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Fornarina Stores da Las Vegas a Rio, spazi delle meraviglie

Intervista con Lino Fornari e Giorgio Borruso

Foto: Benny Chan

Lino Fornari, quando ha capito che per la vostra brand strategy l’architettura poteva diventare cruciale? Come è avvenuta la scelta dell’architetto Giorgio Borruso?
Da sempre il design è al centro della strategia Fornari. Nella continua ricerca di innovazione abbiamo iniziato la nostra collaborazione con Giorgio Borruso, al quale abbiamo riconosciuto oltre che un grande talento, la capacità di coniugare stile e creatività.

Cosa lega l’immagine dei vostri negozi, la filosofia imprenditoriale e la cultura di comunicazione e di prodotto di Fornarina?
La sperimentazione, la curiosità, il coraggio di guardare al cambiamento come opportunità.

I premi internazionali che avete vinto recentemente sono la prova che la filiera positiva moda-architettura-glamour è un trend globale. Anche i vostri stabilimenti diventeranno in prospettiva luoghi di rappresentazione, come lo sono già i negozi?
Stiamo portando avanti un restyling nell’immagine dei nostri stabilimenti in linea con l’idea che sia importante che lo spazio in cui si lavora rappresenti in maniera immediata la filosofia dell’azienda.
Giorgio Borruso, qual è la cifra formale dei negozi Fornarina nel mondo? Come dialogano con i luoghi, ad esempio in America con i mall nei quali spesso si trovano?
L’ambiente nel quale un progetto si sviluppa ha sempre una forte influenza sul risultato finale. A Las Vegas, ad esempio, nel caotico e ricchissimo contesto (in termini di segni e mescolanza di stili) si è cercato di creare una sorta di oasi-luogo di riposo per la retina e la mente. Per la facciata all’interno dell’articolato Mandalay Bay abbiamo scelto l’assoluta trasparenza in cui l’interno si proietta all’esterno in una forma estremamente intrigante ma discreta. A Roma invece, circondati da più di 2000 anni di storia, il dialogo con l’architettura dell’edificio preesistente avviene in modo da consentire una doppia lettura. Tutti gli elementi dei due piani di spazio espositivo consentono di sperimentare un viaggio nel mondo Fornarina con il suo fortissimo carattere ma allo stesso tempo permettono di leggere attraverso archi, volte e passaggi, le geometrie preesistenti. Sembra che due sistemi coesistano pur distinguendosi l’uno dall’altro. Le opere sono imponenti: un’apertura ellissoidale collega il piano terra con quello superiore. Al suo interno sembra materializzarsi una scala adiacente ad una parete che accoglie una serie di occhi in resina retroilluminata. È un susseguirsi di effetti ma sembra che gli elementi del linguaggio Fornarina si trovino, rispetto alle geometri preesistenti, nel “posto sbagliato”. Le due casse identiche sono sotto un arco nel mezzo di un punto di passaggio, un tavolo espositivo davanti alla finestra. È come se ci fosse stato una sorta di slittamento tra un sistema e l’altro. In Brasile, a San Paolo, invece, il rapporto con la grande strada su cui insiste l’edificio genera una frammentazione dello spazio che da pubblico diventa sempre più privato e protetto, dove gli elementi espositivi si trasformano in una sorta di filtro.
Quale uso dei materiali e della luce ha utilizzato? Molto spesso si tratta di elementi combinati insieme su forme speciali, progettate appositamente, come è accaduto per Las Vegas e anche per Roma. Quale vivibilità degli ambienti mirava ad ottenere?
I materiali per l’architettura, così come nel prodotto Fornarina, sono estremamente importanti. Attraverso il rapporto con la Fornari mi è subito stato chiaro quanto fosse importante questo desiderio di ricerca ed apertura alla sperimentazione, anche con combinazioni provocatorie, ma filtrate da un approccio eclettico ed ironico. Si è deciso di esplorare le possibilità di una grande varietà di materiali, ricercando trasparenza, morbidezza, riflessioni, sensazioni tattili. Li abbiamo allungati, compressi. Il legno si è trasformato in fiberglass e il fiberglass in cromo. Abbiamo cercato di conoscerne i limiti. La luce è un elemento importantissimo. A Las Vegas, per esempio, esistono zone dove la quantità di luce è così intensa che diventa quasi insopportabile e costringe a spostarsi nelle aree periferiche in cerca di un rifugio, di un ambiente più confortevole, fino in prossimità dei camerini di prova. In questo continuo desiderio di movimento, anche la luce diventa “dinamica” e contribuisce alla lettura dello spazio e all’esposizione dei prodotti.

Ha scelto di privilegiare un’immagine progettuale comunque riconoscibile nelle varie parti del mondo oppure ogni negozio fa storia a sé?
I negozi Fornarina, da Las Vegas a Rio, parlano tutti la stessa lingua ma raccontano storie diverse. Ogni location è la tappa di un percorso. A Roma sono presenti elementi inediti rispetto a Las Vegas ma nel momento in cui si mette un piede all’interno non può esserci alcun dubbio di trovarsi immersi nel mondo Fornarina.
Per un architetto che tipo di sfida pone un luogo dello shopping che spesso ha tempi di realizzazione e anche di vita molto serrati e molto brevi? Non necessariamente effimeri, ma soggetti ai cambiamenti dei luoghi, degli stili di vita, dei consumi?
Il mio studio in questo momento è impegnato in una grande varietà di progetti con una drammatica differenza di scala e destinazione d’uso, ma gli spazi retail rappresentano, senza dubbio, una delle sfide più difficili. Disegnare infatti spazi che racchiudano significati diversi, nei quali sono in scena azioni diverse, porta ad una interazione a vari livelli con i tanti elementi presenti. Nella stessa superficie si lavora, si osserva, ci si spoglia. Si passa dal pubblico ad una simulazione del privato. Se le architetture non rimangono legate a gadget soggetti ad invecchiare velocemente ma riescono ad esprimere un livello di qualità alta e capace di creare curiosità, emozioni, ispirazione e naturalmente rappresentare e supportare un prodotto che cambia e si rinnova nelle collezioni continuamente, l’obiettivo diventa allora quello di introdurre una grande flessibilità nella fruizione che rimetta tutto in gioco ogni volta che ci si sposti anche di pochi centimetri, ogni volta che si ritorni sul “luogo dello shopping”.

Qual è l’innovazione progettuale più significativa dei negozi Fornarina?
Si è scelto nell’elaborazione del concept Fornarina o meglio del linguaggio Fornarina, di creare un ambiente surreale con una personalità fortissima. All’interno degli spazi si susseguono sorprese ed elementi che non ci si aspetta di trovare. Ma alla fine è il modo in cui i materiali, che sono ricchissimi e vari, si comprimono, si allargano, si piegano, trasformandosi in strumenti, che spinge l’osservatore a muoversi all’interno dello spazio. È importante oggi progettare spazi che siano in grado di comunicare un messaggio al fruitore. Che creino le condizioni per vivere una “esperienza”. Cercare di costruire delle motivazioni che inducano le persone a uscire fuori di casa per fare shopping, in un tempo in cui è possibile scegliere e acquistare stando seduti di fronte a un computer.

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