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Il recupero dei Bastioni S. Pietro e S. Paolo in Ancona

Dignità e funzionalità pubblica restituite alle mura della città

Università Politecnica delle Marche
Facoltà di Ingegneria

Anno accademico: 2007 – 2008 Sessione Straordinaria
Tesi di Laurea Specialistica a ciclo unico in Ingegneria
Edile-Architettura:

‘Progetto di recupero dei Bastioni S. Pietro e S. Paolo in Ancona’
Autrice: Cecilia Giaccaglia
Relatore: prof. Fausto Pugnaloni
Correlatore: prof. Francesco Leoni

 

Ancona è una città ricca di manufatti architettonici di importante valore storico. Alcuni di questi, purtroppo, hanno perso prima la loro rilevanza poi la loro identità, scomparendo nel tessuto della città celati sotto altro aspetto.
L’oggetto di questa tesi è un frammento dell’antica cinta muraria di Ancona comprensiva di due bastioni, il Baluardo S. Paolo e il Baluardo S. Pietro. In fase di progetto si è intervenuto su larga scala anche sul convento di S. Caterina poiché, per la sua posizione, intreccia la propria storia con quella delle mura. I due baluardi vengono realizzati a metà del XVI secolo con la diffusione dei nuovi sistemi difensivi bastionati. Perdono di rilevanza alla fine del XIX secolo quando la linea difensiva della città trasla sul fronte Cardeto-Lunetta di S. Stefano. Ad oggi il tratto di cinta muraria che termina col bastione S. Pietro è ormai inglobato nel centro della città mentre l’altro tratto, quello che si estende fino al bastione S. Paolo, è isolato all’interno del parco del Cardeto. Il parco si estende dal monte Cardeto oltre il faro, fino a lambire il tracciato dell’anfiteatro romano e accoglie al suo interno, a ridosso del baluardo S. Paolo, il convento di S. Caterina, anch’esso risalente alla seconda metà del XVI secolo. Successivamente convertito a caserma, viene poi dismesso dai militari con il terremoto del 1972.
Il contesto e l’uso dei bastioni e delle mura rendono l’emergenza invisibile agli occhi della collettività. Ad oggi la parte di cinta muraria inserita dentro il centro abitato è stata sfruttata come muro di contenimento per parcheggi, strade, giardini, corti, orti e pertinenze private. Il manufatto storico è alterato nella funzionalità e sminuito nella dignità. La collettività è esclusa dall’utilizzo e dalla percezione del manufatto stesso per la maggior parte della sua estensione. La dimensione pubblica è scarsa, e, quando presente, è prevalentemente carrabile.

L’obiettivo di questa tesi è intervenire nello spazio pubblico senza stravolgere l’assetto attuale, restituendo visibilità, visitabilità e funzione sociale alle mura. Per quanto concerne il secondo tratto della cinta cinquecentesca, quello inserito all’interno del parco del Cardeto, la tesi si ripropone anche di interfacciare l’evento storico con l’evento naturalistico. Il progetto collega fisicamente centro abitato e parco camminando sopra le fortificazioni. La continuità della cinta muraria è ricreata mediante l’installazione di una passerella, una passeggiata storico-architettonica sopra le mura che ne ridisegna il profilo e costituisce la spina dorsale di una rete di percorsi e piazze attrezzate per il tempo libero e per esposizioni temporanee. Lungo il percorso è posta una serie di piccoli volumi dall’aspetto leggero e temporaneo, in vetro strutturale, acciaio ossidato e rete di acciaio ossidato (TECU OXID) destinati ai servizi degli spazi pubblici: alcuni ambienti espositivi o soste attrezzate, un piccolo museo delle mura, il bar, i servizi igienici e un piccolo museo naturalistico. Sui bastioni S. Paolo e S. Pietro vengono ricavate due piazze. L’arredo urbano prevede gradoni, luci a terra, muretti in TECU e sedute in legno, al fine di lasciar sviluppare in altezza solo le imponenti fortificazioni.

Infine la tesi, su larga scala, rifunzionalizza il convento di S. Caterina considerando che il complesso conventuale verte in uno stato di totale abbandono, si interfaccia con gli spazi della tesi ed è proprietà dell’Università Politecnica delle Marche. Il convento viene ridistribuito per accogliere la biblioteca universitaria e delle aule studio. Si tratta dunque di un progetto volto a restituire spazi urbani dimenticati alla collettività e donare visibilità e ruolo sociale ai resti cinquecenteschi.