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Luci accese all’Italcementi

Il design di Toshiyuki Kita in mostra a Senigallia

Luogo: Italcementi di Senigallia (AN)
Progetto allestimento: Toshiyuki Kita, Denis Santachiara, Leonardo Cemak, Pietro Mussini
Ideazione e cura del progetto culturale: Cristiana Colli
Anno di realizzazione: 2001
Realizzazione: Domodinamica by Modular; Edra costruzioni; Euroimpianti; Galleria Arearte; Libreria Sapere Nuovo; Navigator; Quid International; Reportage; Torelli & Dottori

Anche se solo per pochi giorni, si sono riaperti i cancelli dell’Italcementi di Senigallia. La ex fabbrica il 23 e il 31 luglio, è divenuta scenario suggestivo ed emozionale di una riflessione tra luogo, arte e comunicazione.
Un luogo simbolico che ha segnato la storia sociale ed economica di Senigallia.
“Luci accese in quel ‘luogo impossibile’, sospeso, pieno di storia, di memoria e di urgenze formali.
“Un luogo di confine dall’identità indefinita, per una riflessione sul pensiero dell’impossibile, cioè su un fatto essenzialmente culturale”, come ha detto Cristiana Colli, ideatrice e curatrice dell’iniziativa.
Al centro della manifestazione, la cultura culinaria di Moreno Cedroni, il lavoro di Toshiyuki Kita e l’Oceano Adriatico di Leonardo Cemak, le lampade di Denis Santachiara e le riflessioni di Achille Bonito Oliva.
Parole, oggetti di design, opere d’arte contemporanea, proiezioni e degustazioni di suschi (mediterraneo) nell’ex fabbrica di Senigallia si sono alternate per rifare luce, seppur per poche ore, il segno per eccellenza della città.
Chi è entrato all’Italcementi il 23 luglio, ha potuto ammirare, all’interno di un ceremony space, alcuni degli oggetti più rappresentativi di Toshiyuki Kita, designer giapponese di fama internazionale. ‘Ciò che mettiamo all’interno del ceremony space – ha detto Kita in un’intervista – vive un mondo diverso, uno spazio intriso di aria diversa. Anche se lo ponessimo nel deserto, o in un edificio all’interno della caotica New York, il Ceremony Space, uno spazio semplice e altamente spirituale, continuerebbe a parlare alla gente, al di là delle barriere linguistiche e nazionali’.
Esposti in mostra, in un allestimento pensato dallo stesso Kita, gli oggetti in lacca, le lampade di carta, e uno speciale modello di televisore recentemente disegnato per Sharp e presentato all’ultimo Salone del Mobile di Milano.
Quello dell’artigianato e del design industriale è un doppio binario su cui corre il lavoro di Kita con realizzazioni che rispecchiano la dicotomia della cultura giapponese, continuamente sospesa tra la modernizzazione estrema in senso occidentale e l’attenzione alle tradizioni: da un lato il monitor audio-video e la TV da 28 pollici a cristalli liquidi, dall’altro le serie di oggetti da tavola in lacca o le lampade in carta tradizionale giapponese, realizzati in collaborazione con artigiani che detengono ancora un alto grado di sapere originario.
L’approccio di Kita alla progettazione in questi due ambiti antitetici non varia, perché il suo modo di rapportarsi al prodotto è identico dà grande peso al momento che precede la fase ideativa: quello della raccolta dei dati, dell’ascolto del briefing della committenza, della valutazione dell’orizzonte di marketing e della strumentazione disponibile per realizzare, in grandi o piccoli numeri, il prodotto. ‘Prima di cominciare a progettare ascolto, poi penso’. Il parametro iniziale da prendere in considerazione è la “vita” (l’uso, gli utenti, l’arco temporale di consumo) che deve avere l’oggetto. La forma, il colore sono certamente importanti, ma l’imprinting è dato prima di tutto dalle indicazioni di sviluppo commerciale del prodotto (“il marketing non è solo numeri, bisogna capirlo
in profondità, entrare in sintonia con quello che significa…”) e dall’impegno ad ottimizzare le specificità tecnologiche e produttive disponibili.
Gli oggetti di Kita nascono così: dalla consapevolezza e dalla fedeltà al ruolo classico del designer in cui si innesta una felicità espressiva che nasce dalla semplicità, dal gioco lieve, da una abilità innata di comunicare con gli uomini, gli animali (“ho molto imparato osservando il mio cane kisyu, Goro”) e con le cose. “Mi piace creare un oggetto per me e per gli altri, e sono contento quando questo oggetto piace a chi mi sta vicino: gli amici, i bambini, gli anziani”. “Mi piace creare un oggetto per me e per gli altri, e sono contento quando questo oggetto piace a chi mi sta vicino: gli amici, i bambini, gli anziani”. Parole cariche di poesia e di curiosità per la vita, qualità che animano costantemente il lavoro del designer giapponese.
Si sono riaccese le luci della vecchia fabbrica del cemento, in senso fisico e metaforico. Quelle dei vecchi lampioni interni che illuminavano il lavoro degli operai, quelle delle lampade in carta di Kita.