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Figure urbane

Esercizi compositivi per la città plurale

Facoltà di Ingegneria di Ancona
Corso di Laurea in Ingegneria Edile – Architettura
Progetti del Corso di Architettura e Composizione Architettonica 1
Arch. Gianluigi Mondaini
Coadiutori: Arch. F. Ascenzi, Arch. G. P. Roscani, Arch. G. Tecco
Collaboratori: M. Mirabella

 

I progetti di seguito presentati sono scelti tra un’ampia casistica di lavori elaborati dagli studenti del nuovo Corso di Laurea in Ingegneria edile – Architettura dell’Ateneo Dorico in due successivi anni del Corso di Composizione Architettonica 1.
Il territorio di indagine ha riguardato la città di Ancona con particolare riferimento ad alcune aree sia storiche che di recente urbanizzazione dove la sostituzione delle funzioni nel tempo, l’insufficienza del piano urbanistico e/o le condizioni di degrado fisico dell’esistente hanno prodotto lacerti di spazialità caratterizzati da spazio vuoto, sospeso e in attesa di destino.
L’esercitazione progettuale ha proposto un doppio binario di riflessione, da una parte l’indagine sul rapporto fra contesto e progetto e dall’altra una riflessione sul rapporto fra edificio ed utente. Consci che la dimensione comunicativa del progetto contemporaneo ha assunto un’importanza notevole nell’insieme dei dati che costruiscono il senso del progetto, è indispensabile indirizzarne le potenzialità estetiche direttamente alla costruzione di un nuovo ruolo attivo verso contesti di appartenenza. Inoltre, una nuova attenzione nei confronti di chi  abiterà l’architettura, permetterà quella  necessaria riduzione del suo carattere eroico/teorico imprigionato nella morsa degli stili. Questa necessità nasce dalla convinzione che l’architettura è l’arte della vita quotidiana e la si può comprendere, nel senso che può tornare al centro dei nostri interessi in una relazione amichevole, consapevole e non distaccata fra utente e progetto, solamente attraverso la ricostruzione di un rapporto di quotidianità.
Si sono individuate sei aree, tre per anno di corso, all’interno della città consolidata i cui caratteri al di là della loro ubicazione fisico temporale fossero quelli non più caratterizzati dalla densità edilizia, dall’interrelazione funzionale o dalla sequenzialità delle relazioni ma piuttosto da improvvisi vuoti, di spazio e di senso, tipici della discontinua città contemporanea. Una città che non è più divisa fra centro antico e storico, aree di espansione, prima e seconda periferia, città dispersa o diffusa, ecc. ma è un continuo magma di strutture composite che nel suo vitale processo di modificazione produce quegli scarti di spazialità scelti come “contesto” per la nostra ricerca.
L’idea è quella di recuperare questa sorta di nuove microperiferie intercluse nel cuore della città, piuttosto che nelle sue aree più recenti, attraverso l’introduzione e l’uso di quei caratteri che meglio rappresentano l’epoca recente e soprattutto con la più disponibile attenzione verso il successo della dimensione ibrida, dinamica, modificabile, in sintesi direi “aperta” del progetto di architettura. I “vuoti” della città contemporanea hanno notevoli potenzialità espressive e la necessità del progetto è codificare e modificare tali spazialità in luoghi. Sperimentare attorno la loro potenzialità significa sondare la plurale possibilità di trasformare tali vuoti sia in aree pubbliche che in contenitori di spazi pubblici.
Per il centro antico l’area scelta per l’esercitazione è l’affaccio sul bacino portuale nei pressi del Palazzo degli Anziani denominata Piazza Dante, mentre per il centro urbano la Pineta del Passetto e il nodo fra quartiere fieristico, ferrovia e Via Marconi che si lega al Lazzaretto Vanvitelliano. Per la prima periferia si è scelto di provare a risolvere lo spazio che connette Piazza Ugo Bassi a Corso Carlo Alberto e verso nord alla base del quartiere satellite di Collemarino l’area di connessione fra l’abitato e il fascio infrastrutturale che blocca l’affaccio sul mare in prossimità di Palombina. Ultimo sito, anch’esso un nodo fra infrastruttura e città, è ubicato nelle aree dilatate dei sistemi terziario/commerciali nei pressi della zona denominata Baraccola.
Le sei aree scelte con procedimento analitico volto alla individuazione di potenzialità pubblico-rappresentative sono ubicate nell’intero corpo della città e quindi caratterizzate da contesti molto diversi. L’obbiettivo era la rivitalizzazione delle aree di progetto e dei relativi contesti attraverso l’introduzione di un organismo architettonico capace attraverso la sua “figura” di costruire nuove sinergie relazionali. Sinergie fisiche nella costruzione di un dinamico e aperto confronto fra i segni della città e del nuovo edificio. Sinergie emotive nella possibilità dell’organismo di entrare in sintonia con gli utenti, nella sua capacità di costruire quel necessario rapporto di identificazione che da sempre lega i cittadini/abitanti alle figure della loro città.
Un organismo che restituisce attraverso la sua figura gli estremi contrastanti che costituiscono la realtà. Una figura il cui percorso compositivo è dato dalla sommatoria di analisi, intuizioni, forme ed emozioni che esaltano la natura complessa del progetto come evento capace di sinergie appunto intellettuali e sensoriali. All’interno di questo meccanismo assume fondamentale importanza una nuova attenzione al carattere programmatico del progetto. Il programma, inevitabilmente complesso diviene struttura compositiva primaria che pone in secondo piano alterità linguistiche o declinazioni di codici espressivi comunque plurali. Dal punto di vista programmatico quindi il nostro soggetto è un organismo ibrido che coagula attorno ad un “cuore aperto” più funzioni: uno spazio espositivo dedicato alla città in cui essa potrà rappresentarsi, uno spazio attrezzato per il ristoro, uno spazio commerciale tipo bookstore o piccola boutique e infine uno spazio modificabile da utilizzare per piccole riunioni o conferenze. Il nuovo organismo architettonico, che avrà la capacità di catalizzare ed esprimere condizioni di microcentralità, non è più un edificio ma sarà caratterizzato da una forma di spazio che non è più o non è più solo spazio chiuso definito tradizionalmente da pareti riconoscibili come limiti da superare, oltrepassare, ma un sistema di spazi aperti che dalla città senza soluzione di continuità entra all’interno determinandone l’idea di dinamicità proprio degli  esterni. I nuovi spazi del progetto, siano essi esterni, interni, residenziali o pubblici, saranno direttamente declinati attraverso una sorta di estetica della mobilità che parte dalla quotidiana dipendenza dal mezzo automobilistico per estendersi più teoricamente all’idea estetica appunto del movimento e della fluidità come dato basico di ogni nuova spazialità possibile.
L’edificio non sarà più uno statico involucro architettonico ma un mezzo dinamico, un luogo aperto e trasformabile che dovrà permettere la formalizzazione dell’interazione fra spazio e sistema relazionale degli abitanti.
Il ruolo centrale dell’individuo nella determinazione dell’idea di spazio/edificio impone all’architettura una nuova condizione effettuale e cioè il possesso della capacità di produrre effetti. Questo significa dotare l’architettura di strumenti capaci di ridefinire i rapporti fra spazio e utenti divenendo così il mezzo efficiente per produrre modificazioni ambientali al contorno. Il passaggio sperimentale che si propone di indagare è quello che va in definitiva dal rapporto inerme dell’utente con la materia inerte dell’architettura, quella rappresentata dai vari ismi o stili che sancivano una dichiarata distanza fra le parti e in definitiva un’idea di algida monumentalità, ad un nuovo rapporto partecipe fra cittadino e materia.
Lavorare attorno alla sensualizzazione volumetrica degli organismi della città o all’idea di disgiunzione e modificabilità degli elementi e degli spazi componenti significa riaffermare la necessità di individuare nuovi “monumenti”, che abbiano la capacità di scendere dal podio di un’ astratta monumentalità dove la ricchezza emotiva non sia più racchiusa in un estetizzante contesto semplicemente tipo/morfologico, per narrare nuove storie che coinvolgano i fruitori nello svolgersi del loro racconto. Architetture composte di materie sensibili che abbiano la capacità di trasformare la tradizionale percezione della bellezza come statica perfezione in una nuova bellezza composita fatta di linguaggi plurali globali e locali, fatta infine di nuove “figure urbane”. Figure architettoniche il cui terreno di sperimentazione è l’espressione della disgiunzione tra le parti componenti, data la ormai condivisa impossibilità di ricondurre la loro complessità più che mai programmatica e formale in un unico gesto architettonico. Figure architettoniche infine che rendano possibile una nuova condizione di innocenza delle forme come unica possibile frontiera di sperimentazione nel rapporto sia spaziale che materico con l’utente.

Gianluigi Mondaini

  • Figure urbane
  • 989g
  • 993g
  • 994g
  • 999g
  • 1002g
  • 1009g
  • 1010g