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Piccolo scrigno di devozione

Recupero della chiesa di S. Maria dell’Ara a Paterno di San Severino Marche

Intervento: restauro con miglioramento sismico Capellina rurale
di S. Maria dell’Ara, già edicola viaria con affresco sec. XV
Luogo: Paterno di San Severino Marche (MC)
Progettisti: L. M. Cristini, architetto, P. Governatori, ingegnere
Committente: Curia Arcivescovile di Camerino-San Severino Marche
Anno di redazione del progetto: 1999
Anno di esecuzione dell’intervento: 2000-2002
Costo dell’intervento: euro 67.000; fondi Docup 5b e LR 75/97
Imprese esecutrici: edilizia: Edilman Costruzioni (Roma);
restauri: Lucia Palma, Fermignano (PU),
infissi metallici: Comal, San Severino Marche (MC)
Dati dimensionali dell’intervento: dimensione superficie interna 25 mq
Caratteristiche tecniche: riapertura antica finestra,
soluzione innovativa solaio di copertura

Foto: Luca Maria Cristini

La devozione alla Madonna della Misericordia, l’esigenza di proteggere un’immagine dipinta su una semplice edicola sacra e la comodità di avere un luogo di culto nel piccolo borgo rurale di Paterno, fecero sì che nel 1597 si edificasse questa chiesina, talmente modesta da non essere facilmente identificabile come tale. Talmente modesta, da non far sospettare che possa contenere un dipinto così prezioso, opera di Lorenzo d’Alessandro, databile al settimo decennio del secolo XV. Unici elementi spia all’esterno: una sobria croce in laterizio murata sopra la porta d’ingresso e la campana, che batte lì i suoi rintocchi dall’anno della fondazione.  Una grande finestra praticata nel muro rendeva ancora possibile l’adorazione da parte dei viandanti, ma essa era talmente grande che se ne lamentò persino il vescovo Maidalchini nella visita giubilare del 1650, raccomandando di: “munirla di cancello di legno, con telaio, ed apposita tela per riparare dalle ingiurie dei venti”. All’inizio del secolo scorso, la grande apertura venne tamponata, pur rimanendo ancora leggibile.La cappellina ha subìto danni dal terremoto del 1997. È stata dichiarata inagibile e chiusa al culto. A destare preoccupazione erano le condizioni del tetto, in particolare  della trave di colmo, direttamente appoggiata sulla ghiera laterizia della nicchia affrescata. In generale erano necessari modesti, ma delicati interventi; la presenza del capolavoro pittorico del maestro sanseverinate rendeva necessaria una cautela estrema. La sommità della muratura ha un cordolo composito in acciaio e legno, cui sono stati solidarizzati tutti gli elementi strutturali, tranne la trave al di sopra della nicchia, libera di traslare orizzontalmente per evitare ogni azione dinamica.  Per i travicelli si è poi adottata una sezione “a t” rovescia, pensata per mantenere le pianelle laterizie e rendere possibile un’efficace chiodatura del doppio tavolato d’irrigidimento. Le altre opere strutturali sono consistite in un miglioramento puntuale, così come prescritto dalla normativa vigente. La riapertura dalla grande finestra ha comportato la riproposizione della grata lignea con stecche diagonali, ricostruita in castagno in base ai resti rinvenuti nel muro. Per motivi di sicurezza e di conservazione del dipinto si è progettato un infisso di chiusura con vetro antisfondamento, realizzato in lega “ot 42”. In tema di finiture, l’intonaco esterno è stato preparato con inerti selezionati sul luogo per ottenere una materia analoga all’originale, della quale si è mantenuto un testimone. Per il pavimento, brutalmente rifatto nel 1950, si sono adottati mattoni dalle tradizionali cromie tra il giallo paglierino e il rosa corallo; a completamento sono state messe in opera soglie in gessite.

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