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Il supermarket ecosostenibile

Colloquio con Sergio Lupi di Sistemi2000

Gianluca Della Campa
Tessa Gelisio
Sergio Lupi

Sergio Lupi (ultimo a destra) è fondatore e Presidente di Gruppo Sistemi2000, azienda marchigiana nata nel 1997 e attiva nella progettazione e commercializzazione di componenti d’arredo per il punto vendita. L’azienda in pochi anni si è affermata come polo di riferimento nazionale nella fornitura di attrezzature per i punti vendita della grande distribuzione, caratterizzato dalla conversione di tutta la produzione ai principi della ecosostenibilità.

Con il supermercato ecologico Sistemi2000 sposta il focus della sostenibilità dalla merce alle strutture e all’arredamento del supermercato. A che bisogno corrisponde questa trasformazione?
Sino ad oggi la sostenibilità nel punto vendita è stata intesa in un senso ben preciso e, a mio avviso, limitato: quello di proporre ai consumatori beni provenienti da circuiti equosolidali o a filiera corta. Tralasciando il fatto che tali beni sono spesso percepiti da larga parte dei consumatori come prodotti di nicchia, la questione è che la grande distribuzione, con quella politica, lasciava interamente al consumatore l’onere di aderire o meno ad un modello di consumo ecosostenibile.
Opzione che spesso era dettata per il consumatore dalla sua propensione alla spesa (leggi: dal suo reddito).
Con il progetto R-Evolution noi proponiamo una inversione “dell’onere della sostenibilità”: permettiamo alla grande e piccola distribuzione di fare la propria parte già a livello strutturale, adottando prodotti a basso impatto ambientale per i propri allestimenti.
Di questa scelta gioverà anche il consumatore che potrà aderire ad un modello di consumo sostenibile già dal momento in cui valica le porte del supermercato.
Il potere della grande distribuzione, in particolare, è piuttosto evidente: si pensi alla possibilità di influenzare i processi di produzione, di trasporto e i modelli di consumo.
Proviamo ad immaginare quali risultati si potrebbero ottenere se questa forza venisse indirizzata in maniera coerente verso la “sostenibilità”.

Quali sono i prodotti che sostengono questa filosofia e come vengono costruiti, a partire da quali materie prime e con quali processi produttivi?
Il progetto R-Evolution è qualcosa di più di una linea di prodotti riciclati e riciclabili; è un insieme di know how messi a disposizione di chiunque voglia intraprendere un percorso verso la sostenibilità. Tuttavia, in un contesto come il nostro, la conoscenza deve essere necessariamente supportata da azioni concrete che – nel nostro caso – possono ben essere sintetizzate da alcuni prodotti.
L’impegno di produrre da materiali riciclati – che a loro volta sono anche riciclabili – investe un insieme di prodotti e accessori che potrebbero sembrare marginali ma che su vasta scala possono rappresentare un risparmio per l’ambiente davvero consistente. Penso ai separatori di prodotto per scaffali ‘Train’ e per banchi frigorifero ‘L’Aquila’, ottenuti dal recupero delle bottiglie in pet; ai cestini ‘Re Tappo’ ottenuti dal riciclo dei tappi di bottiglia raccolti dalle associazioni di volontariato o, ancora, dai carrelli spesa ‘CAREcologico’ ottenuti dal recupero della plastica proveniente dalle batterie esauste delle automobili.
Ognuno di questi prodotti ha un suo peculiare processo produttivo frutto di numerosi tentativi volti ad ottenere un equilibrio tra sostenibilità ambientale e sostenibilità economica. Questo, per la considerazione di fondo – della quale siamo fermamente convinti – che la sostenibilità come modello economico ha una chance solo se è competitiva in termini di prezzo. Mi lasci citare Henry Ford: “C’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti”.

Quale componente di valore aggiunto legato al design contengono i vostri prodotti? In prospettiva, data per scontata la sostenibilità e la correttezza ecologica dei prodotti, è immaginabile che il design possa fare la differenza come fattore competitivo?

Considero il design in una accezione più ampia di quella classica dove si ritiene che sia esclusivamente il profilo estetico di un prodotto. Per me design significa anche funzionalità e – nella nostra filosofia produttiva – capacità di ottenere un prodotto esteticamente bello con il minor dispendio possibile di materiale. Le faccio un esempio pratico per essere più chiaro. Quando abbiamo cominciato a produrre i nostri separatori per banchi frigorifero in pet riciclato, ci siamo trovati di fronte all’esigenza di costruire un prodotto che permettesse ad un tempo la possibilità di far circolare l’aria all’interno del banco stesso (cosa che determina in qualche misura un minor dispendio di energia elettrica per mantenere a temperatura “la merce esposta”), dall’altro quello di impiegare in maniera efficiente la materia prima senza venir meno alle esigenze di stile. Il risultato è un separatore per banco frigo che ha delle forature studiate per rendere possibile tutto questo: far circolare l’aria, non sprecare materiali e colpire per il design accattivante.
Di recente anche un nostro concorrente ha cominciato a produrre separatori di prodotto con plastica riciclata ma privo degli elementi di funzionalità dei quali accennavo poc’anzi. Siamo ben felici che anche altre aziende intraprendano, a distanza di due anni, lo stesso percorso perché la sostenibilità non può essere appannaggio di pochi, ma alla luce di questo esempio posso rispondere positivamente alla domanda se il design possa fare la differenza come fattore competitivo.

Rispetto al design ci sono progetti in corso con scuole e università del territorio?
Per un progetto come il nostro le collaborazioni sono vitali. Solo con la circolazione delle idee e con lo scambio è possibile ottenere dei risultati ragionevolmente rapidi pur operando in un’ottica di medio-lungo periodo. Questo vale sicuramente per il design come per la ricerca e sviluppo in generale. Tuttavia devo rilevare che i “tempi” di una azienda sono sensibilmente diversi da quelli delle istituzioni. Molto spesso anche rispetto all’Università, nonostante presenti diversi elementi di dinamicità. Detto questo, la nostra ricerca di partnership “accademiche” è costantemente aperta.

Che cos’è la filosofia del petrolio “0”?
Su questo punto vorrei essere particolarmente chiaro per non alimentare fraintendimenti. Dico spesso, provocatoriamente, che R-Evolution nasce da una battaglia che abbiamo assunto contro le lobby del petrolio che alterano – più o meno a loro discrezione – il prezzo della materia prima. In realtà la plastica è un materiale rivoluzionario per capacità di impieghi che tanto ha inciso sul nostro “progresso e benessere”. La nostra ricerca è semmai nel senso di recuperare più plastica possibile dal “parco rifiuti” ovvero – per dirla in altri termini – ottimizzare al meglio le risorse esistenti. Non siamo quindi pregiudizialmente contro i derivati del petrolio, piuttosto siamo contro la filosofia del “produrre per consumare e poi riprodurre”.
Petrolio “0” vuol dire appunto questo: 0 prodotti derivanti da petrolio quando è possibile riutilizzare l’esistente, o ottenere le stesse caratteristiche di funzionalità con altri materiali.
Petrolio “0” vuol dire però ridurre anche lo spreco nei trasporti. La nostra azienda è impegnata già oggi in una politica di “distretto nella distribuzione”. Cerchiamo di far viaggiare le merci per pochi chilometri (grazie ad alcuni poli produttivi distribuiti sul territorio nazionale) ed evitare il più possibile viaggi di ritorno senza merci, ottimizzando la logistica.

Esistono già supermercati ecologici in Italia?
Ad oggi ci sono due punti vendita di un noto marchio della grande distribuzione che sono unanimemente riconosciuti come i più avanzati sotto questo punto di vista. Uno si trova a Botticino (BS) e l’altro a Milano, in via Novara. Entrambi adottano le nostre soluzioni, che sono – peraltro – in continua evoluzione. Si tratta di risultati importanti che però segnano solo un punto di partenza.
Stiamo lavorando affinché, anche in questo caso, la sostenibilità ambientale non resti appannaggio di pochi gruppi illuminati, ma diventi un impegno comune di tutta la grande distribuzione. Il mio auspicio più grande, in questo senso, è che la sostenibilità non sia più un elemento di competitività di cui fregiarsi, perché adottato da tutti come modello economico di riferimento.

A cura di Cristiana Colli

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