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L’architettura dell’emergenza

Una singola stanza o una composizione di moduli per un oggetto che allontana il senso di precarietà

Università degli studi di Ancona
facoltà di Ingegneria Edile
Anno accademico: 2003/2004
Tesi di Laurea in Composizione Architettonica: Progetto per un Mukte
Autore: Emiliano Matera
Relatore: Fausto Pugnaloni
Correlatori: Paolo Principi, Marco Brunetti

Ecco un progetto per un volume minimo multifunzionale, trasportabile ed eco-compatibile, che vuol evidenziare una metodologia architettonica anticonvenzionale, che si basa su un processo di riciclaggio e che introduce frammenti del mondo industriale nell’architettura tradizionale. Mukte è uno spazio abitativo minimo trasportabile, assimilabile a una stanza. A volte una stanza è più utile di una casa, dove al termine stanza non si attribuisce il significato usualmente condiviso da tutti, ma indica un concetto ben più vasto e complesso che si lega a diversi aspetti dell’architettura moderna. In particolare gli si attribuisce un’intimità soggettiva che ha un carattere più forte rispetto al concetto di abitazione. La stanza è un luogo privato dove inserire le attività più svariate a seconda delle esigenze di chi la vive. Si pensi ora a un altro concetto e cioè a quello di stanza portatile che assecondi l’esigenza di trasferire la nostra stanza in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo senza difficoltà. L’idea del progetto è di portare con sè il proprio spazio intimo senza ogni volta doverlo ricreare. Oltre a un semplice oggetto di piacere, il Mukte può diventare una valida alternativa al sempre crescente bisogno di abitazioni a basso costo da poter utilizzare in zone del pianeta in cui le abitazioni non soddisfano i requisiti abitativi minimi ed in cui le popolazioni si limitano alla perimetrazione di un volume in cui contenere i pochi averi e a sistemare le baracche lungo un declivio, per poter sfruttare il dislivello e quindi l’elementare principio idraulico che allontana, naturalmente e a cielo aperto, rifiuti e scarichi. Questo progetto non vuole soltanto fornire la necessità in risposta all’emergenza, ma vuol simbolizzare l’idea di sede anche non temporanea. In altri termini cerca di superare il concetto di precarietà. Attualmente i soggetti preposti alla gestione e alla ricostruzione in zone colpite da disastri tendono a gestire il ripristino alla normalità secondo una successione di interventi tenda-roulotte-prefabbricato leggero prima di arrivare alla ricostruzione delle preesistenze. L’ipotesi è quella di accorciare o meglio sintetizzare la successione con un unico elemento architettonico, versatile ,che abbia la dignità e i requisiti di una casa, eliminando quindi sia i container, così come oggi sono intesi, che i prefabbricati leggeri che non ottimizzano né il problema delle fondazioni né della ventilazione naturale specie nei climi tropicali. L’idea è quindi quella di poter comprare una scatola (non vuota) al cui interno vi sono tutti i pezzi da montare in maniera semplice ed intuitiva. Insomma, un kit. La differenza dalle altre architetture di emergenza sta nel fatto di poter ottenere un numero infinito di stanze, una diversa dall’altra che in sé hanno una propria soggettività, quella dell’acquirente che insieme al Mukte base può scegliere diversi meccanismi opzionali in modo da poter creare la propria stanza, il proprio habitat a diverse latitudini. La differenza sostanziale tra un normale container o monoblocco prefabbricato attualmente in commercio, e il Mukte, si rileva principalmente negli elementi accessori, che riescono a cambiare forma al container anche sfruttando gli spazi esterni. Soluzione che i normali container abitativi in commercio non offrono. Riuscire a intervenire sugli spazi esterni in un certo senso riesce anche a dare la sensazione di vivere in qualcosa di più grande e questo in particolare se si pensa di utilizzare il container in zone del pianeta dove il clima “caldo” prevale su quello “freddo”. Non bisogna dimenticare che a questo progetto, non è stata data né una vera e propria destinazione d’uso (quello abitativo è solo un aspetto), né una collocazione geografica. I veri progettisti, a questo punto diventano, il bilancio energetico e le condizioni meteorologiche. Proprio in base agli innumerevoli fattori “funzionali” esistenti nel luogo di installazione è possibile scegliere gli elementi opzionali da “agganciare” alla base del container e a determinare quindi la sua forma architettonica. Un altro concetto molto importante è quello di modularità come elemento riproducibile e sommabile, legato al concetto stesso di prefabbricazione. Il termine modulo non si riferisce esclusivamente al container e alla sua aggregabilità ad altri container, ma si riferisce a un concetto molto più vasto che racchiude anche per esempio i subsistemi. Modulo è anche la cucina, il bagno, la parete ventilata. Tutti gli optional sono moduli, perché prefabbricati aggregabili liberamente. La superficie totale del sistema può così crescere ed arrivare a sviluppare, ad esempio, circa 45 mq su due livelli. Il piano terreno è occupato da una zona servizi (bagno e cucina) e da un ampio soggiorno, mentre una scala porta al piano superiore dove è ospitata una camera con tre posti letto. La filosofia progettuale adottata è la stessa del Mukte singolo. Mediante l’aggancio di opportuni “zainetti” e strutture accessorie, si riesce a dare movimento anche a un elemento a forma di parallelepipedo, in modo che chi in futuro deciderà di vivere in questo modulo “ingegnerizzato”, anche per ragioni economiche, non si senta in un certo qual modo emarginato dal mondo edilizio circostante. Infatti, il container così come è generalmente concepito viene sempre associato al concetto di precarietà, spesso dovuta a situazioni di emergenza. Chi attualmente vive in un container, non può quindi ritenersi soddisfatto anche perchè tutto quello che è in commercio a tutto assomiglia meno che a una casa. Probabilmente invece, vivere in qualcosa che sia funzionale, ma al contempo anche riuscito dal punto di vista estetico, infonderà nei suoi “inquilini”, una sorta di soddisfacimento psicologico, perché qualcosa di bello oltre che funzionale può consentire di allontanare la spiacevole sensazione di precarietà.

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