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M come MAXXI e Molteni

La comunicazione di ma:design per eccellenze pubbliche e private

SEGNALETICA
Concept e progetto grafico
ma:design

Massimiliano Patrignani
Doretta Rinaldi
Monica Zaffini
Produzione/coordinamento/ricerca materiali
Giovanni Salerno

COMUNICAZIONE MOSTRE
Concept e progetto grafico
ma:design

Massimiliano Patrignani
Doretta Rinaldi
Monica Zaffini

Foto: Rossano Ronci

La progettazione segnaletica di orientamento del MAXXI, il nuovo museo d’arte contemporanea di Roma firmato dall’architetto Zaha Hadid, è stata affidata allo studio grafico e di comunicazione ma:d, di Pesaro. L’impresa è stata notevole per la complessità stessa dell’involucro architettonico che la ospita, del cui forte carattere e si è tanto scritto e parlato. Ne parliamo con Massimiliano Patrignani, Doretta Rinaldi, Monica Zaffini e Giovanni Salerno di ma:d, in un colloquio che ci rivela la costruzione per step e non ancora ultimata, dell’immagine del museo.

Come è nato e come si è evoluto il vostro lavoro per la comunicazione del MAXXI, il nuovo museo d’arte contemporanea di Roma firmato dall’archistar anglo-irachena Zaha Hadid?
Si è trattato di un lavoro in progress che nasce da una consolidata esperienza progettuale di segnaletica e corporate image di luoghi pubblici “design for all”, la comunicazione visiva per tutte le tipologie di  fruitori. Un lavoro in continua evoluzione, molto pensato, confrontato passo dopo passo con la committenza, perfezionato su misura. Lo spirito di fondo è stato quello di lavorare con soluzioni che facessero da controparte speculare alle idee portanti cui si è riferita l’architetto: Roma città della luce, “città dorata” – concetto molte volte ribadito da Zaha Hadid – l’attenzione alla storia della città, senza tuttavia il timore frenante di un rispetto troppo rigido del contesto. Hadid ha pensato ad una struttura il più possibile naturale, con grande cura della luce filtrata con appositi accorgimenti nelle gallerie, apertura e comunicazione degli spazi, bellezza organica delle forme, connessione con la città. Noi ci siamo sintonizzati con la qualità dell’architettura, cercando di capire e interpretare il pensiero dell’architetto e cercando di raggiungere una capacità di sintesi attraverso sperimentazioni continue, all’inizio in piena libertà.

Libertà che si è dovuta poi misurare con vincoli particolari?
Il pre-progetto si era sviluppato a partire dai temi della luce e del museo come luogo di incontro, come spazio da vivere. Eravamo ancora nella fase iniziale, di avvicinamento, nella quale l’edificio vuoto dava spazio alla sperimentazione. Proiezioni, raggi di luce, video… Avevamo immaginato una segnaletica composta di led alfanumerici che, tipici delle indicazioni degli spazi e dei servizi metropolitani ma anche delle insegne dei negozi, davano vita ad una segnaletica dinamica continuamente modificabile. È ovvio che, grazie al confronto con la committenza, il progetto esecutivo si è evoluto e modificato sensibilmente, trasformandosi per rispondere alle reali esigenze di viabilità, di definizione dei percorsi museali e degli spazi espositivi. Forme, materiali, superfici e colori utilizzati hanno dato vita ad un progetto fortemente personalizzato nel quale le forme utilizzate si fondono con l’architettura privilegiando comunque la fruibilità delle informazioni.

Quali erano stati gli elementi del briefing e le rispettive vostre realizzazioni?
L’intento principale era quello di non inondare la struttura di informazioni, ma di dare le indicazioni essenziali in modo chiaro, visibile ma non invasivo, creando forme e strutture specifiche per l’edificio e per le diverse funzioni. Il primo passo è stato quello di scegliere e acquistare un carattere ad hoc che si armonizzasse con il marchio MAXXI, preesistente. La scelta è caduta sull’Akkurat,  disegnato da Laurenz Brunner nel 2005: carattere bastone, ma morbido, che si riallaccia alla classicità italiana, usato sia tutto maiuscolo che maiuscolo/minuscolo per poter differenziare le funzioni: alto per i luoghi, alto/basso per i servizi. Ci siamo poi dovuti confrontare con l’edificio nella sua interezza, un luogo dove “è bello perdersi” ma anche ritrovarsi! All’esterno vi era in primo luogo la necessità di identificare il luogo, sebbene fosse già riconoscibile ai visitatori per il suo impatto architettonico, senza intervenire sui volumi in cemento. Abbiamo quindi pensato di utilizzare le cancellate dello spazio verde che collega le due strade a cui si accede all’area, dipingendovi il logotipo del MAXXI in formato gigante. Il risultato è stato di forte impatto visivo ma nello stesso tempo di leggerezza, perché il segno è stato dipinto a mano, con grande cura, sulle squame inclinate della cancellata. Questo è stato il primo intervento in cui abbiamo cercato di rapportarci alla filosofia progettuale di Hadid, che ha creato, se ci si passa l’espressione, un edificio interamente realizzato “su misura”. E così anche noi abbiamo prodotto ogni intervento exnovo, pensato per quella specifica sede, con soluzioni grafiche e uso di materiali pienamente rispondenti alle qualità della costruzione e dei suoi spazi. Ne è venuto un pezzo unico, artigianale, quasi un’opera pittorica. Così è stato anche per le vetrate perimetrali dell’edificio, che dovevano essere segnalate per la sicurezza, da noi pensate e utilizzate come superfici per scrivere e comunicare. In accordo con la committenza siamo intervenuti su di esse con aforismi e citazioni di artisti e scrittori contemporanei sui temi dell’architettura, dell’arte (i due temi presentati dal MAXXI), brani del pensiero della modernità. Le lettere “tagliate” nella loro silhouette originarie creano rimandi alle forme del museo e stimolano nel visitatore che compie il suo primo passo di ingresso nel Museo dell’arte del XXI secolo, la ricerca di senso, il gusto dello scoprire.

Poi l’interno: come si è sviluppato il vostro progetto?
Il lavoro grafico dell’interno ha presentato poi ben altri problemi: si tratta, come è noto, di luogo senza un centro, che “gira” su se stesso, definito da qualcuno come “in fuga continua” verso misteriose direzioni, mentre avvolge il visitatore con forme sinuose e fluide. I percorsi, i piani, i livelli e le scale si incrociano, creando più che in altri luoghi, l’esigenza di indicazioni direzionali. Abbiamo disegnato, per gli interventi segnaletici, forme caratterizzate da linee curve, morbide, progettando appositamente tutte le strutture che,  anche in questo caso, abbiamo manipolato con tagli e sovrapposizioni di spessori questa volta più netti, sempre ispirati all’architettura. Il rapporto con l’architettura ha riguardato anche i materiali e i colori, optando per il bianco e nero.

Potete spiegarlo in maniera più dettagliata?
Abbiamo progettato pannelli e strutture angolari in alluminio verniciato; in mdf laccato le frecce direzionali ed altri elementi bidimensionali, in rilievo. Tutte le strutture sono, ovviamente, modulari e, inserite negli snodi cruciali del Museo, segnalano le macro aree (MAXXI Arte – MAXXI Architettura), le gallerie, le sale espositive, i servizi. Hanno forme tagliate ad onda nella parte superiore (altro riferimento alle sinuosità architettoniche), frecce in rilievo, tagli nella struttura. Il museo si snoda a livelli fluidi, uno contenuto nell’altro, dove si raccordano cinque gallerie espositive. Il numero che dà il nome alla galleria è diventato, nel nostro progetto, elemento tridimensionale fortemente caratterizzato. Si tratta di numeri bianchi, in forte aggetto, materici, la cui superficie è segnata da righe di forte spessore il cui andamento è un richiamo all’inclinazione della galleria cui fa riferimento ma anche ai “binari” che segnano i soffitti delle gallerie. Il sistema identificativo livello-galleria è stato poi completato abbinando al numero una mappa generale del museo, anch’essa tridimensionale, nella quale è in evidenza la collocazione della galleria corrispondente.  Anche in questo caso è stato necessario procedere con una serie di prototipi per sperimentare e verificare in loco il colore e la finitura migliore. Utilizzare il bianco è stata una piccola sfida: per leggere il numero, le piante o le frecce che indicano i percorsi, bianchi sulla parete bianca, si sfruttano le ombre e gli spessori. Gli elementi sono quindi stati posizionati distanziati o attaccati al muro a seconda dell’effetto finale e della loro funzione. I numeri bianchi sembrano volumi che escono dalla parete, un tutt’uno con l’edificio. Torna la volontà di integrare, valorizzare la struttura nella sua specificità, evitando l’intenzione di “arredarla” con interventi raffinati, ma gratuiti. Il nostro approccio progettuale non è mai “preconfezionato”; i nostri “segni” subiscono infatti una evoluzione nel tempo e nei luoghi. Cerchiamo di interpretare il contesto, di dare un valore aggiunto all’edificio in cui si interviene: è la nostra stella polare nell’approccio di ogni lavoro, frutto della nostra crescita ed esperienza nel settore della comunicazione negli spazi pubblici.
C’è una differenziazione tra le indicazioni dei vari tipi di sale espositive, ad esempio con diversi colori?
Anche le sale espositive sono una declinazione del leit motiv “bianco su bianco”. Non più numeri ma lettere tridimensionali che compongono i nomi degli spazi dedicati – Carlo Scarpa, Guido Reni, Claudia Gianferrari (la collezionista che ha donato la sua collezione di opere d’arte contemporanea al museo) -, o forme che ne contengono la funzione (sala studio, centro archivi ecc.). Non siamo ricorsi al colore o altri tipi di differenziazione per  rispettare questo fluido snodarsi delle superficie espositive senza soluzione di continuità, pur dando informazioni chiare ed efficaci, coordinate con il resto dell’intervento.

Nel brief era previsto anche il sistema pittografico di segnalazione dei servizi, come è stato risolto?
Anche il sistema pittografico di identificazione dei servizi è stato disegnato ad hoc. Le forme si compongono di angoli acuti, semicerchi, linee decise ispirate all’architettura del luogo. Le sagome, in mdf laccato nero o bianco, a seconda della funzione, sono state collocate su blocchetti quadrangolari tridimensionali con stondatura ad onda nella parte superiore, montati a muro a bandiera. In alcuni casi siamo ricorsi alla riproduzione tridimensionale di oggetti-icone (ad esempio l’attaccapanni per indicare il guardaroba).

Avete anche lavorato al progetto di comunicazione relativo alle cinque mostre allestite per l’apertura del MAXXI?
Certo. L’obiettivo a cui abbiamo lavorato era quello di coordinare la grafica espositiva (apparati didattici, immagini) delle mostre tra loro per dare uniformità all’immagine del museo in un complesso organico strutture fisse-mostre allestite di volta in volta. Questa unità nel tempo sarà rafforzata e consolidata perché il museo acquisti una sua identità stabile, controllata, per evitare interventi estemporanei che ne abbassino la qualità. Realizzeremo anche un manuale dell’immagine coordinata del MAXXI come utile strumento per garantire questa continuità.
Dagli stendardi esterni con il logo del museo alle didascalie degli oggetti esposti abbiamo cercato di creare un linguaggio coerente e comune, seppure declinato e adattato alle esigenze delle singole esposizioni, alle quali abbiamo cercato di dare una identità grafica in armonia con soggetti e contenuti di diversa tipologia – storica, monografica, artistica, tecnologica, collezioni permanenti. Abbiamo quindi lavorato sulla font (ancora l’Akkurat) manipolando, tagliando il carattere (ad esempio nella mostra dedicata a Moretti), distorcendolo, rivestendolo di materiali “altri”, “legandolo” con corda in ‘Net in Space’, a simboleggiare la rete del web che diventa arte concettuale oppure, in Moretti, intervenendo con dei vuoti che ricordano le linee delle sue architetture. Sempre nella mostra dedicata a Luigi Moretti ci siamo dovuti confrontare con particolarità allestitive: abbiamo curato l’impaginazione della time line della sua vita, dei suoi lavori, delle relazioni con i suoi contemporanei in Europa. Ne è nato un elemento grafico molto forte e nello stesso tempo in buon rapporto visivo con le immagini e i disegni esposti, a cui sono state poi coordinate le didascalie nelle teche e altri interventi didattici ad uso del visitatore.

E relativamente alle sperimentazioni tecnologiche del pre-progetto cui avete accennato all’inizio?
Nella prima fase creativa avevamo pensato al Museo del XXI secolo con una forte integrazione di tecnologia nel suo aspetto contemporaneo. Di questa aspirazione si è realizzato soprattutto il grande pannello “full color” da interno – a led passo 6 – visibile a luce diurna, collocato nella hall. È stato infatti disegnato per forma e misura appositamente per il MAXXI ed è configurato come superficie lineare curva che segue l’andamento della parete su cui è collocato. Quella del full color, cara agli stadi, ai concerti o alle trasmissioni televisive con grande pubblico, è una tecnologia che per la prima volta viene utilizzata all’interno di un museo, e in modo così aderente all’architettura del luogo. È inoltre un efficace strumento informativo che offre al visitatore in tempo reale informazioni, immagini, suggestioni, relative alle mostre, ai convegni e altre iniziative che si svolgono nel museo e nell’auditorium. La sua dinamicità offre inoltre l’idea di un museo e di una comunicazione fluidi, in continua evoluzione fin dalla reception-informazioni. Oltre al concept del mezzo, abbiamo progettato tutta l’organizzazione visiva della comunicazione relativa alle mostre presentate e ai messaggi di benvenuto, curando la regia dei ritmi, delle scansioni, degli effetti particolari.

Cos’altro è stato realizzato per la comunicazione del MAXXI e qual è il vostro bilancio dell’esperienza?
Abbiamo progettato gli stampati informativi gratuiti che il visitatore trova all’ingresso, e gli stampati istituzionali del MAXXI con le indicazioni per la visita (piantine degli interni, guida al percorso ecc.). Il lavoro è stato veramente appassionante e, man mano che la struttura acquista la sua identità, ci troviamo a dover far fronte a nuove necessità. Un lavoro in divenire, quindi. La qualità del luogo, il prestigio della istituzione, le opportunità innestate anche a problemi da risolvere hanno reso l’esperienza affascinante.
Il bilancio è quindi molto positivo, e il risultato ottenuto, frutto di un percorso lungo, ci ha assolutamente appassionato.

a cura di Marta Alessandri

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