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Paesaggio della memoria

Franco Panzini a colloquio con Giovanna Salmoni

L’intervento del Campo degli ebrei è elegante e sobrio ma insieme forte, dal punto di vista della ideazione. Con il tuo intervento hai letteralmente reinventato il luogo: era questo il tuo obiettivo?
Più che reinventare si trattava di far riemergere la natura e la forma del luogo, ormai fortemente compromesse. Nel tempo, soprattutto da quando non è stato più possibile utilizzarlo, il Campo era stato come oscurato da quello strato di incuria e di abbandono che caratterizzava, fino a poco tempo fa, tutto il Parco del Cardeto. Il Campo però aveva comunque dei caratteri particolari. Da un lato le tracce evidenti della memoria, che lo rendevano comunque una presenza particolare, ricca di senso e di suggestione. Dall’altro la sua posizione, direttamente affacciato sul mare e molto visibile nel percorso verso i fari. Il nostro lavoro si è concentrato soprattutto su questi due aspetti: prima di tutto la volontà di riportare alla luce la natura di “paesaggio monumentale” di questo luogo e di esaltarne la “differenza” rispetto all’intorno, poi l’idea di completare il disegno del parco, cogliendo l’occasione per realizzare nuovi percorsi, zone di sosta e punti panoramici. Come nel caso del belvedere sotto al Bastione, che consente di abbracciare con lo sguardo l’intero sistema del Parco del Cardeto.

Per l’approccio e i materiali utilizzati, almeno per la parte sin qui realizzata, la sistemazione si iscrive nel settore dell’architettura del paesaggio, poco praticata in Italia. Ti sei ispirata a qualche esempio?
Mi è difficile individuare un vero e proprio “modello”. Certamente avevo negli occhi alcuni esempi, come i lavori di Miralles, della Pinos e di altri architetti catalani, che però sono i progetti a cui tutti pensano in questi casi. Più che altro abbiamo tentato di rendere chiara in ogni dettaglio la nostra scelta di un intervento “sostenibile” ed essenziale: materiali (più o meno) naturali, forme semplici, introduzione di elementi architettonici più caratterizzati – il corten, la lunga rampa – solo nei punti in cui l’architettura del cimitero esce dal suo recinto e si affaccia nella città e nel paesaggio. L’altro concetto guida è stato quello di non realizzare nulla di realmente irreversibile: i pali della recinzione sono piantati nel terreno senza fondazioni, il belvedere ha una struttura di legno completamente smontabile e ricostruibile (come è già stato fatto durante i lavori in seguito alla scoperta di nuove lapidi), i percorsi sono tutti realizzati in assi di legno e stabilizzato. L’obiettivo che intendevamo raggiungere era una specie di convivenza pacifica tra ciò che già c’era (le lapidi, i muri, gli edifici confinanti, l’atmosfera “silenziosa” di questo luogo) e gli elementi nuovi, schiettamente contemporanei, che abbiamo dovuto aggiungere per “recuperare” il campo.

La costruzione di un recinto intorno al cimitero e la limitazione della vegetazione al suo interno ha formato un paesaggio astratto: il parco all’intorno continuerà a crescere e modificarsi, mentre l’ambito cimiteriale viene come liberato dallo scorrere del tempo. È un modo per segnalare che quello è il luogo della memoria?
Beh, l’hai detto talmente bene… in effetti la sensazione che si sentiva nell’aria il giorno dell’inaugurazione era proprio quella di riscoprire e di poter finalmente entrare in un luogo sacro e senza tempo, che prima non si riusciva a percepire proprio per l’assenza di confini e l’uso indifferente che se ne faceva…. E la prova è stata, cosa mai successa prima, che le persone, mettendo insieme la nuova consapevolezza e un antico gesto rituale, hanno cominciato a posare sulle tombe i sassi, testimonianza e segno tangibile del proprio passaggio. Credo quindi che l’idea di “recinto” e quindi la realizzazione della recinzione, sia stata proprio necessaria per restituire al luogo quel ruolo di spazio della memoria di cui tu stesso parli.

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