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L’architettura dell’instabilità

Progetto per un padiglione espositivo sul fenomeno migratorio

Intervento: Padiglione espositivo
Luogo: Ancona, Parco della Cittadella; Festa dei Popoli
Progettisti: Facoltà di Ingegneria di Ancona
Corso di Laurea in Ingegneria Edile – Architettura
Seminari di Composizione Architettonica:
M. De Grassi, G. Mondaini
Responsabili del progetto: G. Tecco, M. Zambelli
Partecipanti: F. Sforza (Coordinamento), E. Gissi, E. Massaccesi,
M. Mengoni, G. Nardi
Responsabile del progetto per la C.R.I.: A. Pistola
Committente: Croce Rossa Internazionale
Comunità Europea Settore Iniziative Giovanili
Anno di redazione: Maggio/Giugno 2003
Anno di esecuzione: Luglio/Agosto 2003
Foto: Seminari di composizione architettonica

 

Il padiglione espositivo realizzato per la Festa dei Popoli al Parco della Cittadella di Ancona nell’estate 2003 per conto della Croce Rossa Internazionale e del Settore Iniziative Giovanili della Comunità Europea, è il risultato di uno dei Seminari di composizione architettonica che si svolgono parallelamente all’attività didattica del corso di laurea in Ingegneria Edile-Architettura della facoltà di Ingegneria dell’Università Politecnica delle Marche.
I seminari, coordinati dal Prof. Mario De Grassi e da chi scrive, con la coaudizione degli architetti Gianni Tecco e Matteo Zambelli, sono rivolti a studenti interessati a esperienze concrete attorno ai temi della composizione architettonica e sviluppano varie iniziative fra le quali conferenze, dibattiti, concorsi di architettura, organizzazione di viaggi di studio, ogni volta relativi a occasioni specifiche o ad argomenti in quel momento rilevanti nell’ambito della cultura del progetto.
L’occasione specifica ha permesso oltre che un’attenta fase di riflessione sulla specificità del tema del fenomeno dell’immigrazione e un importante lavoro teorico attorno alle peculiarità compositive e tecniche della costruzione temporanea per l’esposizione, anche la possibilità di sperimentare la fase realizzativa del padiglione stesso che è stata interamente seguita dagli studenti del seminario, dal recupero dei materiali costruttivi fino al definitivo assemblaggio. Il primo passo di questa iniziativa è stato l’individuazione di un argomento che avesse la capacità di coagulare molteplici dinamiche e occasioni di discussione. Il tema dello “SCARTO” che immediatamente condurrebbe all’idea di selezione e di riciclo, è stato affrontato dal punto di vista etico, teorico e architettonico per eliminare qualsiasi accezione negativa del termine e dimostrare al contrario le sue potenzialità. Scarto quindi come metafora del riscatto sociale e umano di chi è costretto a lasciare i propri affetti ritrovandosi spesso in una società che lo relega ai suoi margini come rifiuto. Scarto come materiale nuovo, positivo e inevitabile per la costruzione di un futuro fondato sull’inevitabilità della trasformazione. La povertà del materiale viene riscattata attraverso il progetto di architettura e trasformata in portatrice di un plusvalore qualitativo. Lo scarto originariamente abbandonato riacquista senso in una nuova dimensione e realtà.
Kevin Lynch ci suggerisce nelle pagine del suo ultimo libro (Deperire. Rifiuti e spreco nella vita di uomini e città, Cuen, Napoli 1992) pubblicato postumo (quasi un monito o un’offerta di testimone per il futuro) che “c’è qualcosa in comune tra i rifiuti e la morte, gli escrementi e le scorie nucleari, i ruderi e le aree urbane in abbandono…, la crisi di intere regioni e la perdita di case o di affetti, le migrazioni, gli incendi, il vandalismo e la raccolta dell’immondizia, … oppure il vicolo dietro casa, pieno di cartacce, ma tanto affascinante per i bambini”; sono tutte forme della “faccia oscura del cambiamento”.
Il progetto del padiglione afferma in modo inequivocabile questa volontà di cambiamento partendo da una serie di importanti presupposti, primo fra tutti la certezza nella possibilità di trasformazione positiva, del riscatto degli esseri umani e del prodotto del loro sacrificio. Il nostro lavoro intende poi esprimere tutta la fiducia nella possibilità di costruire poesia partendo dal punto di vista opposto al rigore asettico dei funzionalismi che hanno contraddistinto le perfettibilità dell’epoca moderna e del suo progetto. Si intende sostenere la potenzialità poetica dell’errore e dell’imperfezione, dell’accumulo e della pluralità, piuttosto che della selezione e della linearità delle logiche esclusivamente funzionaliste.
Mentre il progetto moderno è stato ossessionato da un problema di stabilità e di esattezza di forme e appunto di funzioni, il progetto contemporaneo e il nostro approccio al mondo delle cose e degli uomini, deve essere più interessato a fenomeni di trasformabilità e libertà, a fenomeni di “… migrazioni, di riflessioni, di relazioni”.
La nostra esperienza è stata anche per questo un lavoro fisico, di volontaria e autonoma costruzione del padiglione per testare con mano il passaggio da un canovaccio progettuale, un’idea, alla sua concreta realizzazione. Per sperimentare come la forma possa prendere corpo nel suo farsi, senza regole finite o totalmente stabilite a priori se non quella di un continuo e dinamico controllo percettivo. Per far questo si è scelta una tecnologia elementare, tubolari metallici, facilmente recuperabile e capace di sostenere e relazionarsi con un involucro altrettanto immediato e banale come il cartone, utilizzato come metafora dello scarto dell’opulenta e commerciale società occidentale.
Il nostro lavoro non va equivocato con la retorica del “fatto a mano” o come nostalgico tentativo di riproporre ormai impossibili artigianalità in opposizione a un’odierna e sempre più perfettibile (anche giustamente) evoluzione tecnologica. La nostra esperienza è stata indagine sulle potenzialità di un territorio nuovo, intermedio, che riutilizza, rivede lo scarto e ne sfrutta potenzialità e significati, per testimoniare una visione del progetto come libertà. Progetto infine che trae libertà e poesia piuttosto che da un facile e naturale presupposto di “presenza” e di disponibilità economiche, risorse materiche, ecc., da una condizione di “assenza”, di mancanza, che stimola creativamente il superamento di errori e imperfezioni.
Il cartone sarà la materia guida e simbolo per l’intero progetto ed è stato scelto per le sue potenzialità di raccontare questioni attraverso la sua molteplice disponibilità espressiva. Il cartone nella sua interessante condizione di semilavorato o comunque di materiale intermedio fra materia prima e mezzo per materie altre, può essere riscattato ed esprimere una sua vita propria attraverso l’articolazione sia della metafora del riciclo che della disponibilità di materiale a basso costo. Il cartone offre infine la possibilità, nella sua espressione più commerciale, quella della scatola con la sua notevole disponibilità volumetrica e cromatica, di sondarne e sperimentarne le potenzialità estetiche.
L’universo umano e tecnico, attraverso la combinazione dei suoi semilavorati, tra i quali appunto il cartone, non può che essere l’imprescindibile riferimento per il progetto, che attraverso l’uso di matericità seconde rispetto al processo produttivo permette di sperimentare alternative alla dimensione perfetta, senza vita e astratta che spesso hanno i prodotti fortemente industrializzati.
Il padiglione attraverso le sue quattro stanze tematiche e i differenti involucri che esprimono le plurali tematiche affrontate, vuole esaltare proprio la vita e la cultura come sommatoria di tutte le attività caratteristiche delle genti immigrate. Il padiglione vuole così essere una rappresentazione fisica e volumetrica del “Terzo Spazio”, come lo definisce lo studioso di migrazioni Omi Bhabha e che lo scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi riprende e determina come l’altrove psicologico tra la patria d’origine e il paese di adozione che i migranti affrontano e vivono in questa dimensione di passaggio e affrancamento.
Il padiglione propone l’invenzione di una pelle intesa ambiguamente come filtro e come corazza, come disponibilità alla relazione ma come difesa dell’identità e della cultura dei popoli. Intende essere un confine labile quello del nostro progetto, aperto, disponibile, nell’età della potente “comunicazione” a nomadismi e sinergie fra diversità, per esprimere attraverso l’accostamento, la vibratilità e la pluralità delle sue pareti un senso di incompleta appartenenza e adesione non perfettamente chiara o coincidente con la condizione solitamente precisa di interno o esterno. Il nostro esperimento come occasione di riflessione più universale sul progetto, esprime quindi, un’idea di alternanza fra stabilità e aleatorietà. Un’idea, un progetto, comunque capace di pescare nel profondo dell’immaginazione e raccontare una storia, la meno astratta e impalpabile possibile e che con l’ausilio di un contatto privilegiato con la forma e la materia entri in relazione con l’utente comunicando sensazioni.
La storia, nel nostro caso specifico è quella della migrazione come passaggio verso ignote incertezze. Un passaggio scandito da oggetti d’affezione e non di tipo folcloristico, memorie vere a cui tornare, da cui trarre conforto e nuova forza, primi passi infine per un possibile dialogo e per sottolineare la disponibilità a conoscere e a farsi conoscere.
L’architettura si fa strumento e mezzo di conoscenza, offrendo appunto la sua capacità narrativa. Il padiglione è anche per questo organizzato in quattro stanze tematiche: la prima offre una panoramica generale della migrazione attraverso delle rappresentazioni fisiche e tridimensionali dei dati del fenomeno; la seconda propone la dimensione personale e intima dell’immigrato, attraverso l’esposizione di oggetti che rappresentano il legame con le proprie radici; la terza è lo spazio della libera espressione degli immigrati che attraverso interviste filmate raccontano impressioni, incomprensioni e aspettative; la quarta stanza è lo spazio partecipativo del visitatore il quale viene invitato a lasciare impressioni e considerazioni sulla storia che il percorso espositivo ha voluto raccontare.
L’universo formale con il quale l’architettura si fa promotrice delle dinamiche sopra esposte è semplice, accessibile a tutti, immediato nell’idea di sommatoria delle tematiche tecnologiche e formali adottate: l’intreccio, il groviglio, la catasta, l’accumulo ed altre ancora, sono alcune soluzioni ben espresse dall’accostamento delle particolari forme degli involucri delle quattro stanze in successione.
Il padiglione infine ha voluto sperimentare la libertà creativa dell’epoca contemporanea come capacità di contaminazione della visione narrativa, incorporando pluralità culturali, pluralità storiche e pluralità tecnico/formali, interpretando così il progetto di architettura come espressione di una teoria “cannibale” (espressione ripresa da N. Goretti, curatore della mostra Campanas presso il Centro Culturale Banco do Brasil di Brasilia nel 2003) nei confronti di ogni contesto, sia geografico specifico o quello culturale più universale.

 

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