MENU

Postfazione anticipata

La prima cosa che mi viene in mente osservando l’impaginato di questo secondo numero di “Mappe” è che non dobbiamo dimenticare l’apporto essenziale che un piccolo gruppo di professionisti marchigiani ha dato all’esistenza di un’idea stessa di qualità architettonica nella nostra regione. L’idea mi viene ovviamente dalle pagine dedicate a ricordare Claudio Campodonico e il lungo lavoro di “assuefazione” all’architettura da lui svolto presso le più sensibili (o le meno insensibili) tra le imprese di costruzione attive dalle nostre parti. Insieme ad alcuni colleghi Campodonico è così riuscito a trasmettere alla città e ai suoi committenti la necessità di quello “spreco” di energie progettuali nel quale si annida la possibilità di costruire uno spazio architettonico di un qualche significato. L’altro risultato raggiunto dall’architetto senigalliese, anche in questo caso non da solo, è stata l’acquisizione dell’idea che si potesse pensare a un’architettura di qualità al di fuori del rapporto con il committente pubblico. Nozione del tutto inaspettata quando Campodonico e i suoi colleghi hanno cominciato a costruire progetti un po’ più ambiziosi ma resa ormai necessaria dalla nuova condizione economico-politica degli enti pubblici.

Seconda considerazione. Questo sforzo va probabilmente diviso tra almeno due generazioni: la prima, che comprendeva Paola Salmoni (quest’anno è il decennale della sua scomparsa), il Gruppo Marche e altri, segnata da un rapporto esplicito e ottimista con l’impegno politico; la seconda, appunto quella di Campodonico, Guerri eccetera, dedita a un rapporto più articolato ed “economico” con la società civile e politica.

Il terzo punto che vale la pena di affrontare è una certa consolante “resistenza” del tema della residenza individuale tra gli impegni professionali dei nostri architetti. La villa privata rappresenta da sempre una palestra essenziale e una specie di contraltare fondamentale alle ricerche degli architetti moderni sull’abitare collettivo. Oggi che di case collettive se ne fanno piuttosto poche è interessante notare come i progettisti possano ancora confrontarsi col tema della residenza individuale. Ottenendo peraltro negli esempi pubblicati risultati molto interessanti, come avviene per esempio nelle “case” di D’Annuntiis, Barilari e Tonucci. Viceversa, la crisi avanza, si nota l’assottigliarsi dei progetti pubblici di qualità nella nostra regione – qui testimoniati dai lavori di carattere variamente educativo di Cao e Petrini.

Il quarto argomento che vorrei affrontare rivela un piccolo conflitto di interessi, perché mi costringe a citare il lavoro dei grafici che disegnano (meravigliosamente) questa rivista, ma è tuttavia molto importante. Attraverso i lavori dei ma:design pubblicati in questa e altre sedi possiamo infatti constatare come stia positivamente maturando un rapporto finora sottovalutato e difficile tra la progettazione dello spazio e il suo completamento attraverso elementi di comunicazione. Non si tratta di un’eredità specifica dell’architettura italiana, anzi – ci si teneva sempre a distanza di sicurezza – ma il passo avanti rappresentato dall’importanza tutt’altro che sovrastrutturale del ma:d e di altri grafici negli edifici ci avvicina decisamente al mondo. A costo di togliere qualche centimetro di spazio all’estro immaginifico dell’architetto, e di riconoscere che soprattutto nello spazio pubblico il successo di un progetto dipende anche e soprattutto da come sa integrare spazio e comunicazione. Chiudo con un’ultima considerazione, che vede con favore la persistente presenza di progetti e lavori che vengono dall’ambito delle nostre istituzioni educative, poiché è solo dai ragazzi più giovani che potrà venire, se mai ci sarà, uno slancio un po’ più forte verso l’innovazione.

Pippo Ciorra