virtuale.”
A ridosso della Superstrada Ascoli-SanBenedetto, considerata quale sistema lineare della città discontinua, che  oramai unisce le due estremità, si sviluppa una fascia di territorio di risulta, indefinito, fatto di lacerti di campi, orti spontanei, laghetti sportivi avanzo di cave, depositi, fabbriche. Su questa fascia si è concentrato l’interesse del Laboratorio che ne ha studiato l’ipotesi di metamorfosi in Urbaparco con dirette connessioni con l’infrastruttura della superstrada. Il progetto ha preso in esame un tratto di  circa 5 chilometri, per una larghezza costante di 120 metri, compresa tra gli svincoli di Pagliare e di Monsanpolo.
Se il Parco dalla rivoluzione industriale in poi ha avuto nella città un ruolo compensatorio e lo spazio aperto come dispositivo di riequilibrio ha controbilanciato la crescita della città, rimandando a immagini alternative, il Parco della città contemporanea (La Villette) diventa il luogo delle pratiche collettive e di un nuovo uso urbano dello spazio.
La fascia parallela alla Superstrada è assunta come sezione campione di un diverso rapporto con il territorio  della città non più intesa come tessuto strutturato ma come coesistenza, sistema debole di aggregazioni, contro ogni gerarchia formale,  secondo le strategie dell’elenco, dell’incontro, della giustapposizione, dell’assemblaggio,della contaminazione.
Lungo tale fascia, interconnesse da un circuito periferico veicolare e da una griglia di collegamenti pedonali, si collocano eventi e attività collettive che integrano funzioni di libera ricerca e espressione, con servizi e funzioni all’interno di sistemi  commerciali.
Abbiamo indicato per continuità con le ricerche dell’anno precedente 5 temi che corrispondono ad altrettante sezioni dell’Urbaparco.
Queste cinque destinazioni possono essere considerate uno sviluppo delle Fabbriche ibride studiate l’anno precedente e allora collocate in prossimità degli svincoli, come nodi di un sistema urbano diffuso di cui la superstrada traccia il canale di collegamento portante.
In questo secondo Laboratorio il progetto non si è perciò concentrato in singole unità edificate, ma si è sviluppato lungo una fascia di territorio parallela alla Superstrada dove le “ fabbriche” si diluiranno in sistemi integrati di paesaggio e architettura.
Gli studenti sono stati divisi in gruppi di 2 o 3 persone e ad ognuno è stato affidato lo studio di un livello del progetto di una Fabbrica per un periodo definito di due settimane.
I livelli di progetto erano:
1- Sistema delle superfici: suolo naturale o artificiale (griglia dei collegamenti e spazi collettivi aperti o chiusi).
2- Sistema lineare (Gallerie di attività dedicate in sequenza).
3- Sistema puntiforme (servizi, ristoro, informazioni, follies).
Al termine di ogni periodo il gruppo di progettazione passava per altrettanto tempo allo studio della sezione successiva, dove si doveva confrontare con i segni lasciati da chi vi aveva progettato in precedenza. E così via fino a che tutti gli studenti non hanno affrontato tutti i temi contenuti nelle 5 Fabbriche ibride.
Alla fine delle prime 10 settimane ogni seminario ha lavorato su tutta la fascia di 5000 metri e speso le ultime 5 a definire il progetto della sezione originale.
Lo scopo di questo meccanismo è quello di abituare lo studente ad una ginnastica progettuale che gli permetta di condurre la ricerca attraverso gli ostacoli, le modificazioni, il concorso di differenti culture che il progetto contemporaneo deve affrontare, crescendo secondo una logica evolutiva per la quale, come in ogni processo di mutazione non del tutto completato, il risultato appare come un “ibrido”. Infrastruttura, architettura e natura faranno parte di uno stesso paesaggio urbano che riconosce la superficie del nostro pianeta come un unico sistema di riferimento.
L’architettura apparirà quindi come figlia di un progetto “meticcio”, dove le differenze si amalgamano come sequenza di frammenti in una stratigrafia sincronica passibile di continue ulteriori modificazioni.

Cristiano Toraldo di Francia